{"id":3994,"date":"2019-06-24T13:22:09","date_gmt":"2019-06-24T11:22:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/?p=3994"},"modified":"2019-06-24T13:22:12","modified_gmt":"2019-06-24T11:22:12","slug":"cervo-ti-strega-cronache-della-cinquina-dalla-liguria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/cervo-ti-strega-cronache-della-cinquina-dalla-liguria\/","title":{"rendered":"Cervo ti Strega &#8211; Cronache della cinquina dalla Liguria"},"content":{"rendered":"\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p><em>E svuotarmi cos\u00ec d&#8217;ogni lordura<\/em><br \/><em>come tu fai che sbatti sulle<\/em><br \/><em>sponde tra sugheri alghe<\/em><br \/><em>asterie le inutili macerie<\/em><br \/><em>del tuo abisso<\/em><\/p><cite>Eugenio Montale, <em>Ossi di seppia<\/em><\/cite><\/blockquote>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Arrivo a Cervo nel primo pomeriggio, e questo \u00e8 il primo luogo in cui\nmi fermo. Una proda di ciottoli che degrada scorbutica verso il mare, il\nmuraglione di mattoni alle spalle accoglie la targa dedicata a Montale. Cinque\nversi di una poesia minore di Mediterraneo, sezione intermedia degli <em>Ossi di seppia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignright\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"300\" height=\"204\" src=\"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Cervo.jpg\" alt=\"Cervo\" class=\"wp-image-3997\" srcset=\"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Cervo.jpg 300w, https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Cervo-24x16.jpg 24w, https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Cervo-36x24.jpg 36w, https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Cervo-48x33.jpg 48w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La spiaggia \u00e8 presa d&#8217;assalto da pensionati rosi dal sole, torme di bambini urlanti si equilibrano sulle pietre. Secchiello e retino in mano, braccano granchi e polpi negli anfratti schiumosi tra gli scogli. Dietro, oltre il muraglione, sale e risplende il borgo di Cervo, con le sue case abbarbicate sulla collina, arrampicate intorno alla chiesa di San Giovanni Battista. Dedicata al patrono del paese, \u00e8 in verit\u00e0 conosciuta come Chiesa dei Corallini, perch\u00e9 la sua costruzione fu finanziata con i proventi della pesca del corallo, lo stesso corallo che nel XIV secolo attir\u00f2 le scorrerie dei pirati saraceni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi l&#8217;economia del borgo \u00e8 rivoluzionata, non si basa pi\u00f9 sul pescato.\nFioriscono bed and breakfast per i budelli del centro, inerpicati per le scale\npi\u00f9 assurde, giustificate dal panorama mozzafiato che assicurano le terrazze. \u00c8\nsufficiente aggirarsi pigramente qualche minuto su e gi\u00f9 per la collina per\nincrociare tedeschi e russi, qualche inglese e, in bassa stagione, anche una\ndiscreta delegazione belga. Gli abitanti si aggirano sui duemila, tra giugno e\nsettembre. Il resto dell&#8217;anno rasentano la centinaia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da sei anni il premio Strega ha eletto Cervo la citt\u00e0 della cinquina.\nDa sei anni gli autori finalisti si ritrovano qui, sul sagrato della Chiesa dei\nCorallini, per parlare di libri in una torrida sera di fine giugno. Ci sono\neditor e addetti stampa, giornalisti e personalit\u00e0 di spicco del panorama\nculturale, e poi il direttore della Fondazione Bellonci, qualche carica\npolitica minore e ovviamente loro, gli scrittori. Arrivano solo all&#8217;ultimo,\navvolti dall&#8217;oscurit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certo di questo, mi avvio verso il paese che \u00e8 gi\u00e0 scuro. Lungo\nl&#8217;Aurelia sorprendo, accostata appena