{"version":"1.0","provider_name":"il BLOG di EDITORIA","provider_url":"http:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog","author_name":"Studenti","author_url":"http:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/author\/studenti\/","title":"L'editoria, il mestiere del traduttore, la figura dell'editor: quattro chiacchiere con Matteo Codignola - il BLOG di EDITORIA","type":"rich","width":600,"height":338,"html":"<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"3hZ1kmiJQr\"><a href=\"http:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/incontro-con-matteo-codignola\/\">L&#8217;editoria, il mestiere del traduttore, la figura dell&#8217;editor: quattro chiacchiere con Matteo Codignola<\/a><\/blockquote><iframe sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" src=\"http:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/incontro-con-matteo-codignola\/embed\/#?secret=3hZ1kmiJQr\" width=\"600\" height=\"338\" title=\"&#8220;L&#8217;editoria, il mestiere del traduttore, la figura dell&#8217;editor: quattro chiacchiere con Matteo Codignola&#8221; &#8212; il BLOG di EDITORIA\" data-secret=\"3hZ1kmiJQr\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\" class=\"wp-embedded-content\"><\/iframe><script>\n\/*! This file is auto-generated *\/\n!function(d,l){\"use strict\";l.querySelector&&d.addEventListener&&\"undefined\"!=typeof URL&&(d.wp=d.wp||{},d.wp.receiveEmbedMessage||(d.wp.receiveEmbedMessage=function(e){var t=e.data;if((t||t.secret||t.message||t.value)&&!\/[^a-zA-Z0-9]\/.test(t.secret)){for(var s,r,n,a=l.querySelectorAll('iframe[data-secret=\"'+t.secret+'\"]'),o=l.querySelectorAll('blockquote[data-secret=\"'+t.secret+'\"]'),c=new RegExp(\"^https?:$\",\"i\"),i=0;i<o.length;i++)o[i].style.display=\"none\";for(i=0;i<a.length;i++)s=a[i],e.source===s.contentWindow&&(s.removeAttribute(\"style\"),\"height\"===t.message?(1e3<(r=parseInt(t.value,10))?r=1e3:~~r<200&&(r=200),s.height=r):\"link\"===t.message&&(r=new URL(s.getAttribute(\"src\")),n=new URL(t.value),c.test(n.protocol))&&n.host===r.host&&l.activeElement===s&&(d.top.location.href=t.value))}},d.addEventListener(\"message\",d.wp.receiveEmbedMessage,!1),l.addEventListener(\"DOMContentLoaded\",function(){for(var e,t,s=l.querySelectorAll(\"iframe.wp-embedded-content\"),r=0;r<s.length;r++)(t=(e=s[r]).getAttribute(\"data-secret\"))||(t=Math.random().toString(36).substring(2,12),e.src+=\"#?secret=\"+t,e.setAttribute(\"data-secret\",t)),e.contentWindow.postMessage({message:\"ready\",secret:t},\"*\")},!1)))}(window,document);\n\/\/# sourceURL=http:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-includes\/js\/wp-embed.min.js\n<\/script>\n","thumbnail_url":"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2017\/04\/matteo_codignola.jpg","thumbnail_width":666,"thumbnail_height":446,"description":"di Daria Luzi Ascoltare Matteo Codignola parlare del suo ruolo di traduttore ed editor per Adelphi pu\u00f2 produrre due sensazioni: frustrazione ed entusiasmo. L\u2019entusiasmo non ha bisogno di essere spiegato, \u00e8 una condizione che si genera spontaneamente in presenza di chi riesce a trasmettere la passione per il proprio lavoro; la frustrazione, invece, \u00e8 il sentimento che coglie chi in un attimo si rende conto che servir\u00e0 ben pi\u00f9 del duro lavoro per arrivare non tanto alla cima della montagna, ma almeno alle sue pendici. \u201cUn po\u2019 anarcoide\u201d per sua stessa ammissione ma convinto che una Casa Editrice debba funzionare come una piccola caserma, durante l\u2019incontro di sabato 25 marzo con noi studenti del Master, Codignola si \u00e8 generosamente prestato al fuoco incrociato delle nostre domande, dipingendo il variopinto