Etel Adnan
Recensioni

La notte eterna di Etel Adnan

Forse Edward Said potrebbe perdonarci se, nell’accostare le parole “Notte” e “Oriente”, nella nostra fantasia cominciano a sorgere, come djinn evocati da una lampada, le mille meraviglie (più una) raccontate da Shahrazàd al cospetto del perfido re Shahriyàr per avere salva la vita: fanciulle dallo sguardo languido che tramutano uomini in animali, caverne celate agli uomini ma colme di ricchezze, marinai che solcano acque brulicanti di creature mostruose…

Ecco, forse Said, che con il suo Orientalismo tanto ha fatto per cambiare la prospettiva occidentale sull’altro emisfero culturale, potrebbe perdonare tutto questo. Etel Adnan no.

La Notte - AdnanCon Notte (San Marco dei Giustiniani, 2018) la poetessa e pittrice nata in Libano novantaquattro anni fa ci costringe, con la sua voce schietta e potente, ad allontanarci da qualunque tipo di costrutto immaginifico per scavare dentro noi stessi, anche se, arrivati in fondo, potremmo trovare solo oscurità.

È da questa oscurità, questa notte perenne dell’anima, che l’autrice svolge un discorso poetico ineccepibile in una serie di strofe in prosa che ricordano, come fa giustamente notare Paolo Senna nella sua prefazione, le Illuminations di Rimbaud. E questo riferimento al poeta veggente non ci deve stupire, perché la Adnan rimescola continuamente le carte della cultura occidentale (da Orfeo a Thelonious Monk passando per Hegel), lasciandoci senza punti di riferimento, ciechi e vagabondi in una notte ancestrale che avvolge tutte le cose, dentro e al di fuori di noi. Per sottolineare questa condizione di eterna immanenza, ogni riflessione poetica viene divisa dall’altra attraverso una figura stilizzata che ricorda inequivocabilmente un ciclo lunare; il sole non vedrà mai la luce in questa raccolta.

Ma la notte, che allo stesso tempo è «tutte le notti» è anche la peggiore nemica dell’autrice, riesce a coprire con una potenza sinestetica ogni cosa, dalle foglie degli alberi ai taxi, è «un’esalazione che sale da un’oscurità a lei estranea: una lunga eclissi», o ancora «un’isola coperta di neve, […] sempre al tempo presente».

L’oscurità rende irrequieta la poetessa stanca di «passare ore ad aspettare la prossima ora»; il solo balsamo per questa ferita è la memoria, l’unico strumento in grado di sradicarci dal presente. Questa idea, così cara a molti artisti che hanno subito un “processo di dislocazione” come la Adnan (nata in Oriente ma cresciuta tra l’Europa e gli Stati Uniti), non assume solo il valore di una mera istanza post-coloniale, ma diventa il fulcro per una vera e propria escatologia esistenzialista. La memoria infatti passa dall’essere «fiume senza sponde», un «santuario di infinita pazienza» dove il presente sembra essere finalmente annichilito, a identificarsi direttamente con Dio.

Questa forza immaginifica della memoria divampa sempre attraverso il contatto con la natura: la poetessa è sempre alla ricerca delle tumultuose onde del mare, del lento spegnersi di una fiamma o di qualunque altro «fenomeno cosmico che ci eleva molto al di sopra della nostra condizione quotidiana». Il paesaggio, senza mezzi termini, diventa «un’epifania».

Ma non bisogna pensare che questo discorso, portato avanti con estrema coerenza e lucidità risulti poco dinamico, tutt’altro: i moti dell’anima dell’io lirico ci donano sempre delle prospettive diverse, più o meno incoraggianti. Se in alcuni punti pare già di sentire il canto della nottola di Minerva, pronta a spiegare le ali per volare attraverso il crepuscolo di una civiltà giunta alla sua fine, in altre parti la scrittura si fa più evocativa regalandoci immagini di pura bellezza, come in questa strofa, forse la più bella di tutta la raccolta: «Le stelle nella Via Lattea sono circa 100 miliardi, che è anche il numero di neuroni nel cervello. Potremmo dover viaggiare per 24 trilioni di miglia fino al primo astro esterno al nostro sistema stellare prima di trovare un oggetto di complessità simile a quello appollaiato alle nostre spalle.»

Notte AdnanE poi c’è libro, il prodotto editoriale in sé, che accompagna alla perfezione la potenza delle liriche. La collana “Quaderni di poesia” della San Marco dei Giustiniani impreziosisce i suoi prodotti scegliendo una carta vergata piacevole al tatto. Sulla copertina, in realtà una sovraccoperta, il titolo dell’opera e il nome dell’autrice non vengono strillati, ma pronunciati sottovoce, in modo da lasciare spazio ai contenuti all’interno. È lodevole anche la scelta di porre i nomi del curatore e della traduttrice quasi sullo stesso grado di valore dell’autore, posizionandoli quasi al centro della copertina. La traduzione, posta a fronte, non si discosta mai dalla lettera del testo originale, mostrando così un estremo rispetto per una delle voci più autorevoli del nostro tempo come quella di Etel Adnan, ma non risulta mai pedante o stucchevole. La decisione di non appesantire l’opera con un apparato paratestuale invasivo risulta vincente perché il lettore si ritrova sempre più immerso nei meandri di un testo così vigoroso.

Un ottimo lavoro editoriale, certamente, ma c’è di più: un plauso appassionato va sicuramente alla scelta coraggiosa di dedicare una parte di questa collana esclusivamente ai poeti della riva sud del Mediterraneo. Oggi più che mai abbiamo bisogno di solcare quelle acque, talvolta torbide, per confrontarci, anzi, specchiarci nell’Altro, per trovare finalmente noi stessi.

 

Emanuele Malpezzi

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