al marciapiede, una Classe A opaca. Il\nmotore \u00e8 acceso e il guidatore ha un&#8217;aria scocciata, picchetta le dita sul\nvolante. La ragazzina sgorga da un angolo buio della statale, \u00e8 fasciata in un\nlungo abito blu notte e stringe la pochette forte contro il busto. Non pu\u00f2\navere pi\u00f9 di diciotto anni, il guidatore \u00e8 sulla cinquantina. Le apre la\nportiera con sufficienza, senza neppure guardarla. Partono sgommando, lasciando\nuna virgola nera sull&#8217;asfalto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ritrovo la macchina una decina di minuti dopo, nel parcheggio a\npagamento della vecchia stazione, dove i treni ora non fermano pi\u00f9. Mi\narrampico sino alla piazza della chiesa, grandi cartelli gialli mi indicano la\nvia per non perdermi tra i budelli. Pago dieci euro al baracchino, un\nragazzetto brufoloso mi mostra quali sono le file riservate e mi prega di\nseguire le direttive dei fotografi durante la serata, alzarsi se ti chiedono di\nalzarti, abbassarsi se ti devi abbassare, abbandonare addirittura il posto, se\nnecessario. Mi indica anche il banco del liquore Strega, con annessi assaggi\ngratuiti di amaretti. La libreria invece \u00e8 in fondo alla piazza: trovi tutti i\nlibri finalisti &#8211; mi dice &#8211; per il firmacopie finale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi accomodo su una seduta laterale, poco oltre la met\u00e0 della platea. Il palco, bianco perla, \u00e8 distante una decina di metri, ammassato contro gli scalini della chiesa. Intravedo sette poltrone, i cinque finalisti, il segretario del premio e il presentatore. Con solo qualche minuto di ritardo i riflettori si accendono, e compaiono gli autori. Nascosti sul lato della piazza, sono invitati a salire sul palco in rigoroso ordine alfabetico: Cibrario, Durastanti, Missiroli, Scurati, Terranova. Questo pavido ordinamento \u00e8 lo stesso che scandir\u00e0 l&#8217;intera serata: seguendo l&#8217;alfabeto prima gli studenti di cinque diversi liceo del territorio leggono la loro recensione dei libri finalisti, poi seguendo l&#8217;alfabeto gli autori commentano gli elaborati dei ragazzi, infine seguendo l&#8217;alfabeto il presentatore pone tre domande lampo ad ogni autore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"> Il pubblico apprezza soprattutto gli aneddoti da giocoliere di Missiroli e i moniti antifascisti di Scurati. Sono perlopi\u00f9 donne, tra la cinquantina e i settanta. Ingioiellate, con la pelle cadente e le vocali strascicate, conoscono a malapena i nomi dei loro paladini. Prima dell&#8217;inizio confrontavano le loro ultime letture, ironizzando sui vicini di ombrelloni zotici che divorano un giallo scandinavo diverso ogni anno. Si dicevano sinceramente contrite per la condizione del maestro Camilleri, arricciavano le labbra smunte e chinavano il capo. Dopo l&#8217;ennesima ironica uscita missiroliana, sento distintamente una di loro domandare ad alta voce chi sia l\u2019omaccione simpatico con la barba e il blazer. Cerco con lo sguardo la ragazzina della Classe A, ma pare che la piazza intera sia precipitata in un gorgo di austerit\u00e0 e compostezza, e se la scorgessi tra la folla probabilmente la vedrei gi\u00e0 adulta, con il trucco marcato e i primi accenni di zampe di gallina ai bordi degli occhi. Anche il rachitico ragazzo brufoloso del baracchino, con la maglietta bianca dello staff che gli pende abbondante da ogni lato, mi appare ora una navigata e tornita guardia del corpo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Profondamente scosso da questi avvenimenti, l&#8217;interludio jazz che\nspezza la serata mi scivola addosso accompagnato da un lieve sentore di\ninadeguatezza. Rinsavisco giusto in tempo per gli applausi finali, la menzione\ndegli sponsor e i ringraziamenti di rito. Scurati riemerge dal fondo della\npiazza, dove si era rintanato a fumare una sigaretta, e raggiunge i colleghi\nper il firmacopie. La fila \u00e8 gi\u00e0 chilometrica, lui e Missiroli sono subito\npresi d&#8217;assalto da giornalisti, curiosi, amici di vecchia data, carampane.