Recensioni

Sylvia, diagnosi di un amore

Leonard Michaels

Sylvia

Collana: Fabula

Adelphi, 2016

p.129, 16 €

Sylvia uscì per la prima volta nel 1992 negli Stati Uniti, e dopo essere caduto ingiustamente nel dimenticatoio (colpevole la scomparsa dell’edizione italiana dal catalogo), Adelphi ha deciso di ripubblicarlo nel settembre del 2016, con la traduzione di Vincenzo Vergiani. Scelta più che mai felice, dato il parere positivo pressoché unanime della critica e il riscontro dei lettori, per i quali – la maggior parte – si è trattata di una vera e propria scoperta. Leonard Michaels è stato soprattutto uno scrittore di racconti, e la sua dimestichezza con la brevità emerge chiaramente dalla lettura di questo piccolo capolavoro. Tanto che avremmo difficoltà a definirlo semplicemente un romanzo. Le etichette si sprecano: romanzo breve, memoir, autobiografia, sino a non fiction. Ma al di là di una possibile categorizzazione, la peculiarità di Sylvia risiede senz’altro nella sua scrittura, nel fluire continuo e quasi senza pause della narrazione.

Michaels, chiaramente ispirato dal proprio passato, attinge dai suoi diari e a distanza di tempo analizza il rapporto turbolento e tragico con la sua prima moglie, Sylvia Bloch, fino al triste epilogo del suo suicidio. Negli anni ’60 New York e il Greenwich Village sembrano la destinazione naturale per chi sa fiutare l’aria. Il fervore per le strade, e nell’atmosfera si respira un’eccitazione tale per cui non si possono avere troppi rimpianti se dopo cinque anni di studi letterari si decide di fare ritorno a casa, persino rinunciando a un brillante avvenire universitario. Il contagio visionario delle droghe rende quasi ogni cosa plausibile, in una società «dove Elvis Presley e Allan Ginsberg erano i re del sentimento e la parola ama risuonava come un proclama con la forza di uccidi», tanto che non può essere un problema cambiare se l’unica prospettiva sembra quella di «invecchiare in una biblioteca».

Ma poi all’improvviso un incontro inaspettato. Leonard, o il suo alter ego, che sa descriversi solo con un «mi piace molto leggere», e ha in mente di scrivere racconti, invece si ritrova coinvolto quasi fatalmente in una relazione che cambierà la sua vita.

«Cominciò senza un inizio. Facemmo l’amore finché il pomeriggio divenne crepuscolo e il crepuscolo notte fonda».

Sylvia è una brillante studentessa di lettere, una donna ammaliante quanto però inaffidabile. Le premure di lui bilanciano l’instabilità di lei, ma solo sino a un certo punto: se l’inizio è passione, entrambi poi finiscono per rimanere incatenati l’uno all’altra, tra i tentativi disperati di trovare la via della normalità. «Mi cullavo nell’idea che ogni uomo e ogni donna che vivevano insieme fossero come Sylvia e me. Ogni coppia, ogni matrimonio, erano malati». Il mondo esterno finisce sullo sfondo, così che il campo si restringe all’appartamento condiviso in MacDougal Street, tra le urla e i litigi al limite della sopportabilità, teatro di un amore morboso che sconfina addirittura nell’odio. Eppure lasciarsi non sembra possibile.

La scrittura si fa trasparente e senza fronzoli, dove i fatti emergono senza che ci sia bisogno di sminuire né ingigantire. Non sono ricordi sparsi: è il tentativo lucido – seppure angosciante – di affrontare una volta per tutte il passato.

Questa è anche la storia di un rapporto fisico: da una parte la passione incancellabile, dall’altra l’autolesionismo di chi in primis non accetta sé stessa. C’è un filo appena percettibile che tiene tutto assieme, ed è il continuo inseguimento di un futuro sereno.

Sylvia continua a tirare la corda, vittima forse della sue psicosi, delle menzogne che si autoinfligge. Tutto è portato all’estremo, finché l’ennesima riconciliazione non stabilisce una tregua: ma niente è destinato a durare.

Che cosa cerca Leonard nella disamina a ritroso di quello che fu un rapporto travolgente e malato, al limite della follia? Forse non soltanto la verità, che conosce già (la conosciamo già tutti?), ma se stesso, o quel poco che ne è rimasto. O la stessa Sylvia, che ancora una volta ritorna come un’ossessione mai del tutto sopita, dopo tutto l’amore e l’odio, inevitabilmente impressa in quel suo ultimo gesto. «Era proprio come ai vecchi tempi, noi due in una piccola stanza, Sylvia addormentata, io infelice. Cominciai a piangere, a supplicarla, senza fare concessioni alla realtà. Il mio bisogno era la sola realtà, più reale della morte. Sylvia doveva smetterla. Doveva aprire gli occhi e mettersi a sedere».

Non è un libro facile per ciò che dice, eppure lo si legge d’un fiato. Irrinunciabile nella sua intensità, nelle centoventinove pagine di descrizioni puntuali e inappellabili su una coppia che va in pezzi, sulla quantità di astio che si può respirare e sulla quantità d’amore che si può sopportare.

Non resta che sedersi e ricordare. Così alla fine Leonard Michaels ha trovato il suo racconto, quello più reale e doloroso di tutti.

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