Recensioni

Virus: un libro in divenire tra “catastrofe e solidarietà”

È da poco uscita, presso l’editore Ponte alle Grazie, l’ultima opera di Slavoj Žižek, Virus. Si tratta di un esperimento innovativo, che sfrutta la forma peculiare dell’e-book, e la possibilità di un costante aggiornamento on-line, per costruire un’autentica “opera in divenire”. Acquistando il libro, infatti, si potrà accedere gratuitamente alle successive “edizioni” che verranno via via messe a disposizione.

Una trasformazione della società

Nei saggi che per il momento compongono l’opera – destinata ad acquisire sempre maggiore consistenza in fieri –, il prolifico filosofo sloveno offre la propria interpretazione della pandemia che sta trasformando i rapporti tra individui e le relazioni internazionali tra gli Stati. Il saggio “Benvenuti nel deserto virale” esordisce in effetti con una nota di pessimismo piuttosto accentuata, salvo poi virare rapidamente verso prospettive meno inquietanti:

«Il diffondersi dell’epidemia di coronavirus ha innescato un’estesa epidemia di virus ideologici finora latenti nella società: fake news, paranoiche teorie del complotto, accessi di razzismo…La necessità più che fondata di ricorrere alla quarantena trova eco nella forte spinta ideologica a stabilire confini netti e isolare in quarantena i nemici che minacciano la nostra identità.

Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione.»

Un originale rinnovamento

Un’occasione proficua, dunque, come lo sono le circostanze che hanno suggerito a Žižek la possibilità di un rinnovamento originale – e cioè la dissoluzione della consueta staticità del saggio filosofico, trasformato in uno strumento insolitamente duttile ed efficace. La scelta di Žižek si adegua alla forma fluida e imprevedibile della pletora di notizie che si susseguono in rapida successione, e consente dunque di confermare, modificare o rettificare tesi e argomentazioni. Ciò che non è stato possibile ad Agamben, quando ha creduto di dover deplorare le «frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus corona.»

Essere solidali anche in quarantena

Ad ogni modo, al di là dei ridimensionamenti precoci e frettolosi dell’allarme, le tesi di Agamben presentano un interesse non da poco: l’attuale pandemia potrebbe infatti subdolamente prestarsi a «giustificare e legittimare l’imposizione di misure di controllo e disciplina delle persone finora inconcepibili nel quadro delle società democratiche occidentali.» Ma a questa tesi, Žižek ne contrappone un’altra, meno catastrofista:

«Questa realtà ci obbliga a ridurre concretamente le nostre libertà? Certo, le quarantene e simili provvedimenti limitano la nostra libertà, e ci vorrebbero dei nuovi Assange qui per smascherare possibili abusi. Ma la minaccia di un contagio virale ha anche dato un impulso formidabile alla formazione di nuovi modi di solidarietà locale e globale, per di più ha reso manifesta la necessità di sottoporre al controllo anche lo stesso potere. […] La sfida che aspetta l’Europa è dimostrare di saper replicare quanto ha già fatto la Cina, attenendosi però a principi democratici e di trasparenza.»

Uno sguardo lungimirante

A interessare, tuttavia, non è soltanto questo. È possibile condividere la stessa ottimistica lungimiranza di Žižek, ma gettando lo sguardo ancora più in là. Tale situazione di emergenza ha infatti scatenato un apparato di tecnologie la cui efficacia operativa era finora rimasta latente. E di fronte alle continue metamorfosi della realtà, che assillano come una cattiva coscienza ogni filosofare sistematico e definitivo – dunque sempre inadeguato alla mutevolezza dell’esperienza che si sforza di decifrare – viene contrapposto da Žižek un esperimento speculativo mai tentato prima. Un azzardo nel quale la filosofia perde la struttura monolitica in cui l’hanno progressivamente cristallizzata millenni di pratica (e che ha subito vigorose scalfitture solo nel corso dell’ultimo secolo e mezzo).

Di fatto, le potenzialità di un mutamento puramente tecnico lasciano presagire la prospettiva di una trasformazione innovativa nei contenuti stessi. Certo, la possibilità di aggiornare un’opera di filosofia come un qualsiasi software finirà per dissolverne l’aura sacrale, e farà storcere il naso a molti “apocalittici”. Ma se la mutevolezza dell’esperienza indagata, da sempre inafferrabile, avesse finalmente trovato il proprio corrispettivo conoscitivo nella duttilità di un approccio formale inedito – realizzando nientemeno che il sogno supremo della filosofia, la fusione di soggetto e oggetto?

Forse è un auspicio eccessivo, ma quantomeno è dato sperare.

Matteo La Verghetta

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