La vana ricerca di autenticità degli Indifferenti

di Elena Spadiliero

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: “Se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
ANTONIO GRAMSCI
 
Quando concepisce Gli indifferenti nel 1925, Moravia intende comporre una pièce, un lungo racconto con una struttura teatrale, un’unità di tempo, di luogo e con pochissimi personaggi. La vicenda conta cinque protagonisti, si svolge principalmente in casa Ardengo e dura un paio di giorni. La trama è molto semplice: il romanzo è costituito in gran parte dalle riflessioni dei due fratelli, Carla e Michele e dalle loro relazioni con gli altri tre soggetti coinvolti nella narrazione ossia Mariagrazia, Lisa e Leo. I tre adulti hanno una funzione fondamentale nel racconto in quanto è proprio il loro modo di pensare convenzionale a suscitare in Carla e Michele i velleitari tentativi di fuga da una realtà a cui non vogliono appartenere e sono proprio questi tentativi che costituiscono l’elemento centrale del romanzo. Il malessere di Carla è legato soprattutto agli atteggiamenti puerili della madre, mentre i monologhi interiori di Michele scaturiscono dal suo rapporto con Leo.
Mariagrazia, Leo e Lisa appartengono da tempo ad un sistema borghese ben definito e immutabile di cui hanno accettato valori e norme di comportamento. Le dinamiche che governano i rapporti all’interno di questo sistema hanno le loro fondamenta nella politica del “possesso” che si esplica attraverso il sesso (il possesso delle persone) e il culto del denaro (il possesso di beni materiali). Prendiamo il personaggio di Mariagrazia: l’ipoteca sulla sua casa sta scadendo e c’è la possibilità che lei e i figli debbano abituarsi ad uno stile di vita più modesto, se non povero. Questo per la donna è inconcepibile, dal momento che ha sempre coltivato nei confronti delle classi disagiate un sentimento di disprezzo («non aveva mai voluto sapere di poveri e neppure conoscerli di nome, non aveva mai voluto ammettere l’esistenza di gente dal lavoro faticoso e dalla vita squallida»). Per evitare la povertà si affida alla sua relazione con Leo, nella speranza che l’antico legame la salvi dal suo futuro incerto. Da parte sua, Leo non è moralmente migliore della donna in quanto non esita a sedurre Carla, nonostante la consideri la sua quasi figlia. Infine c’è Lisa, descritta come una donna di facili costumi, già amante di Leo prima di Mariagrazia. Nel romanzo afferma di cercare un amore puro, un rapporto che la riscatti dal passato torbido di cui è stata protagonista e per il ruolo dell’amante innocente vede un candidato perfetto in Michele. Tuttavia anche nei confronti del ragazzo la donna risponde a dei semplici istinti fisici, anche se all’inizio cerca di dare un tono lirico, più che romantico, alla relazione.
L’indifferenza di Mariagrazia, Lisa e Leo si esplica nel non porsi domande circa la loro esistenza: essi mancano completamente di spirito critico e dignità umana, non si interrogano sui meccanismi che stanno alla base di certi comportamenti, sanno che le cose vanno da sempre in un determinato modo e che perchè la fragile struttura sociale in cui vivono continui ad esistere e a funzionare correttamente è necessario che tutto resti immutabile e che non vi siano elementi di disturbo in un sistema così ben architettato.
Dall’altra parte, Carla e Michele rappresentano l’altro polo del romanzo. Sono l’anima del racconto in quanto costituiscono un tentativo di ribellione sull’indifferenza e il conformarsi allo spirito borghese del tempo. Tuttavia, alla fine, i loro sforzi di emancipazione falliscono miseramente. Carla, stanca delle parole e delle situazioni sempre uguali e squallide e vittima di uno stato di prostrazione mentale, decide di andare a letto con Leo dal momento che vede in quest’azione l’unica via di fuga dalla sua esistenza monotona che rischia di annientarla. Michele, a sua volta, è il più indifferente di tutti: vorrebbe odiare Leo, ma non ci riesce. Essendo l’uomo un esempio palese di immoralità e squallore, il ragazzo lo prende di mira, sperando di riuscire a scuotersi dall’inerzia che lo invade, ma invano. In più, tutti si rendono conto dell’incapacità di Michele ad agire: quando trova Lisa e Leo insieme, e se ne va fingendosi sdegnato, Leo tranquillizza la donna affermando «tornerà, non temere. Lo conosco, non è di quelli che fanno le cose sul serio». Lisa stessa, dopo aver confessato a Michele che Carla e Leo sono amanti, non crede che il ragazzo abbia davvero intenzione di far del male a Leo. Come sottolineato nell’introduzione di Edoardo Sanguineti all’edizione Bompiani del romanzo, il percorso dei due fratelli procede nella stessa direzione per tutto il racconto: entrambi sono vittime dell’indifferenza ed entrambi, per vie diverse, cercano di riscattarsi. Tuttavia, le loro strade si dividono alla fine del romanzo: Michele tenta di uccidere Leo, senza riuscirci. Inoltre, per lui è impossibile raggiungere quella sincerità alla quale aspira per tutta la storia. Se tenta una qualche forma di ribellione, il destino stesso sembra accanirsi contro di lui e ricondurlo al suo stato d’apatia: quando offende Leo, affermando che è un mascalzone, e gli viene ordinato dalla madre di porgere le sue scuse all’uomo, finisce per obbedire. Quando cerca di colpirlo con il posacenere, fallisce nel suo tentativo e colpisce la madre che si è messa in mezzo. Ripensando all’episodio del lancio del posacenere, Michele si rende conto che «l’uomo che egli doveva odiare, Leo, non si faceva abbastanza odiare. La donna che doveva amare, Lisa, era falsa, mascherava con dei sentimentalismi intollerabili delle voglie troppo semplici ed era impossibile amarla».
