XXIV Salone Internazionale del Libro – Torino, 13 maggio 2011

Io non sono un’appassionata di fumetti, né tanto meno un’estimatrice di super eroi made in Usa, ma per un giorno, lo confesso, ho ardentemente desiderato avere un qualche potere che mi consentisse di spostarmi volando da un punto all’altro, un po’ come Superman, o di balzare qua e là come l’Uomo Ragno. Invece, nulla di tutto ciò. Ho affrontato la mia prima visita al Salone Internazionale del Libro di Torino con le sole, e inadeguate, forze umane.

Questo significa che non ho visto tutto, che ho perso il 99% delle conferenze, che ho mancato l’appuntamento con autori importanti, che quel piccolo editore interessantissimo mi rimarrà ancora sconosciuto. Tuttavia, la mia giornata all’Oval è stata un successo.
Dopo aver accantonato le smanie irragionevoli di ubiquità, il Salone mi si è svelato nella sua vocazione forse più vera: quella di incuriosire. Se all’inizio della visita l’incontro con gli stand di editori importanti ha avuto un effetto rassicurante, dandomi la piacevole sensazione di essermi raccapezzata e orientata, è stato solo perdendo la strada che questa kermesse editoriale ha mostrato il suo volto più vivace.
Guidata dallo spirito del promeneur (decisamente non solitario!) il vagabondaggio mi ha riservato scoperte divertenti come quella dell’editore peruviano Luis Enrique Pereyra Espinoza, specializzato nella produzione dei libri più piccoli del mondo. Il suo catalogo spazia da raccolte di aforismi a riflessioni sull’amore e la felicità, passando per testi dedicati al miglior amico dell’uomo, fino ad arrivare alla Bibbia e all’Iliade in versione intergale, il tutto nello spazio ridottissimo di pochi centimetri. Fatto salvo il contenuto più o meno autorevole dei volumetti, il dato più sorprendente di queste pubblicazioni è l’accuratezza tecnica: i colori brillanti, i caratteri minuscoli ma estremamente chiari, e la rilegatura realizzata attraverso cucitura ne fanno quasi delle piccole edizioni di lusso, sicuramente delle attrazioni. Non a caso questo mi è sembrato uno tra gli stand più affollati di visitatori compratori.
I libri dunque, tanto in libreria quanto al Salone di Torino, lottano con diversi stratagemmi per ottenere la loro visibilità e il tanto sospirato acquisto. Credo fosse questo anche l’intento dell’editore Marco Tropea quando ha deciso di mettere bene in evidenza il romanzo di Lewis Crofts, Il pornografo di Vienna. Il testo non è una novità del suo catalogo: pubblicato per la prima volta nel 2008, è stato riproposto quest’anno con una nuova copertina, per certo meglio riuscita e più incisiva della prima, forse anche per la scelta del colore rosso. Sarà per questo, sarà per il ritratto intrigante di Egon Schiele che mi guarda, la rivisitazione dell’elemento paratestuale ha su di me l’effetto desiderato. Mi avvicino per capire meglio di che si tratta.
Il titolo, al contempo così forte e così facile, fa riferimento all’accusa di pornografia che nel 1912 viene rivolta all’artista viennese, di cui Lewis Crofts decide di ripercorrere la vicenda umana e pittorica nel suo romanzo d’esordio. Sfoglio il testo, per poi riporlo, in qualche modo disturbata dall’epiteto che la copertina usa per attirare, ma che pure ha catturato anche me.
Mi allontano pensando a Schiele, alla sua vicenda di uomo tormentato, a quel titolo che ne appiattisce la complessità e alla mia connivenza coatta.
Pochi stand più in là, mi imbatto in un editore di cui mi sembra di riconoscere i libri. Non ricordo però il suo nome, che devo leggere affisso: Crocetti. Ritrovo sul banco un libro di poesie, copia esatta di quello che conservo nella mia libreria e che ho acquistato qualche anno fa, affascinata dalla sua elegante veste bianca e da un titolo promettente: Poesia d’amore del Novecento. Il testo è una miscellanea di componimenti italiani e stranieri del XX secolo e raccoglie nomi noti: Lamarque, Rilke, Prévert, Neruda, D’Annunzio; e meno noti: Sexton o Senghor. Il mio libro è ormai consunto, l’ho riletto molte volte, portandomelo a spasso qua e là, immagino anche in maniera distratta, se la quarta di copertina porta il segno di una tazza di caffè.
