“Nessuno ne uscirà illeso. Nemmeno il lettore.”

Rivelazione, di Anita Shreve

 

La videocassetta che Mike Bordwin, preside dell’Avery Academy, si trova tra le mani, è roba che scotta, e potrebbe distruggere la carriera e le aspirazioni di molte persone, oltre a rovinare per sempre la reputazione di uno dei migliori istituti del Vermont. Perché in quei pochi minuti di filmato si vedono chiaramente tre dei migliori allievi della scuola, tutti promettenti giocatori di basket, mentre hanno un rapporto sessuale con una ragazza giovane. Molto giovane. E palesemente ubriaca.

Così si apre l’ultimo romanzo di Anita Shreve, che, a rischio di deludere i suoi fan, abituati a toni molto più morigerati, sceglie un inizio forte, crudo, sconvolgente. E non a caso decide di lasciare gli abituali dintorni di Boston per ambientare la sua storia in Vermont, uno stato che ha fatto della moralità la sua bandiera: lì fare sesso con una minorenne è considerato reato di violenza sessuale, e le case non hanno tende alle finestre perché da fuori si possa vedere che all’interno non succede nulla di inaccettabile. E forse un po’ moralisti lo diventiamo anche noi lettori, che, alla fine del primo capitolo non esitiamo minimamente a condannare i tre “stupratori”, Silas, J. Punto e Robert, e ad impietosirci per la povera vittima e la sua innocenza perduta.

Ma se c’è una cosa che il romanzo insegna è che niente è quello che sembra.

Usa una metafora, la Shreve. Il ghiaccio nero, che non si vede, perché si confonde con l’asfalto, ma è capace di provocare danni indicibili al guidatore disattento. E il ghiaccio nero ha più responsabilità di quanto non si creda, all’interno della vicenda. E’ la scintilla che dà il via ad una serie di esplosioni sempre più distruttive, in una catena drammatica di eventi che porteranno all’epilogo impensabile, e, allo stesso tempo, inevitabile.

No man is an island, e non c’è azione che rimanga senza conseguenze, quindi. Il tema è piuttosto inflazionato, ma la Shreve ha saputo affrontarlo con un’abilità che rende il suo libro qualcosa in più del solito romanzo. Ha preso il concetto di molteplicità dei punti di vista e l’ha portato all’estremo, e in questo senso, le conseguenze della bravata da una notte si sono trasformate in un pretesto per una catabasi distruttiva spettacolarizzata (un’Espiazione), in cui tutti vogliono dire la loro, e tutti hanno una spiegazione per ciò che è accaduto.

L’intuizione geniale dell’autrice è stata regalare a tutti quanti una voce, uno stile, dei tratti, uno o più capitoli. E in questo modo, ognuno ha i suoi cinque minuti di celebrità, per dirla alla Andy Warhol.

Dai protagonisti (Mike, Anna, Silas), ai personaggi minori (custodi, infermiere, camerieri), tutti hanno diritto di parola. Ed è solo grazie a questa molteplicità di sguardi che il lettore, nella sua prospettiva privilegiata, può giungere alla verità.

Sarà ancora più doloroso assistere impotenti all’ineluttabilità del destino, pur sapendo che sarebbe bastato un gesto, o anche solo una parola per cambiare la situazione. Imbavagliato nella condizione straniante di esterno (per quanto riceva le confidenze e le testimonianze di tutti), il ruolo del lettore si limita a quello di fruitore passivo, di confessore, sconvolto dal peso dei segreti che ha ascoltato, ma senza possibilità di agire.

Quando gli eventi precipitano inesorabili verso la tragedia finale, sa cosa succederà, e come sarebbe stato facile evitare che accadesse. E rimanere orfani di una voce – la più importante – lascia tanto amareggiati da non sapere più a chi rivolgersi, né a chi dare fiducia, in quel microcosmo di esseri egoisti che non riescono a percepire il potenziale distruttivo delle loro azioni.

Nemmeno l’epilogo lascia posto ad una possibilità di cessazione del dolore. Lui, il responsabile – la scintilla – non può che abbandonarsi ad una vita di quieta disperazione, sempre alla ricerca di quel sentimento che ha potuto solo toccare, per un attimo, prima di essere punito per la sua superba ricerca di quella felicità perfetta.

Al lettore non rimane che un’ultima consolazione: la verità, da guardare negli occhi. La voce di chi è sempre rimasto in secondo piano, e che ora non ha più niente da perdere ed è disposto a raccontare la vicenda senza tralasciare i particolari. Un epilogo così simile al prologo, nei fatti, ma non nella sostanza. Perché ora sappiamo cosa c’è dietro, e non osiamo puntare il dito, né tantomeno colpevolizzare.

Comprensione: questa è la chiave.

 

 

(di Viola Tavazzani)