\nDesisto dal mio originario intento: una dedica sulla mia copia di <em>Fedelt\u00e0<\/em>, magari con la fioca prospettiva di una successiva\nintervista. Abbandono la piazza con una punta di sollievo, ridiscendo la\ncollina fino all&#8217;Aurelia e mi piazzo sotto la pensilina scrostata che indica la\nfermata notturna della corriera. \u00c8 in leggero anticipo, due ore dopo sono a\ncasa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sera successiva vengo invitato a un evento in centro a Genova. Un\nvecchio compagno di studi mi assicura che la serata fa al caso mio. Lungo gli\nex depositi della Darsena, dove un tempo venivano costruite le chiglie delle\nnavi di mezza Europa \u2013 mi spiega \u2013 hanno allestito un mercato sostenibile.\nTutti prodotti fatti a mano, da imprese del luogo. E dovrebbe esserci pure\nmusica dal vivo e da bere. Riluttante, spinto pi\u00f9 dal dovere di non mancare\nl&#8217;appuntamento con un vecchio amico che dalla prospettiva della serata,\naccetto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che trovo \u00e8 diverso da ci\u00f2 che aspettavo. Innanzitutto il mio\namico \u00e8 ingrassato, e non poco, dai tempi dei nostri studi; in secondo luogo\nnon c&#8217;\u00e8 alcuna traccia di musica dal vivo. Al centro del magazzino, sopra un\ndehors che tradisce la sua origine di negozio di piante, gli organizzatori\nhanno posto una console. Quando arrivo il set \u00e8 appena iniziato e la dj, una\nragazzetta tutta pepe dai capelli rossi e il rossetto pronunciato, spara la sua\nmusica <em>vaporwave<\/em> per l&#8217;intero magazzino.\nVetrate ed impalcature vibrano tutte, e se si passa vicino alle casse pare che\nil loro battito ti respiri dentro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il mercato \u00e8 effettivamente ben concepito, colmo di chincaglierie\nalternative sovrapprezzate. Litografie, camicie di lino e bracciali di cuoio\nvanno per la maggiore. Molti comprano, quasi tutti in contanti, ma qualche\nbanco accetta anche la carta di credito. Gli avventori sono per la maggior\nparte della mia et\u00e0, vestono largo e con un sentore vintage. Quelli che non\nsono in pista passeggiano placidamente per gli stand, trascinando i lisi jeans\noversize per il deposito. Si organizzano in crocchi e si agglomerano di fronte\nal chiosco di panini o a quello della birra. Il mio amico, con la sua camicia\nslavata dalla fantasia anni settanta \u00e8 ora sotto cassa, ma non balla. A\npensarci bene nessuno balla, non si pu\u00f2 dire un ballo. Le donne ondeggiano\nlentamente le anche mentre gli uomini contraggono e rilassano compulsivamente\nsempre lo stesso muscolo &#8211; spesso il bicipite o pi\u00f9 raramente il quadricipite\nfemorale &#8211; adattando la loro pulsione a quella delle casse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 osservando questa danza che me ne rendo conto. L&#8217;epifania mi crolla addosso come una maledizione e non riesco a liberarmene. Cerco disperatamente di cogliere le differenze tra le mie due serate, ma non ci riesco. Vedo solo sfumature differenti, nelle due esperienze, perch\u00e9 il loro fulcro, il cuore, \u00e8 lo stesso. Il centro propulsore dei due pubblici, i borghesi incartapecoriti di Cervo e gli <em>hipster<\/em> stroboscopici della Darsena, \u00e8 condiviso. Ad animarli \u00e8 la medesima cieca spinta centrifuga, da loro verso l&#8217;esterno, da un&#8217;identit\u00e0 piena e acquisita a uno schema impalcato, costruito