Il legame affettivo con questa raccolta mi trattiene e mi porta a perlustrare altri titoli di questo editore, il cui lavoro affonda le radici nell’amore per la poesia da una parte, e nella conoscenza del mondo culturale e letterario greco dall’altra. Il catalogo Crocetti infatti si divide in due sezioni portanti, la poesia e la narrativa, dove la prima è organizzata in tredici collane e la seconda in tre, ciascuna caratterizzata dal logo stilizzato di un vaso greco. Sia l’una che l’altra sezione riservano un’attenzione particolare alla produzione ellenica, che Crocetti può fregiarsi di aver introdotto per primo nel panorama italiano: suo è infatti il merito di aver fatto scoprire al pubblico di casa nostra un poeta come Kostantinos Kavafis e di tenere vivo l’interesse per la narrativa greca.
I piccoli editori sono quelli che per forza e per virtù battono i sentieri meno frequentati e che talvolta hanno le idee più ingegnose, e incredibilmente più economiche, anche in fatto di promozione. Passando per lo stand di Marcos y Marcos ho trovato uno strano mazzo di 35 carte sparse sui libri in esposizione: si tratta di una selezione dei titoli più in vista del loro catalogo, proposto al lettore in un modo inedito, direi scomponibile e intercambiabile, sicuramente giocoso. Ogni carta, rifacendosi alla tradizione delle figure delle carte da gioco genovesi e lombarde, riproduce la copertina del libro in versione speculare. Non resisto e chiedo ai ragazzi di Marcos y Marcos di poter prendere una di queste carte colorate, attirata dalla loro bellezza grafica: la mia scelta è caduta sul cartoncino azzurro di Pedro Lemebel, Ho paura torero, pieno di farfalle. Sul retro un breve sunto del libro e, per incuriosire, il suggerimento di un’altra opera dello stesso autore.
Contenta in modo fanciullesco per quest’ultimo omaggio, la mia visita si conclude con la conferenza “Italia tra le righe: il catalogo dei lettori. I consigli sui libri di unità e identità italiane”. Un parterre di quindici lettori illustri ha il compito di spiegare, in soli tre minuti, la scelta di un libro rappresentativo dei nostri 150 anni di unità nazionale: una sorta di catalogo parallelo a quello ufficiale (e discusso) stilato dal Salone.
Il tempo ridotto degli interventi dà alla conferenza un ritmo vivace e mai noioso, complice anche l’effervescenza e l’originalità di alcuni contributi. Accanto a titoli noti e fondanti per la nostra storia letteraria come I Viceré (Mario Baudino), Una questione privata (Gian Luigi Beccaria), Il partigiano Johnny (Luciano Gallino), Pinocchio e Cuore (Carla Ida Salviati), alcuni relatori scelgono di riportare all’attenzione del pubblico casi editoriali meno conosciuti o frequentati, ma non per questo meno significativi. Così Stefano Mauri decide di illustrare un manuale scolastico di storia contemporanea ricordando il decisivo apporto dell’istruzione alla costruzione di una coscienza nazionale; Mauro Salizzoni parla del libro di Davide Lajolo, Il “voltagabbana”, il cui titolo ricorrerà fin troppo spesso nella cronaca degli ultimi decenni; Gabriele Vacis sconfessa il romanzo di Rocco e Antonia, Porci con le ali quale manifesto di una trascorsa generazione di giovani (la sua) e al suo posto propone il testo di Enrico Paladini, Boccalone; ancora, Stefano Salis cita l’Atzeni del Figlio di Bakunin come alto esempio di riflessione sulla letteratura e del suo rapporto con la realtà; infine Ginevra Bompiani rimpiange l’ispirazione fantastica, difettosa nella letteratura contemporanea nostrana, di Anna Maria Ortese nel suo L’iguana, mentre Margherita Oggero ricorda un’altra grande scrittrice italiana, Elsa Morante con Menzogna e sortilegio.
L’intervento che però più di tutti mi commuove e coinvolge è quello di Federico Rampini che in tre minuti (che vorrei diventassero trecento) parla del Sistema periodico di Primo Levi, della grazia asciutta ed educata della sua scrittura e della polvere di stelle. E, con dolore, ripenso alla tromba delle scale di un’abitazione torinese.
Non ho visto tutto, non ho seguito tutto, è vero. Eppure la mia visita è stata un successo.