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Mi chiamo Teresa Ciabatti. Il racconto di un’ossessione.

La più amata
Teresa Ciabatti
Mondadori
pp. 218
18,00 €

                                                                                                                                                     

Di Erika Repetto

Leggendo “La più amata” mi è tornato in mente un episodio passato: a 14 o 15 anni mi sono ritrovata nel mezzo di una lite furibonda tra i genitori di una mia amica. Si trattava di un litigio mai visto in cui è volato un telefono e la mia amica piangeva reggendosi a me mentre i suoi genitori si urlavano contro. Io liti così non ne avevo mai viste a casa mia. Sapevo che sarei dovuta andarmene, per educazione, per non violare la loro intimità. Ma non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel disastro. Questo è l’effetto che mi ha fatto “La più amata”, i miei occhi non sono riusciti a staccarsi dal disfacimento di una famiglia, narrato dalla protagonista principale. Teresa Ciabatti infatti non è solo l’autrice del libro, è anche l’amata figlia di Lorenzo Ciabatti, primario dell’Ospedale di Orbetello, massone, burbero con tutti tranne che con lei, la piccola di casa. L’uomo a cui lei dedica il libro, l’uomo con cui lei vuole finalmente fare i conti. 

Questo libro è l’espressione di un’ossessione: perché sono diventata l’adulta che sono oggi? Si interroga la Ciabatti che indaga con una furia cieca nella storia della sua famiglia per riscoprire se stessa.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare.

Scoprire che la tua infanzia non è come l’hai sempre pensata, che tuo padre, l’uomo che amavi più al mondo, è in realtà un persona manipolatrice, amico di Licio Gelli, implicata in affari loschi che porteranno al nocciolo del romanzo, il rapimento di Lorenzo Ciabatti durato un pomeriggio dalla sua villa, sotto gli occhi della moglie e dei due figli gemelli, che non verrà mai del tutto spiegato. Il conflitto genitoriale non è solo confinato alla figura paterna, infatti anche la madre dell’autrice gioca un ruolo importante nella sua formazione, il personaggio più umano della vicenda, giudicata duramente dalla figlia, che la ritiene inadatta e debole proprio in virtù di questa sua umanità e del suo senso materno, che viene a mancare meno solo quando è obbligata dal padre a passare un anno di sonno terapeutico per curare la depressione. 

Questo ti viene chiesto, figlia: capire che mamma e papà sono esseri infinitamente piccoli. Ti viene chiesto un salto nel futuro, dove tu devi essere donna che siede di fianco al padre, gli prende la mano, e lo rassicura: non preoccuparti.

L’infanzia della piccola Teresa Ciabatti viene sconvolta dalla scoperta del mondo esterno, un mondo in cui il suo status “figlia di” non conta più niente e a cui lei è completamente impreparata, ed è lì che inizia la sua adolescenza problematica, in cui non cercherà solo di integrarsi ma essere meglio delle sue compagne di scuola, delle sue amiche povere, perché lei è una Ciabatti, non può e non deve essere come loro.

Lo stile di scrittura secco, nervoso e ossessivo, caratterizzato dalle molte ripetizioni, riesce bene ad esprimere il tormento interiore di una donna afflitta e problematica, che cerca solo di dare un senso alla sua storia. Queste frasi brevi e veloci rendono “La più amata” un romanzo di facile lettura, ma non di facile comprensione. Passare delle ore in compagnia della vita dell’autrice ti fa dubitare di molte cose di te stessa: e se neanche la mia infanzia fosse stata come me la immagino? E se ci fossero delle porte chiuse che non ho mai voluto aprire? Oserei mai indagare in un passato, a costo di cambiare il mio presente? “La più amata” è un libro capace di suscitare questi interrogativi ma, soprattutto, è un libro di contrasti, dalla prima all’ultima pagina.

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