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Il pane perduto – La memoria di Edith Bruck

La scrittrice

 

Edith Bruck, scrittrice e poetessa ungherese naturalizzata italiana, oggi residente a Roma, per anni ha vagato in cerca di una patria e di una identità. Il suo libro Il pane perduto, pubblicato nel gennaio di quest’anno dalla casa editrice La nave di Teseo, candidato dai lettori della domenica, figura nella dozzina dei semifinalisti del Premio Strega 2021. Ancora una volta la scrittrice, testimone della Shoa, ci apre la porta dei suoi ricordi e non ci lascia soli, ma ci offre la sua mano in un viaggio lungo e doloroso.

Il libro si apre con una poesia di Nelo Risi – poeta e regista italiano, per anni compagno di vita e di intelletto dell’autrice, scomparso nel 2015 – posta in esergo, come chiave interpretativa e riassunto di ciò che verrà dopo:

 

La storia

quella vera

che nessuno studia

che oggi ai più dà soltanto fastidio

(che addusse lutti infiniti)

d’un sol colpo ti privò dell’infanzia

 

La morte

 

Tanto tanto tempo fa c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida.

 

Il racconto comincia in terza persona, con la leggerezza delle parole di una bambina, la più piccola e non desiderata, ma amata, di una famiglia numerosa. Ditke va a scuola, ha qualche amica, una sorella maggiore, Judit, che sarà per lei gemella e madre e che le è molto cara, e un grande amore per la poesia, molti sorrisi da offrire e progetti per il futuro. Ditke però ha una colpa, è ebrea.

La protagonista comincia raccontando sé stessa, le sue stranezze e peculiarità e le sue speranze, la povertà della sua casa, la religiosità della madre, l’importanza e l’incertezza del pane e della fede. Nella piccola città dell’Ungheria, dove la sicurezza sembra essere garantita, ben presto tutte le certezze vengono meno e la grande famiglia si disperde. I suoi membri sono bruscamente separati. Solo Ditke e Judit riescono a rimanere unite, tra le domande, che si pongono reciprocamente senza risposta, e il terrore.

Da qui le vicende della protagonista, ormai privata persino del suo nome, passano in prima persona, accelerano e prendono vita; man mano che la bambina scalza, che saltava e rideva, si avvicina alla morte.

 

“Mi hanno separata dalla mamma, la mamma, la mamma” ripetevo mentre venni spogliata, e cadevano le mie trecce con i fiocchi e venivo rasata, disinfettata, rivestita con una lunga palandrana grigia, zoccoli di legno ai piedi e sul collo appeso un numero: 11152, da allora il mio nome.

 

L’infanzia è tranciata via con brutalità, così come ogni segno di innocenza, prima dalla povertà, poi dalla paura e, fin troppo presto, dalla consapevolezza che la religione non era una scelta di libertà o l’ebraismo una possibilità concessa a tutti. Nel 1944, in Europa, non era una possibilità concessa a nessuno. Ditke e Judit l’avevano capito.

 

Sembrava l’esodo dall’Egitto senza un Mosè, senza che apparisse l’Eterno, e invece del Mar Rosso si aprirono con un rumore lacerante i vagoni per bestiame, e la mandria umana veniva spinta dentro con violenza.

La vita

 

Le vicende narrate sembrano toccare l’irrealtà, ma fanno rabbrividire. I giorni trascorsi nel campo pesano, diventano mesi, anni… Tutto è descritto: l’incapacità di reagire, il terrore, l’abbandono, la repulsione per se stessi e i propri simili, la bestialità – quella degli aguzzini e quella delle vittime, rese bestie dalla crudeltà subita. E poi l’eredità lasciata dal dolore, l’impeto del rancore e la necessità del perdono, il senso di perdita, il peso della sopravvivenza. Infine, il potere della scrittura, zavorra e àncora di salvataggio, che Ditke afferra «per necessità, per respirare».

Da qui la liberazione, solo fisica, e il sofferto percorso di riavvicinamento alla vita, il bisogno di percepirla di nuovo, con tutti i mezzi: nella speranza della Terra Promessa, nei pellegrinaggi per l’Europa alla ricerca di un luogo, fino all’Italia, dove il calore del sole finalmente riesce a scaldare quella bambina di tredici anni, ora adulta.

 

La testimonianza

 

La scrittrice narra un episodio che non è né romanzo, né finzione, ma cronaca, documento. È un resoconto netto di ciò che è stato, scandito dalla tenerezza degli affetti familiari, così puri e, allo stesso tempo, instabili, cercati e sofferti.

Di tutto questo tratta Il pane perduto, una narrazione intensa che percorre la vita della protagonista, che da sessant’anni – alla soglia dei suoi novanta, con la vista che si fa opaca – invoca con decisione la forza della sua voce portatrice di verità e il tempo per utilizzarla ancora una volta. Perché ciò che è accaduto non si ripeta; perché ciò di cui l’uomo si è macchiato verso il suo fratello non vada dimenticato. Perché la voce dei sopravvissuti, la voce di Edith Bruck abbia eco, risonanza e si faccia messaggio, si faccia grido, per tutti coloro a cui questa possibilità è stata negata.

Non un consiglio di lettura, ma una testimonianza toccante che merita di essere ascoltata. Il pane perduto porta con sé il peso della memoria. È una promessa fatta con un filo di voce, tra le lacrime – in un passaggio narrato nel libro – agli uomini quasi senza vita che alcune donne, tra cui Dikte, furono costrette, dagli ordini inumani dei soldati, a trascinare, trasportandone i corpi scheletrici fino alla tenda della morte. Una implorazione: «Racconta, non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi».

 

Stefania Malerba