quadro dell\u2019universo editoriale ed il pulviscolo di dettagli e magia che lo circondano. Una delle anime di Adelphi \u00e8 la Biblioteca Minima. Qual \u00e8 il ragionamento che ha portato alla sua realizzazione? Mi piace definire la Biblioteca Minima un piccolo delitto con due moventi: aprire a testi un po\u2019 pi\u00f9 leggeri e sottrarsi alla logica dell\u2019acquisizione dell\u2019intera opera di un autore. Abbiamo lavorato ampliando lo spettro del radar, comprendendo nella nostra ricerca anche opere \u201cmarginali\u201d, cio\u00e8 non pensate per il supporto libro; il primo numero, ad esempio, \u00e8 un brevissimo inedito di Friedrich Nietzsche di circa 60 pagine (\u201cIl nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide\u201d, ndr) curato come se fosse un tomo di 500, con introduzione e note. Questo lavoro si deve alla fluidit\u00e0 intrinseca al libro, una qualit\u00e0 che rende possibile \u2013 e a volte necessario \u2013 rimaneggiarlo, come dimostra un curioso aneddoto famoso nel nostro ambiente. Un editore tedesco degli anni \u201950, per ovviare alla carenza di nuovo materiale da proporre sul mercato, ristamp\u00f2 una serie di titoli del suo catalogo senza operare alcuna modifica ad eccezione della copertina, bianca; cre\u00f2 la Collana Bianca ed ottenne uno strepitoso successo. Un\u2019operazione del genere, che fa leva sul libro come oggetto, \u00e8 ci\u00f2 che intendo per idea editoriale ed \u00e8 anche ci\u00f2 che pu\u00f2 determinare il successo o l\u2019insuccesso di un progetto. Nel caso della Biblioteca Minima, alla sua nascita non c\u2019era in circolazione nulla di simile e forse \u00e8 proprio per questo che ha funzionato, perch\u00e9 \u00e8 riuscita a spiazzare il mercato. Quello che dipinge \u00e8 un panorama veloce e composito, all\u2019interno del quale una Casa Editrice pu\u00f2 faticare a mantenere la sua identit\u00e0. Un piccolo segreto per non perdere le caratteristiche di base consiste nell\u2019ignorare le mode, perch\u00e9 quasi sicuramente passeranno senza lasciare traccia. Una seconda strategia potrebbe poi essere quella di guardare al proprio passato: quando Adelphi \u00e8 nata, nel 1963, il suo campo d\u2019azione era la pubblicazione dei cosiddetti \u201clibri unici\u201d, opere con la caratteristica di non pagare tributo ad alcun tipo di moda, vere e proprie \u201csingolarit\u00e0 editoriali\u201d esemplari per il tipo di autore o per l\u2019argomento affrontato. Mi viene in mente il memoir di un critico letterario inglese del primo \u2018900, figlio del pi\u00f9 acerrimo nemico di Charles Darwin; l\u2019autore aveva scritto anche altro, dei raffinatissimi cataloghi, ma nulla di adatto alla pubblicazione ad eccezione di \u201cPadre e figlio\u201d. \u00a0Era comunque chiaro fin dal principio che questo piccolo gioco, la caccia al tesoro dell\u2019unicum letterario, si sarebbe esaurito e oggi non \u00e8 pensabile tentare di riprenderlo; quel che si pu\u00f2 fare, per\u00f2, \u00e8 mantenere lo stesso sguardo, lo stesso stile nella ricerca dei libri da pubblicare avendo sempre bene in mente quella singolarit\u00e0 da cui siamo partiti. L\u2019unicum pu\u00f2 anche tramutarsi in caso letterario: recentemente Adelphi ha pubblicato diverse opere di Roberto Bola\u00f1o, vero e proprio fenomeno editoriale anche a livello di vendite. Qual \u00e8 l\u2019atteggiamento iniziale davanti ad un caso simile? C\u2019\u00e8 un intuitivo riconoscimento o prevale una certa riflessivit\u00e0, magari proprio legata alla particolarit\u00e0 del libro? Senza bisogno di indorare la pillola possiamo dire che se qualcuno del mestiere, leggendo \u201c2666\u201d di Bola\u00f1o, non ne riconosce immediatamente