su misura per contenere le loro pi\u00f9 intime manifestazioni. Il bisogno di espressione viene cos\u00ec incanalato in una struttura gi\u00e0 acquisita e si esprime mediante un codice condiviso, che si ripete sempre uguale a s\u00e9 stesso. Le risatine sommesse alle battutine di Missiroli, gli applausi accorati alle invettive di Scurati, i video al ralenti del dj set da postare su instagram, i tatuaggi di Frida Kahlo esibiti con fierezza, appartengono in definitiva allo stesso linguaggio. Un linguaggio che \u00e8 in fondo un anti-linguaggio, perch\u00e9 il suo fine non \u00e8 la comunicazione, ma il riconoscimento. Ti vedo, i tuoi connotati culturali sono esposti, luccicano, e allora ti riconosco. Sei anche tu dentro qualcosa, un contenitore condiviso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se devo spiegare, dopo sei mesi di frenetico e sterile studio dei premi\nletterari italiani, cosa essi siano, mi pare che questa sia la definizione pi\u00f9\ncalzante. Non si riflette mai abbastanza sulle parole. Il sinonimo pi\u00f9 abusato\ndi premio non \u00e8 forse riconoscimento? Lo Strega \u00e8 lo specchio non solo delle\ncompetizioni letterarie italiane in toto, ma della societ\u00e0 culturale che in\nquelle competizioni fermenta e si esprime. E tutto quello che vuole questa\nsociet\u00e0, ci\u00f2 che agogna pi\u00f9 avidamente, \u00e8 questo riconoscimento. Una fascetta\ngialla sulla copertina, la certezza di essere riconoscibile e di rappresentare\nqualcosa per qualcuno, anche fuori dalla carta stampata, anche sulla piazza di\nun borgo di cento abitanti in una sera d&#8217;estate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I premi letterari sono questo, e nient&#8217;altro. La letteratura \u00e8 il mare\ndi Montale, che sprezzante deride il poeta destinato a perire prima di lui,\nrestando solo un <em>piccino fermento del cuore<\/em>\ndentro il battito eterno del Mediterraneo. E i premi letterari sono l&#8217;ultima e\nmortale onda di questo mare, che disperata sbatte sulle sponde di Cervo le\ninutili macerie del suo abisso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\" style=\"text-align:right\">Luca Biondo<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Potrebbe interessarvi anche: <a href=\"https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/castellaneta-milano-nella-tempesta\/\">https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/castellaneta-milano-nella-tempesta\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E svuotarmi cos\u00ec d&#8217;ogni lorduracome tu fai che sbatti sullesponde tra sugheri algheasterie le inutili maceriedel tuo abisso Eugenio Montale, Ossi di seppia Arrivo a Cervo nel primo pomeriggio, e questo \u00e8 il primo luogo in cui mi fermo. Una proda di ciottoli che degrada scorbutica verso il mare, il muraglione di mattoni alle spalle accoglie la targa dedicata a Montale. Cinque versi di una poesia minore di Mediterraneo, sezione intermedia degli Ossi di seppia. La spiaggia \u00e8 presa d&#8217;assalto da pensionati rosi dal sole, torme di bambini urlanti si equilibrano sulle pietre. Secchiello e retino in mano, braccano granchi e polpi negli anfratti schiumosi tra gli scogli. Dietro, oltre il muraglione, sale e risplende il borgo di Cervo, con le sue case abbarbicate sulla collina, arrampicate intorno alla chiesa di San Giovanni Battista. Dedicata al patrono del paese, \u00e8 in verit\u00e0 conosciuta come Chiesa dei Corallini, perch\u00e9 la sua costruzione fu finanziata con i proventi della pesca del corallo, lo stesso corallo che nel XIV secolo attir\u00f2 le scorrerie dei pirati saraceni. Oggi l&#8217;economia del borgo \u00e8 rivoluzionata, non si basa pi\u00f9 sul pescato. Fioriscono bed and breakfast per i budelli del