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Gin tonic a occhi chiusi. Genealogia immaginifica dei nuovi re di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gin tonic a occhi chiusi

Marco Ferrante

Giunti, 2016

pp. 347

€ 16.00

di Margherita Rettagliata

“Tra tutte le cose più misteriose, il denaro è una delle più misteriose”

Roma, ultimi strascichi del berlusconismo, una famiglia alto-borghese. Tre elementi che da soli riescono a dare un quadro abbastanza completo di che cosa sia Gin tonic a occhi chiusi, ultimo libro di Marco Ferrante. Un ritratto di famiglia della RCC, la RomaCheConta, che si rivela un luogo alquanto ristretto e subdolo, dove il denaro e i giochi di potere sono il perno attorno a cui ruota un microcosmo di pettegolezzi, scandali, invidie, tradimenti, arrivismi.

La famiglia Misiano la conoscono tutti a Roma – tutti quelli da cui valga la pena essere conosciuti. I capostipiti sono Edoardo e Elsa; capace amministratrice di un impero liquido e immobiliare lei, proprietario di barca intelligente e abile, lui. I tre figli, “educati a una rigida competizione fraterna”, sono Gianni, Paolo e -aprire i padiglioni auricolari- Ranieri.

Il primo è un fiscalista di grido – leggi: colui che pensa a come mettere in piedi lo scudo fiscale delle grandi aziende. Riesce a passare indenne uno scandalo che coinvolge una corporation per cui lavora. Sposato con Nucci, “progressista e nemica giurata della suocera Elsa”.

Il secondogenito, Paolo, è un deputato alla prima legislatura. Sposato con quattro figli, ne combina una grossa quando regala una collana Bulgari a Teresa, la sua amante “in odore di meretricio”. Considerato all’unanimità dai fratelli “una grandissima testa di cazzo”.

Infine c’è Ranieri, il cocco di mamma, erede universale della defunta zia Ninnì. Potrebbe non lavorare, ma lo fa. Giornalista, non di grido, non brillante. Considerato all’unanimità dai fratelli “un grandissimo stronzo”.

Questa la famiglia Misiano, le cui relazioni all’interno della ristretta cerchia dell’élite romana costituiscono la trama del romanzo.  Un’ élite composta da professionisti, figli di, mogli di, socialite, e di cui l’autore ci fornisce gentilmente un elenco con descrizione dei personaggi in apertura, come in un’opera teatrale.

Ed è proprio questo che sembrano queste vite: i tradimenti, le bugie, l’egoismo, l’avidità, la solitudine, tutti a ingarbugliarsi tra loro all’interno dei salotti di design di grandi case extra lusso e sullo sfondo di una Roma che non riesce più a nascondere il degrado fisico e lo stato di abbandono in cui si trova, ma che riesce a rimanere per forza di un potere innato, la Città Eterna.

Roma resta quello che è sempre stata: il centro di tutto. E nel tutto c’è la bellezza, ci sono i tramonti, ci sono i covi di serpi, che nella loro corruzione e corruttibilità sono incontenibili, e il cui veleno filtra oltre la trama opaca del privato e si insinua nel pubblico, creando un offuscamento dei limiti, un terreno fangoso e infido.

Ferrante descrive queste dinamiche da conoscitore circostanziale, in quanto giornalista. Il suo stie agile e a tratti giornalistico –what else?–  dà risalto al cinismo e alla lucidità con cui vengono trattati i temi e soprattutto i personaggi.  Ricorda forse La grande bellezza: se vi è piaciuto il film di Sorrentino apprezzerete di sicuro il libro di Ferrante per comunanza di temi, atmosfere, ambientazioni. Se invece il film non vi è piaciuto, e siete fra quelli che l’hanno trovato interessante nei contenuti ma noioso nella forma, apprezzerete di sicuro il libro, che riesce ad essere cinico e critico senza risultare pesante, lo fa anzi, lasciando trasparire quella punta di ironia che lo rende un ottimo romanzo da vacanza, senza mai scadere nella frivolezza.

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