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Anna nel regno dell’idiozia

di Andrea Papa

Elena Stancanelli
La femmina nuda
Collana: Oceani
La nave di Teseo, 2016
p. 156, 17 €

fem nuda

«Quando ti succede qualcosa di brutto, un incidente, una malattia, o qualcosa di stupido ma incredibilmente doloroso come è successo a me, diventi una persona danneggiata. Per sempre. Sono come uno strumento qualsiasi che sia caduto a terra. Lo aggiusti e funziona di nuovo, ma conserva in sé il trauma di quella caduta. Non sappiamo quando, non sappiamo neanche se, ma potrebbe guastarsi di nuovo. E sarebbe ancora una conseguenza di quella vecchia caduta».

Anna è una donna normale, ha una vita normale, un lavoro normale, una storia d’amore normale, troppo; dopo cinque anni insieme, lei e Davide vivono ormai «nella fase in cui è cruciale limitare gli scontri», e in quella palude fatta di noia e di continue scappatelle da entrambe le parti, si ritrovano a stagnare. Si sfidano, giorno per giorno, in una guerra intestina che invece di portarli all’esplosione riesce paradossalmente a tenerli vivi come coppia. Tutto fino all’arrivo di Cane, la donna che farà naufragare Anna, trascinandola sulle coste del regno dell’idiozia.

«Le persone si lasciano, le storie finiscono», Davide perde la testa per Cane. Anna il senno.

Diventa una persona danneggiata dall’ossessione di monitorare virtualmente la vita del compagno, sino a provare un senso d’inadeguatezza incolmabile alla vista delle fotografie erotiche che la rivale manda allo stesso.

Quella raccontata da Elena Stancanelli ne La femmina nuda, edito da La nave di Teseo e candidato alla settantesima edizione del Premio Strega non è una storia, è una confessione. La confessione a un’amica, presente in silenzioso assenso, ma ignara dell’ossessione compulsiva che lentamente divora la protagonista, che si rifugia così nell’intimità più profonda del suo corpo, riscoprendo il suo sesso. L’immagine della fica è ampiamente sdoganata all’interno del romanzo; troppo forse, con una scelta stilistica che a volte raschia il fondo di quel baratro nel quale precipita Anna.

La narrazione si arrovella in forma di lettera aperta all’amica Valentina con uno stile da social network che aspira a una densità e a una profondità non pienamente raggiunta. Un’intuizione che si perde nel racconto di una cognizione del dolore sfociata in una becera stupidità fuori controllo.

La stupidità di una donna abbandonata è presente e tangibile tanto quanto l’autrice conferma di averla volutamente introdotta nella storia, è una contro-violenza distorta, diversa dalla concezione di stalking abituale, che pur nascondendosi dietro a uno schermo non può essere considerata secondaria.

Anna è una persona misera che si ostina a non essere miserabile. «La stupidità è peggio del dolore», ma il dolore non è un male incurabile e per guarire può bastare a volte guardarsi con occhi diversi per trovare salvezza nel riflesso del proprio corpo, per limitare la follia paranoica dal cui vortice si fa fatica ad uscire. Questo Elena Stancanelli vuole provare a dimostrare attraverso le pagine de La femmina nuda.

Fonte immagine: https://lh3.googleusercontent.com/-fS0mZaZMaZ0/VuGX22ksg-I/AAAAAAACo9I/HBBLV8JX4Gk/s640/blogger-image–1811269835.jpg

 

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