Umberto Eco. Una decade dopo il genio e il Witz
A dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, la memoria rischia di diventare mito. Per evitarlo, abbiamo incontrato il professor Kerbaker, docente alla Cattolica e fondatore della Kasa dei Libri: un sito prezioso che offre una dimora a oltre 40 mila testi, tra volumi dimenticati dal tempo a edizioni vissute e popolari. Negli angoli silenti degli scaffali, opere inedite, dediche e tracce di salde amicizie trattengono il respiro immortale del semiologo milanese.
Seppur tra i due non ci fosse una conoscenza intima e confidenziale, il professor Kerbaker entrò in contatto con Eco in contesti pubblici e privati, grazie alla fama intellettuale di cui egli ha goduto nel panorama nazionale e internazionale. Quindi, a una decade dalla morte, ci siamo fatti svelare, con una breve intervista, qualche aneddoto peculiare e particolari curiosi sulla sua vita. Non per ribadirne la notorietà, ma per dare voce al cuore e alla mente dietro quei capolavori che tutti conoscono, ma su cui pochi si soffermano.
Professore, che tipo di persona era Umberto Eco?
“Era intelligentissimo e brillante. E non sempre le due cose si trovano insieme. Aveva una cultura e una memoria sterminata, un ampio ventaglio di interessi: la politica e la scienza ad esempio. Era molto attento e aggiornato sulle innovazioni tecnologiche del suo tempo”.
Nelle conversazioni con amici o conoscenti, che umore trasmetteva all’ambiente intorno a lui?
“Era un uomo di presenza straordinaria e conviviale. Spesso quando si usciva con la sua cerchia più stretta di amici come Mario Andreose, Pierluigi Cerri, Emilio Tadini, e si discorreva, c’era sempre qualcuno che gli dava la palla per fargli raccontare qualcosa”. Sebbene fossero racconti molto profondi, non suscitavano mai noia, perché li declinava con il suo tagliente umorismo. “La sua indole coltamente conviviale la riversava anche nel clima lavorativo in Bompiani, dove si facevano battute, si travestivano nelle occasioni speciali”.

Mi parli meglio della sua ironia.
“Aveva un’ironia non spicciola, ma witz, arguta, evidente nel suo libretto d’esordio Filosofi in Libertà“. Si tratta di un’opera satirica di un Eco appena ventiseienne (1958), firmato con lo pseudonimo joyciano Dedalus, in cui dà voce ai maggiori filosofi della storia con poesiole e vignette spiritose. Una di queste, L’Esistenzialista, recita: «Con la faccia cupa e trista / credi l’esistenzialista, / mentre lui – la faccia cupa / si accarezza la sua pupa / ed a Saint-Germain-des-Prés / si fa gioco ognor di te […]».
“Un’ironia non per tutti”, ancor meno per un popolo, quello italiano appunto, affezionato alla serietà di spirito; “Eco rientrava in una nicchia straordinariamente intelligente”, aggiunge il professore. Un talento che, attorniato da menti brillanti come Bruno Munari, Angelo Guglielmi (direttore Rai che rinnova radicalmente le trasmissioni televisive), “aveva la capacità di trasformare in oro tutto ciò che toccava”. Pensiamo ad esempio alla collana Strumenti Bompiani, alla DAMS di Bologna o alla popolarizzazione del concetto di semiotica: “Nessuno sapeva cos’era veramente. Per tutti, la semiotica era lui”.
C’era un tema “cocente” per lui, che toccava la sua sensibilità nelle conversazioni?
“Non era un uomo che si scaldava. Preferiva piuttosto dire la battuta che comunque racchiudeva il suo reale pensiero, ma senza mai scadere nella cattiveria. Sembrava un uomo piuttosto buono nonostante il suo essere fuori dalla norma, “superdotato” di arguzia”.
“Che stesse da solo, o con altri o in pubblico, lui era così. Non era diverso. Non aveva grandi remore. Era sé stesso con chiunque”, conclude il professor Kerbaker.
Sabrina Riccardi



