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La signora Mildred

di Elena Folloni

James M.Cain
Mildred Pierce
Collana: gli Adelphi
Adelphi, 2011
p. 308, 9 €

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Che cosa fa una donna che non è in grado di fare nulla? Cucina.

Questa la premessa del romanzo di James M. Cain, uscito nel 1941, a distanza di sette anni dal suo lavoro forse più noto, Il postino suona sempre due volte.

Mildred Pierce, rispolverato da Adelphi nel 2011, sull’onda del successo della miniserie omonima di HBO, si allontana dalle atmosfere hardboiled e poliziesche a cui l’autore veniva, con suo dispiacere, associato, mantenendo due caratteristiche chiave: la forte impronta realista e la presenza di una giovane donna bella, snob e distruttiva; la figlia di Mildred, Veda, verso cui convergono tutti gli sforzi e gli obbiettivi della protagonista, e il motivo più autentico per voler ritrovare un tenore di vita perduto dopo la Grande Depressione del 1927.

Con l’inizio di questa infatti, parte l’affannosa ricerca di Mildred per trovare un lavoro ‘dignitoso‘, sballottata qua e là da un ufficio di collocamento all’altro, inserzioni truffaldine e il timore di dover accettare un lavoro ‘umile‘. Questa distinzione è fondamentale nella testa della protagonista: non per snobismo ma per il timore, notevolmente più forte agli occhi di Mildred, di non compiacere la sua altezzosa Veda, così diversa dall’altra figlia, Ray, più simile alla madre, o almeno alla parte di lei che rifiuta di soccombere alle pretese della figlia maggiore.

Mildred, donna della middle class, vive in un sobborgo di Los Angeles, Glendale. Si sposta in auto, fabbrica torte ad ottantacinque centesimi per il vicinato. Sa di essere l’unica che lavora in famiglia e non si vergogna a dirlo.

Caccia di casa il marito, imprenditore su un regno di ipoteche dopo il crack finanziario, intrappolato in un prima che non c’è più. Mildred resiste, tra le file del grande esercito di donne bianche con prole alla ricerca di una fonte di reddito per sopravvivere.

Vince l’orgoglio, e riesce ad infilarsi in una uniforme da cameriera, sopportando l’ironia crudele della figlia. Si innamora di un uomo più ricco e più bello, Monty, che la porterà in casotti al lago e le presenterà i suoi amici, ma non la ricca famiglia di Pasadena.

Mildred è realista, come il suo sguardo; gli unici sogni che si concede, sono piccole su fantasie su come metterà a posto con un bel discorso chi si approfitta di lei ingiustamente.

Ma mai Veda, la prediletta, su cui investe speranze e ambizioni che lei, donna concreta con belle gambe e basta, non può permettersi, pagandole gli insegnati di musica, le scuole di polo e di tennis.  

Mildred riesce là dove suo marito si era arreso. Da cameriera ad imprenditrice, con l’aiuto di chi la circonda e un po’ d’intuizione, apre un ristorante, il primo di una serie.

La sua vita migliorerà, com’è giusto che sia in ogni storia che parla del sogno americano, o sarebbe più che giusto dire de la ri-nascita di questo, dopo tante difficoltà. Ma se il realismo è alla base di questo romanzo, non sarà difficile trovare delle affinità con le storie di Émile Zola, in cui in seno al successo, cresce il seme della rovina.

La disincantata Mildred potrebbe essere una donna, una madre di oggi, a cui HBO ha scelto di dare il volto, più che mai convincente in questo ruolo, di Kate Winslet. Più volte nel corso di questi ultimi tempi abbiamo sentito paragonare quello che seguì il Black Thursday agli anni che stiamo vivendo. Ci chiediamo se è la confezione del collasso dei Roaring Twenties di Mildred Pierce, a restituirci quelle atmosfere in maniera vivida e convincente, o se, come è più probabile, è il riconoscere qualcosa prossimo a noi, indipendentemente dal passato, dal paese, dal linguaggio.

Fonte foto:

http://media.adelphi.it/spool/12934a3cb949c61cbbd2f605b548436a_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg

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