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Lotta e rassegnazione in “Resto qui” di Marco Balzano

Ci sono romanzi che sono lenti di ingrandimento su un granello di storia e romanzi che si configurano come finestre sullo sconfinato paesaggio umano. Il vetro che si interpone tra il lettore e l’autore altro non è che la voce dello scrittore. Tanto più questo vetro si presenta limpido, tanto più il lettore sarà in grado di godere di una visione perturbante. In Resto qui (Einaudi 2018) da sapiente artigiano Marco Balzano si dedica alla sua foggiatura, laminazione e finitura. Il lettore è in grado di ascoltare e osservare la storia di Trina in tre arcate: Gli anni, Fuggire e L’acqua.

Attraverso la forma del diario, la voce di Trina si scioglie onesta tenendosi a galla tra confessionalismo e patetismo nel raccontare una vita costellata di perdite alla sua principale interlocutrice: la figlia Marica. Utilizzando l’espediente della preterizione, la protagonista mette in luce il dramma della separazione: «Non ti racconterò la tua assenza. Non ti dirò una sola parola degli anni passati a cercarti, dei giorni sulla soglia a fissare la strada». Trina e suo marito Erich si perdono nel disperato e insensato tentativo di riportarla a casa, dove non vuole più stare.

Resto qui è una storia di dolorosa sopravvivenza prima alla fuga di Marica, poi alla guerra, infine a Curon, il piccolo paese di montagna ai margini del tempo dove la vita scorre tra salde radici.

Erich si contrappone a Trina per antico coraggio e strenui ideali: bisogna restare a tutti i costi e difendere Curon dai fascisti, dai nazisti, dalla diga. Tutta la sua vita è un corpo a corpo, una lotta estenuante. Forse Erich sa che non c’è niente di più crudele al mondo del massacro che spetta alla preda codarda. Non è il destino del singolo il punto, la sua caparbietà nasce dall’indifferenza e la noncuranza, il disprezzo per il senso armonico di una vita semplice. Il compromesso e il patto con il predatore, nazista o fascista che sia, non rientrano nel suo vocabolario. Sopravvivere significa restare.

Nell’approccio alla semplice narrazione, ben salda nel campo fertile delle suggestioni, l’autore dipana il racconto sotteso dello scontro generazionale, di cui se ne possono individuare gli ingranaggi. Da un lato, i giovani sono più disposti ad abbandonare la propria terra d’origine che ai loro occhi non ha niente da offrire se non un’immobilità sterile e improduttiva; dall’altro lato ci sono i padri e le madri radicati come alberi secolari con i propri comandamenti e una tradizione da proteggere e preservare.

Fin da subito Trina appare al lettore come un ramo spezzato che nelle intemperie diventa sempre più selvatico e robusto. Infatti, unica sopravvissuta, anche lei avrà combattuto: le parole che danno corpo alla sua rabbia latente altro non sono che uno strumento di lotta efficace seppure insufficiente. Così Trina, infaticabile maestra, quasi indirettamente indottrina il lettore sulla potenza divina della parola. Le parole sono reali, possono creare mondi e distruggerli, sono affilate come coltelli, ma si riducono a mero fiato se inascoltate. Per questo la rabbia, che come un invisibile cordone ombelicale lega i protagonisti, cede il posto alla rassegnazione: «Non so se questa rassegnazione sia la più grande fierezza dell’uomo, il suo gesto più eroico, la massima eternità a cui può aspirare o se è invece la conferma della sua naturale viltà, visto che è insensato smettere di ribellarsi prima della fine». Arriverà anche il momento in cui sarà necessario soltanto dimenticare: «Forse perché dopo la guerra, insieme ai morti, bisogna seppellire tutto quello che si è visto e che si è fatto, scappare a gambe levate prima di diventare noi stessi macerie. Prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia».

«una storia non dura che nella cenere/e persistenza è solo l’estinzione» (Montale)

Attraverso la finestra costruita da Balzano siamo in grado di conoscere questi personaggi così vividi e di percepire l’ambiente naturale in cui si muovono. Il lettore coglie i rumori assordanti e penetranti, il nitore della neve che ricopre ogni cosa, strenua le caviglie di Trina e infiacchisce la sua fuga sulle montagne, grandi creature che isolano l’uomo con le loro pareti di solitudine. Come in una premonizione, la neve diventa la metafora della fine e di un nuovo sconfortante inizio. Il bianco nitore apre uno spiraglio sulle macerie: un campanile e dei turisti incoscienti.

Quello che resta è un silenzio profondo, ma anche una storia da raccontare: la storia di una sconfitta, di un’umanità mai conquistata, del significato della lotta. Quando la vertigine del dolore diventa qualcosa di familiare e nello stesso tempo di clandestino, ogni storia non può che durare nella cenere.

 Silvana Farina

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