Recensione de “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio

“Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte” è uno degli insegnamenti che il padre di Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di Gabriele D’Annunzio (Mondadori 2004, pp. 342, € 8), avrebbe lasciato al figlio, il quale fa di tutto per metterlo in pratica, fino a renderlo la vera chiave della propria esistenza, nonché il motto di un’intera stagione culturale.
Attraverso le vicende narrate dall’autore, si viene infatti riportati nel mondo della Roma aristocratica di fine ‘800 (la prima edizione del libro è del 1889). Un mondo chiuso in se stesso, ostinatamente superbo e fiero di sé, lontano dalla borghesia e privo di valori solidi e quindi destinato all’autodistruzione.
Andrea Sperelli, nei cui tratti non è difficile scorgere numerosi richiami all’autore e alla sua biografia, è il perfetto modello del nobile decadente, dedito al culto di ogni forma di bellezza e vanità; un esteta sulla stessa linea del Des Esseintes di Huysmans e del Dorian Gray di Wilde.
D’Annunzio, con stile magniloquente e sapientemente ricercato, descrive ogni gesto, ogni oggetto, ogni sensazione provata dal protagonista come dettagli non secondari di un’esistenza in continua tensione verso la perfezione, vissuta nell’incessante tentativo di appagare ogni desiderio e ogni piacere.
Anche la parola scritta sembra quindi smettere la semplice funzione di mezzo comunicativo e diventa elemento integrante di questa ricerca estetica. Le descrizioni degli ambienti, della natura, dei colori e dei profumi, su cui D’Annunzio si sofferma puntualmente, ne sono la prova più evidente, così come le numerose e travagliate vicende amorose di Sperelli, lontane dall’essere guidate da reali sentimenti, offrono la visione di un’esistenza vuota, condotta al solo scopo di soddisfare i sensi, e saranno per il giovane la vera causa dello sgretolarsi di ogni sogno.
E non è perciò un caso che sin dalla frase d’inizio del romanzo, “L’anno moriva, assai dolcemente”, entrata ormai nella memoria collettiva, si percepisca subito l’idea di una fine. Non però repentina, ma una lenta, quasi impercettibile, nobile decadenza.
Tutti questi elementi fanno de Il piacere il miglior risultato della produzione dannunziana più strettamente legata alla fase edonistica.

Roberto Pancani