centro, inerpicati per le scale pi\u00f9 assurde, giustificate dal panorama mozzafiato che assicurano le terrazze. \u00c8 sufficiente aggirarsi pigramente qualche minuto su e gi\u00f9 per la collina per incrociare tedeschi e russi, qualche inglese e, in bassa stagione, anche una discreta delegazione belga. Gli abitanti si aggirano sui duemila, tra giugno e settembre. Il resto dell&#8217;anno rasentano la centinaia. Da sei anni il premio Strega ha eletto Cervo la citt\u00e0 della cinquina. Da sei anni gli autori finalisti si ritrovano qui, sul sagrato della Chiesa dei Corallini, per parlare di libri in una torrida sera di fine giugno. Ci sono editor e addetti stampa, giornalisti e personalit\u00e0 di spicco del panorama culturale, e poi il direttore della Fondazione Bellonci, qualche carica politica minore e ovviamente loro, gli scrittori. Arrivano solo all&#8217;ultimo, avvolti dall&#8217;oscurit\u00e0. Certo di questo, mi avvio verso il paese che \u00e8 gi\u00e0 scuro. Lungo l&#8217;Aurelia sorprendo, accostata appena al marciapiede, una Classe A opaca. Il motore \u00e8 acceso e il guidatore ha un&#8217;aria scocciata, picchetta le dita sul volante. La ragazzina sgorga da un angolo buio della statale, \u00e8 fasciata in un lungo abito blu notte e stringe la pochette forte contro il busto. Non pu\u00f2 avere pi\u00f9 di diciotto anni, il guidatore \u00e8 sulla cinquantina. Le apre la portiera con sufficienza, senza neppure guardarla. Partono sgommando, lasciando una virgola nera sull&#8217;asfalto. Ritrovo la macchina una decina di minuti dopo, nel parcheggio a pagamento della vecchia stazione, dove i treni ora non fermano pi\u00f9. Mi arrampico sino alla piazza della chiesa, grandi cartelli gialli mi indicano la via per non perdermi tra i budelli. Pago dieci euro al baracchino, un ragazzetto brufoloso mi mostra quali sono le file riservate e mi prega di seguire le direttive dei fotografi durante la serata, alzarsi se ti chiedono di alzarti, abbassarsi se ti devi abbassare, abbandonare addirittura il posto, se necessario. Mi indica anche il banco del liquore Strega, con annessi assaggi gratuiti di amaretti. La libreria invece \u00e8 in fondo alla piazza: trovi tutti i libri finalisti &#8211; mi dice &#8211; per il firmacopie finale. Mi accomodo su una seduta laterale, poco oltre la met\u00e0 della platea. Il palco, bianco perla, \u00e8 distante una decina di metri, ammassato contro gli scalini della chiesa. Intravedo sette poltrone, i cinque finalisti, il segretario del premio e il presentatore. Con solo qualche minuto di ritardo i riflettori si accendono, e compaiono gli autori. Nascosti sul lato della piazza, sono invitati a salire sul palco in rigoroso ordine alfabetico: Cibrario, Durastanti, Missiroli, Scurati, Terranova. Questo pavido ordinamento \u00e8 lo stesso che scandir\u00e0 l&#8217;intera serata: seguendo l&#8217;alfabeto prima gli studenti di cinque diversi liceo del territorio leggono la loro recensione dei libri finalisti, poi seguendo l&#8217;alfabeto gli autori commentano gli elaborati dei ragazzi, infine seguendo l&#8217;alfabeto il presentatore pone tre domande lampo ad ogni autore. Il pubblico apprezza soprattutto gli aneddoti da giocoliere di Missiroli e i moniti antifascisti di Scurati. Sono perlopi\u00f9 donne, tra la cinquantina e i settanta. Ingioiellate, con la pelle cadente e le vocali strascicate, conoscono a malapena i nomi dei loro paladini. Prima dell&#8217;inizio confrontavano le loro ultime letture, ironizzando sui vicini di ombrelloni zotici che divorano un giallo scandinavo diverso ogni anno. Si dicevano sinceramente contrite per la condizione del maestro Camilleri, arricciavano le labbra smunte e chinavano il capo. Dopo l&#8217;ennesima ironica uscita missiroliana, sento distintamente