le potenzialit\u00e0, allora ha decisamente sbagliato professione. Ci sono libri che non lasciano spazio ai dubbi, neppure quando si discostano dal personale gusto di chi ne deve curare la pubblicazione: Don DeLillo, ad esempio, non rientra tra i miei autori preferiti ma il valore dei suoi testi \u00e8 indiscutibile nel panorama della narrativa contemporanea. Tornando a Bola\u00f1o, \u00e8 giusto ammettere che il merito della scoperta non \u00e8 di Adelphi ma di Sellerio, editore con il quale l\u2019autore aveva pubblicato fino a quel momento e a cui siamo subentrati, innescando una reazione inaspettata anche sul mercato. Un caso simile si \u00e8 verificato con Emmanuel Carr\u00e8re, proveniente da Einaudi, che con Adelphi si \u00e8 tramutato in una vera e propria rockstar della letteratura; sono situazioni inaspettate, \u201ceffetti collaterali\u201d tanto felici quanto non programmati sui quali spesso non si ha nemmeno un vero e proprio ruolo. Come nel tennis, certe cose accadono: uguale la palla, uguale il terreno di gioco, eppure a volte si vince e altre si perde. In linea generale, comunque, leggendo un testo non si pensa mai subito alle vendite ma si presta attenzione a certe corde, che nel caso di \u201c2666\u201d hanno vibrato. Il caso di Bola\u00f1o ha portato alla luce alcuni aspetti del lavoro dell\u2019editor, ma lei nasce traduttore. In questo campo uno dei suoi lavori pi\u00f9 conosciuti ed apprezzati \u00e8 senz\u2019altro quella de \u201cLa versione di Barney\u201d, dal romanzo di Mordecai Richler. Che difficolt\u00e0 ha incontrato affrontando un testo cos\u00ec particolare? Nessuna! Ho amato cos\u00ec tanto questo libro da non vedere l\u2019ora di tornare a casa per lavorarci; l\u2019ho terminato in tre mesi, riscrivendo ogni riga come se fossi stato l\u2019autore. Devo ammettere che nella mia vita di traduttore ho avuto spesso la fortuna di imbattermi in opere che ho sentito familiari, per vissuto o per inclinazioni personali. Nel caso di Richler ho simpatizzato da subito con il suo romanzo e questo mi ha permesso di superare con relativa semplicit\u00e0 alcuni ostacoli legati alla resa della particolare comicit\u00e0 dell\u2019autore. Continuando in quest\u2019ambito ambito, per quale motivo in Italia fatica ad imporsi la traduzione intra-linguistica, cos\u00ec frequente invece in altri paesi? Credo dipenda molto dall\u2019autore che si vuole tradurre. Pensiamo a Montaigne: in Francia neppure il pi\u00f9 colto dei letterati riuscirebbe a comprenderlo a fondo leggendone i testi originali, e questo si deve alle importanti modifiche che ha subito la lingua nel corso dei secoli. Nel nostro caso invece, per accedere alla lingua dantesca \u2013 per citare un testo che si potrebbe pensare di tradurre in italiano moderno \u2013 basta un esaustivo apparato di note, come avviene anche per altri autori e altre opere. Il lettore appassionato e lo studioso possono godere del testo leggendolo nella lingua di partenza, mentre il pubblico pi\u00f9 vasto, forse, non sarebbe interessato ad una simile proposta editoriale. All\u2019interno del catalogo Adelphi c\u2019\u00e8 un testo, \u201cTennis\u201d di John McPhee, che potrebbe essere considerato la summa dei suoi due ruoli di editor e traduttore: non soltanto si \u00e8 occupato della versione italiana, ma all\u2019interno dei due racconti ne ha inserito uno del quale \u00e8 autore. Come ha concepito questa idea? \u201cTennis\u201d \u00e8 un testo altissimamente iconico, diventato un capolavoro nel suo genere oltre che un modello per tutta una schiera di autori che trattano di sport e cronaca. Tradurlo \u00e8 stata un\u2019impresa di fenomenale difficolt\u00e0, causata sia dalla mia