Bisogna anche dire che l’indifferenza è l’unico strumento che Michele può adottare per difendersi dalla situazione in cui cadrebbe se non fosse indifferente: o si è indifferenti alle cose o le si accettano e si diventa come Mariagrazia, Lisa e Leo. Non viene contemplata l’idea di una non accettazione di un sistema come opposizione all’accettazione del sistema stesso, in quanto l’essere nati in un determinato contesto, in una determinata famiglia, è una maledizione per i fratelli Ardengo, una specie di “vizio d’origine” per cui qualunque azione al di fuori di questo sistema o contro questo sistema risulterà essere sempre e comunque vana. Non è possibile cambiare la propria condizione rimanendo nello stesso ambiente in cui la situazione stessa si è creata: per Carla e Michele l’unico modo per assumere un atteggiamento di non accettazione di determinati modelli, sarebbe quello di abbandonare la famiglia, lo stile di vita in cui sono cresciuti e scegliere un’esistenza completamente nuova. Tuttavia i due fratelli mancano della forza di carattere fondamentale per questa trasformazione per cui alla fine nulla cambierà. Carla arriva a comprendere che il darsi a Leo non è servito: «Sono andata con lui…. ho fatto questo, capisci? Per questa nuova vita… Ora mi accorgo, invece, che nulla è cambiato: meglio allora non far più tentativi, restar così». La ragazza accetta amaramente la sua condizione: sposerà Leo perché è stanca di esaminare se stessa e gli altri e reputa inutile affannarsi a cercare delle vie di fuga.
La storia di Carla è la storia di un difficile adattamento, comunque riuscito, alla società borghese, mentre quello di Michele è il racconto di un adattamento mancato, in quanto manca dello spirito necessario per realizzare una svolta sincera e definitiva, non dispone di autentici modelli morali a cui fare riferimento e che lo aiutino in tale impresa e, mentre mentalmente continua a rifiutare il gioco imposto dalla società, alla fine è costretto a deporre le armi e a rassegnarsi.
Mi fermo qui, anche se ci sarebbe molto altro da dire. Ho scritto questo articolo con l’intenzione di consigliarvi un libro ben scritto, al di là dei messaggi che l’autore voleva trasmettere pubblicandolo. Comunque, la critica ad un sistema statico e privo di valori e il puntare il dito contro l’inerzia mentale ed intellettuale di certe classi sociali è fortemente presente in tutto il racconto e sicuramente spinge un lettore a riflettere. Mentre leggevo questo romanzo mi sono chiesta se la forma di indifferenza provata da Michele fosse possibile, se un essere umano possa essere davvero in grado di raggiungere un atteggiamento totalmente stoico (perché qui si parla di COMPLETA stoicità, non indifferenza solo per certe cose o per certe persone) rispetto alle situazioni o se il personaggio di Michele fosse più un modello “dell’ indifferente ideale” costruito dall’autore. Inoltre, nel libro si continua a sottolineare il fatto che la disperazione di Michele deriva proprio dal suo essere indifferente a tutto e a tutti; tuttavia la disperazione, qualunque sia il motivo che la genera, è sintomo di coinvolgimento più che di indifferenza: se davvero Michele fosse indifferente come egli stesso afferma di essere, cosa gliene importerebbe dell’indifferenza stessa, perché cercare di “sentire” qualcosa a tutti i costi? Ci si può chiedere se Michele, più che indifferente, non sia semplicemente un debole, una persona la cui incapacità non sta solo nel non riuscire a realizzare un determinato progetto di vita, ma anche nel non riuscire a sviluppare in modo profondo quello che sente in quanto i suoi sentimenti, sia quelli positivi che quelli negativi, sono fragili come la sua personalità. Naturalmente queste sono riflessioni individuali che mi nascono spontanee leggendo il libro, è chiaro che ciascuno offre la sua personale interpretazione di un fatto, di un personaggio e del suo modo d’agire nella storia. Ad esempio, io mi sono posta delle domande anche circa l’immoralità di Leo Merumeci. Egli è assolutamente disonesto per quanto riguarda la questione della vendita della villa e il suo tentativo di truffare gli Ardengo è deplorevole. Ma per quanto riguarda la sfera umana, i vizi di Leo non sono peggiori di quelli degli altri personaggi del racconto. L’uomo non è un esempio di virtù, ma in realtà Carla stessa non è completamente una sua vittima, intanto perché non si tratta di una bambina ma di una ragazza di ventiquattro anni; in secondo luogo, l’unico vero problema della donna non è Leo, ma la stessa incapacità a vivere che dimora anche in Michele, per cui ella non è in grado di cercare delle reali soluzioni al problema della sua esistenza. Leo è a portata di mano, tuttavia al suo posto avrebbe potuto esserci qualunque altro uomo con qualunque altro nome.
In conclusione, invito tutti a leggere e a riflettere su questo romanzo nella ferma convinzione che i messaggi contenuti i questo libro siano di forte attualità e che l’esistenza legata alle convenzioni sociali, l’inettitudine all’azione ma soprattutto l’incapacità di prendere posizioni sincere e leali verso se stessi e verso gli altri, siano problemi e argomentazioni di ieri come di oggi e che per questo motivo meritino, anche grazie alla lettura di un testo come Gli indifferenti, una riflessione più approfondita da parte nostra.