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Quasi morta: un elogio mancato al potere della scrittura

di Chiara Costa

Amy Pollicino
Quasi morta. Il segreto della felicità
Collana: Linea Controcorrente
Edizioni Anordest, 2015
p. 224, 13,90 €

2d8d09fd-bc27-429e-b20e-046acd2f45f2Una sceneggiatrice senza nome perde il lavoro da un giorno all’altro, subito dopo essere stata lasciata dal figlio Stefano, trasferitosi altrove; la donna piomba nella disperazione della solitudine. Cosa le resta, dunque, una volta privata del ruolo di madre e di capofamiglia? Come può combattere l’opprimente senso di frustrazione dovuto, tra le altre cose, ai ripetuti fallimenti sentimentali?

«L’unica cura, l’unica possibilità per restare viva – spiega Amy Pollicino, autrice di Quasi morta. Il segreto della felicità (Edizioni Anordest, 2015) – proveniva dai segni neri scritti, dalle parole esatte, lanciate sulla carta come coltelli, perfette. Definite, specifiche». E così la donna inizia a scrivere la storia di Nina, suo alter ego che lavora in un chiosco situato nei sotterranei della metropolitana romana. Dovrebbe farlo, stando alle sue intenzioni, con estrema perizia, quella propria di una professionista della parola che sa usare le scrittura a scopo terapeutico, capace di sfiorare la perfezione quando si tratta di definire adeguatamente luoghi e personaggi.

Solo che la perizia e la perfezione, nel romanzo di Amy Pollicino, sono del tutto assenti. Il lettore viene deluso fin da subito, non appena si confronta con un romanzo che, di fatto, è stato scritto da una sceneggiatrice vera, una professionista della parola in carne e ossa già autrice di una raccolta di poesie (Ma il mio posto qual è, Alberti, 2006): ci si aspetterebbe una prosa scorrevole, una storia ben costruita e una cura editoriale impeccabile, data la candidatura al Premio Strega; ci si aspetterebbe, se non altro, un libro realizzato con cura.

A dispetto della trama, invece, ciò che salta subito agli occhi è la mancanza di un serio intervento di editing: i periodi sono spesso contorti; l’uso della punteggiatura è inadeguato; Natale diventa «natale»; il nome femminile «spa» (centro benessere), assume inspiegabilmente un plurale maschile («gli spa»)…

Un guazzabuglio dove si fanno le vacanze «di mare», si «spiegano» le figurine ai bambini e si specifica che, a proposito della differenza di età tra la sceneggiatrice protagonista ed i suoi giovani amanti, «man mano che diventava più grande la differenza si era fatta più più larga».

E pensare che la trama poteva essere apprezzabile… Un vero peccato.

fonte immagine: http://1.bp.blogspot.com/-3qYhlc98ZAs/VZKRqf1VRnI/AAAAAAAASCU/qISviNBrtPg/s1600/cover.jpg

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