angosciante preoccupazione di scrivere inesattezze, soprattutto in materia di tennis, sia per la precisione \u201cdemoniaca\u201d del suo autore. Qualunque argomento tratti, McPhee si trasforma nel prodotto della sua analisi, ne assume le sembianze: far perdere al testo questa ricchezza sarebbe stato imperdonabile. Quanto alla costruzione del testo, mi stuzzicava l\u2019idea di raccontarne il making of, soprattutto considerando la tipologia dei racconti. Da una parte abbiamo \u201cLivelli di gioco\u201d, la cronaca romanzata della semifinale di Forest Hills 1968 fra Arthur Ashe e Clark Graebner, mentre dall\u2019altra c\u2019\u00e8 il racconto di Robert Twynam, giardiniere capo di Wimbledon; mi sembrava noioso giustapporre le due parti, cos\u00ec curiosamente diverse tra loro, corredandole solo di una piccola noticina esplicativa finale. Cos\u00ec ho fatto qualcosa che non si fa, mi sono letteralmente messo in mezzo: la mia parte \u00e8 come la disturbante voce che accompagna le immagini del documentario, io spiego quello che \u00e8 stato e che sar\u00e0 ma posso sempre essere silenziato. Nel suo piccolo, anche questa \u00e8 una di quelle piccole idee editoriali a cui accennavo prima e che se usate con criterio possono valorizzare la materialit\u00e0 stessa del libro. Nel caso di \u201cTennis\u201d l\u2019intervento editoriale \u00e8 immediatamente riconoscibile mentre di solito l\u2019editor lavora nell\u2019ombra, incontrando resistenze pi\u00f9 o meno dure da parte degli autori. Tuttavia, nel mercato italiano, \u00e8 riconoscibile la tendenza ad interventi testuali meno invasivi rispetto a quanto accade all\u2019estero. Quali sono e dove vanno cercate, secondo lei, le ragioni di questa differenza? Nello sviluppo storico del settore editoriale o piuttosto nella qualit\u00e0 della scrittura, meno bisognosa di correzioni? Pi\u00f9 che nel percorso storico dell\u2019editoria nei vari paesi, credo che la differenza nell\u2019affrontare il lavoro editoriale sia legata ad un certo modo tutto italiano di considerare la scrittura. All\u2019estero un testo, di qualunque natura e forma, \u00e8 pensato prima di tutto per essere compreso dal pubblico, il pi\u00f9 ampio ed eterogeneo possibile; ci si allena fin dai saggi scolastici, per i quali vengono date indicazioni precise e puntuali, da rispettare in modo tassativo. Questa abitudine evita di concentrarsi sulla forma permettendo di focalizzare l\u2019attenzione sul contenuto, oggetto di critiche e modifiche che vengono accolte senza particolari reticenze. Da noi invece, per dirla con Eggers, il manoscritto italiano \u00e8 considerato \u201cl\u2019opera struggente di un formidabile genio\u201d, espressione dell\u2019interiorit\u00e0 dello scrittore e quindi assolutamente immutabile. Un simile atteggiamento ha ostacolato, almeno all\u2019inizio, la diffusione dell\u2019idea della modifica testuale, cos\u00ec disinvolta invece nei paesi anglofoni. Gli interventi sul testo non devono comunque tradursi con la sostituzione dell\u2019editor all\u2019autore; uno scrittore \u00e8 fatto del modo in cui scrive e lo stile personale necessita rispetto, ma non c\u2019\u00e8 nulla di male a rendere un testo pi\u00f9 comprensibile e scorrevole. Per concludere: cosa cerca Adelphi in un autore contemporaneo? In \u201cWall Street\u201d, film della fine degli anni \u201980, dopo una lunga discussione Gekko si rivolge al suo interlocutore e lo fulmina dicendogli: \u201cBene, ora dimmi qualcosa che non so\u201d. Come il personaggio di Michael Douglas, anche io cerco in un libro qualcosa di nuovo, di sconosciuto. Se devo essere sintetico, vorrei qualcosa in grado di portarmi in un posto in cui non sono mai stato."}