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L’allegro manicomio. Storia di una follia editoriale.

di Elena Villanova

Lodovica San Guedoro
L’allegro manicomio, ovvero Nove giorni di villeggiatura in famiglia
Felix Krull Editore, 2016
p. 218, 17,56 €

elena

Pubblicato dalla casa editrice italo-tedesca Felix Krull, L’allegro manicomio, ovvero Nove giorni di villeggiatura in famiglia di Lodovica San Guedoro è stato incluso tra i ventisette libri candidati al Premio Strega, senza però riuscire ad avanzare nella selezione. Comprensibilmente.

Il libro narra dei nove giorni trascorsi da Lodovica in casa dei suoceri, nel Tirolo, insieme al marito Hans. La storia è scandita dal racconto di piccole (o, piuttosto, insignificanti) vicende quotidiane: dalla colazione alla cura dell’orto, dalla peregrinazione del fratello di Hans per le vie di San Candido agli escamotage di Lodovica per ritagliarsi qualche momento di solitudine. Ma i protagonisti sono i due suoceri, e più precisamente l’ipocondria di lui e la nevrastenia di lei. La donna, in particolare, opprime la narratrice con continue lamentele, riportate tanto fedelmente da urtare anche i nervi del lettore. Una sintesi della trama è difficile a farsi, perché una trama vera e propria non c’è: nel tentativo di essere il più possibile realistici, i discorsi diretti risultano invece ridondanti e inconsistenti; le descrizioni si dilungano nei dettagli senza riuscire a presentarli in modo interessante; il ritmo lentissimo diluisce un contenuto già di per sé vacuo così da renderlo addirittura insostenibile. È un libro scritto male: manca un intreccio, i personaggi sono piatti (soprattutto i suoceri – che sono chiamati dall’autrice, e reciprocamente si chiamano l’un l’altro, «Mammina» e «Papino» – sono dipinti come due macchiette senza qualità), la lingua oscilla tra la banalità e la ricerca macchinosa – si direbbe quasi “da vocabolario” – di parole che cozzano con il tono complessivo del testo e che risultano talvolta del tutto fuori luogo (curiosa l’espressione «auscultare le scale», comico il dispiegamento di cinquanta sfumature del verbo “dire”, tra cui l’insolito e cacofonico «chiassare»). La vuotezza dei dialoghi è infarcita, in compenso, da vocali e punti esclamativi e interrogativi che si moltiplicano in lunghe serie («Imbeciiille! Che imbecille che sei. Non capisci niente. Niente! Non ne posso piùùù!!!»), da esclamazioni ridondanti e improbabili («Eeeeeeeh!!!», «Ahihài»), da intere frasi in cui si vuol riprodurre il suono dell’accento tedesco con esiti addirittura imbarazzanti («Kome fa? Tomito peeene, Lotofica?», «Pene, krazzie, e a te?», «Lotofica, lui stùpito, lui molto pastasciutta e pane: troooppo!»). Tutto ciò è intervallato da tante (troppe!) citazioni di autori latini che ben poco hanno a che fare, per valore e per tema, col romanzo in questione.

Che dire poi della veste editoriale? Un disastro. In vendita a 17,56 euro (sic), il libro si presenta come un modesto volume in brossura privo di particolari caratteristiche: brutta la foto apposta in copertina, insufficiente il contrasto tra titolo e colore di fondo, sgradevole l’accozzaglia di caratteri tipografici mescolati senza criterio. Del tutto assente, del resto, è la cura redazionale: s’incontrano ad ogni piè sospinto accenti mancanti o sostituiti da apostrofi, porzioni di testo non giustificate, “l” sostituite da “1”, incoerenze nell’uso di tondo e corsivetto, errori di maiuscole, puntini di sospensione eccessivamente ricorrenti, parentetiche della narratrice introdotte nel bel mezzo di un discorso diretto, doppi spazi tanto nel colophon quanto nella nota finale, e così via. Verrebbe da dire che il testo sia passato dall’autrice all’ufficio tipografico e poi al premio Strega senza essere sottoposto a editing.

Insomma, la (non) qualità del testo e la sciatteria editoriale, unita a un prezzo esorbitante non giustificato, fa di questo romanzo un’opera sconsigliabile sotto ogni aspetto.

Fonte immagine: http://blog.graphe.it/libri/l-allegro-manicomio-lodovica-san-guedoro

 

 

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