missiroli
Strada per lo Strega 2019

Il trapezista infedele – Strada per lo Strega

Nel cinema, un unico piano sequenza, una singola immortale inquadratura, è acrobazia per pochi eletti. Fu Hitchcock, tra i primi a tentarla. O meglio, a mascherarla: 1948, Nodo alla gola, la regia sembra non stacchi mai, invece in modo impercettibile indugia su pareti, armadi, schiene di personaggi, e da quelle scure superfici riparte la bobina, per una nuova scena.

È in tempi recenti che l’acrobazia riesce per davvero. Aleksandr Sokurov, nel 2002, gira Arca russa all’interno di un palazzo pietroburghese, in digitale, in un unico piano sequenza. Gonzalo Iñárritu, nel magnifico Birdman (2014), bluffa alla maniera di Hitchcock: qui lo stratagemma è una porta di teatro che si chiude per quella frazione di secondo necessaria allo stacco della camera. Si riapre quasi subito, e il ciak è nuovo.

Missiroli

L’anno dopo il miracolo – vero, verissimo – si ripete, in un’alba berlinese: nell’ansiogeno Victoria (2015) Sebastian Schipper accende la camera alle 4:30 e la spegne alle 7:00, riuscendo nell’impresa del one-take che era stato di Sokurov, con più coraggio perché ambienta il film anche (e soprattutto) in esterna, lasciando largo spazio all’improvvisazione degli attori.

Ed ecco che Fedeltà di Marco Missiroli, edito da Einaudi, parrebbe emulare le acrobazie cinematografiche del piano sequenza unico, trascinando il trapezio nel mondo letterario. Ed è il montaggio, che inizialmente colpisce, quell’unico piano sequenza, l’acrobazia per pochi eletti. Missiroli tratteggia due personaggi, adagiati su una panchina, poi la camera si muove su un terzo personaggio femminile che, lì accanto, mastica una mandorla e cammina nel medesimo parco: la camera-penna si sposta così a narrare di lei.

E così via, delineando un poker d’attori, fallibili e sovente menzogneri, che per religione hanno un mantra (“la verità è ciò che si ricorda”), affidandosi, fin dall’epigrafe del libro, a Philip Roth (“ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”): una giovane coppia messa in crisi da un malinteso; lui, professore di scrittura creativa, è intravisto in bagno, in una subdola posizione, con una sua allieva. Ma è un malinteso, appunto. O almeno così dicono: la verità è ciò che si ricorda (o che si vuole ricordare?). La compagna del professore vacilla, si tuffa sul fisioterapista, al quale però piacciono gli uomini.

Missiroli

Un racconto come tanti, in fondo. Anzi: come tutti i racconti, adula il lettore la quarta di copertina: “preparatevi a leggere la vostra storia”. E così potrebbe anche essere, mentre Missiroli inanella malintesi e comprensioni, monellerie e metamorfosi. Eppure il modo di suggerirla, questa storia, è spesso pedante, inutilmente pornografico. Nessuna sorpresa da personaggi annoiati, nessuna sorpresa da un linguaggio che rassicura sia nei suoni (e per questo si direbbe figlio del  nostro tempo), sia nei concetti: “Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento”. O ancora: “aveva intuito che l’infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessi”.

Il montaggio deve così tenere sulle sue spalle tutto il peso del romanzo. Ma il meccanismo s’inceppa, a un tratto. L’acrobazia è a singhiozzi, il trapezista si prende delle pause. Passa da una scena all’altra ormai in modo arbitrario, abbandonando l’idea virtuosa di piano sequenza unico. Che tornerà alla fine, troppo tardi, quando cioè è la neve, è la morte, in una scena tanto joyciana, a riallacciare in quell’ultima pagina due diverse situazioni.

È poco funerea, invece, la sorprendente copertina, che ammicca senza ammiccare, un asciugamano nasconde i seni di una giovane donna, in penombra anche le spalle, le labbra forse carnose, i capelli raccolti. Basta che la luce a strisce colori quegli occhi sornioni, lascivi.

Da cerbiatto, direbbe Missiroli. Da contemplare senza andare oltre, diremmo noi.

Jacopo Santoro

Nella puntata precedente: http://www.mastereditoria.it/ilblog/di-chi-e-questo-cuore-covacich-strada-per-lo-strega/

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