L'acqua del lago non è mai dolce
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L’acqua del lago non è mai dolce – La dozzina | Recensione

È L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito l’unico titolo Bompiani ad aggiudicarsi un posto nella dozzina del LXXV Premio Strega. L’autrice romana, classe 1988, già autrice del romanzo La Grande A (Giunti 2016, Premio Bagutta opera prima, Premio Berto e Premio Brancati giovani), racconta una storia che non vuole essere né biografia, né autobiografia, né autofiction.

La Caminito ci dà un’immagine del lago che è tutto meno che idilliaca: fangoso, ambiguo, inquinato, riesce, però, ad attrarre a sé Gaia, la protagonista, in un modo misterioso. Attorno al lago roteano diverse realtà a cui la bambina spesso fatica a stare dietro, che plasmano il suo carattere in maniera non sempre positiva. La sua ricerca di un posto nel mondo diventa, così, opprimente e sfiancante; in un susseguirsi anaforico di riflessioni, L’acqua del lago non è mai dolce ci racconta le sue incertezze.

Quello che ho fatto per anni è stato mentire, discutere, litigare, esprimermi senza parole, fare capricci, fare ammenda solo per finta, incaponirmi, sentirmi derisa, combattere ogni detrattore, ogni infamia, ogni mancata attenzione […]
Quello che ho fatto per anni è stato rimanere dove ero, stesso posto, stessa ora, stesso ruolo, stessa faccia, ad attendere i miei diciotto anni come s’aspetta una profezia, l’arrivo di una tempesta, il crollo di un muro.

 

La trama

L'acqua del lago non è mai dolce

I dintorni del lago di Bracciano negli anni Duemila sono la cornice della difficile crescita della bambina protagonista, Gaia. Gaia viene trapiantata in una casa popolare dalla madre Antonia, una figura severa, inquadrata, con un modo tutto suo di interpretare il riscatto sociale. Riscatto che riversa sull’unica figlia femmina sotto forma di pressioni e divieti, mentre Gaia annaspa in cerca di soluzioni al suo malessere. Mentre cerca di difendersi dai bambini privilegiati che la prendono di mira, la bambina sviluppa dentro di sé una frustrazione che la accompagnerà fino all’età adulta.

Il lago diventa, così, la metafora degli ostacoli che la protagonista dovrà affrontare: alcuni attraversandoli, altri circumnavigandoli. Quando si tratta, però, di tirare le somme, Gaia non potrà che sentirsi vittima di una generale ingiustizia sociale. Gaia non appartiene a nessun luogo, né al liceo da ricchi a cui l’ha iscritta la madre, né alle case popolari di Anguillara Sabazia. Questa non appartenenza la rende un’outsider, fra sfoghi di violenza inaspettati e gesti plateali, quando il suo essere invisibile diventa insopportabile.

 

Le donne del romanzo

Il romanzo, dice l’autrice nelle note finali, «nasce per raccontare tre donne attraverso tre personagge a loro ispirate». Saranno loro a dare vita a uno scenario colmo d’inquietudine, in cui l’essere donna diventa uno svantaggio da arginare. La storia, reale, di queste donne, dà il la per parlare di disturbi alimentari, di violenza, di femminicidio, ma anche di ingiustizia sociale. Queste personagge sono complesse, tormentate, mai ridotte a luoghi comuni, sanno cosa vogliono e lottano per ottenerlo.

È la prima volta che qualcuno mi fa questa domanda: cos’è che voglio? Nessuno finora s’è proposto d’esaudire un mio desiderio, tutti hanno dato per scontato che io fossi contenta così, che non avessi niente da domandare, niente da aggiungere alla mia vita.

 

Roberta Frigeni