una di loro domandare ad alta voce chi sia l\u2019omaccione simpatico con la barba e il blazer. Cerco con lo sguardo la ragazzina della Classe A, ma pare che la piazza intera sia precipitata in un gorgo di austerit\u00e0 e compostezza, e se la scorgessi tra la folla probabilmente la vedrei gi\u00e0 adulta, con il trucco marcato e i primi accenni di zampe di gallina ai bordi degli occhi. Anche il rachitico ragazzo brufoloso del baracchino, con la maglietta bianca dello staff che gli pende abbondante da ogni lato, mi appare ora una navigata e tornita guardia del corpo. Profondamente scosso da questi avvenimenti, l&#8217;interludio jazz che spezza la serata mi scivola addosso accompagnato da un lieve sentore di inadeguatezza. Rinsavisco giusto in tempo per gli applausi finali, la menzione degli sponsor e i ringraziamenti di rito. Scurati riemerge dal fondo della piazza, dove si era rintanato a fumare una sigaretta, e raggiunge i colleghi per il firmacopie. La fila \u00e8 gi\u00e0 chilometrica, lui e Missiroli sono subito presi d&#8217;assalto da giornalisti, curiosi, amici di vecchia data, carampane. Desisto dal mio originario intento: una dedica sulla mia copia di Fedelt\u00e0, magari con la fioca prospettiva di una successiva intervista. Abbandono la piazza con una punta di sollievo, ridiscendo la collina fino all&#8217;Aurelia e mi piazzo sotto la pensilina scrostata che indica la fermata notturna della corriera. \u00c8 in leggero anticipo, due ore dopo sono a casa. La sera successiva vengo invitato a un evento in centro a Genova. Un vecchio compagno di studi mi assicura che la serata fa al caso mio. Lungo gli ex depositi della Darsena, dove un tempo venivano costruite le chiglie delle navi di mezza Europa \u2013 mi spiega \u2013 hanno allestito un mercato sostenibile. Tutti prodotti fatti a mano, da imprese del luogo. E dovrebbe esserci pure musica dal vivo e da bere. Riluttante, spinto pi\u00f9 dal dovere di non mancare l&#8217;appuntamento con un vecchio amico che dalla prospettiva della serata, accetto. Quello che trovo \u00e8 diverso da ci\u00f2 che aspettavo. Innanzitutto il mio amico \u00e8 ingrassato, e non poco, dai tempi dei nostri studi; in secondo luogo non c&#8217;\u00e8 alcuna traccia di musica dal vivo. Al centro del magazzino, sopra un dehors che tradisce la sua origine di negozio di piante, gli organizzatori hanno posto una console. Quando arrivo il set \u00e8 appena iniziato e la dj, una ragazzetta tutta pepe dai capelli rossi e il rossetto pronunciato, spara la sua musica vaporwave per l&#8217;intero magazzino. Vetrate ed impalcature vibrano tutte, e se si passa vicino alle casse pare che il loro battito ti respiri dentro. Il mercato \u00e8 effettivamente ben concepito, colmo di chincaglierie alternative sovrapprezzate. Litografie, camicie di lino e bracciali di cuoio vanno per la maggiore. Molti comprano, quasi tutti in contanti, ma qualche banco accetta anche la carta di credito. Gli avventori sono per la maggior parte della mia et\u00e0, vestono largo e con un sentore vintage. Quelli che non sono in pista passeggiano placidamente per gli stand, trascinando i lisi jeans oversize per il deposito. Si organizzano in crocchi e si agglomerano di fronte al chiosco di panini o a quello della birra. Il mio amico, con la sua camicia slavata dalla fantasia anni settanta \u00e8 ora sotto cassa, ma non balla. A pensarci bene nessuno balla, non si pu\u00f2 dire un ballo. Le donne ondeggiano lentamente le anche mentre gli uomini contraggono e rilassano compulsivamente sempre lo stesso muscolo &#8211; spesso il bicipite o pi\u00f9 raramente il quadricipite femorale &#8211; adattando la loro pulsione a quella delle casse. \u00c8 osservando questa danza che me ne rendo conto. L&#8217;epifania mi crolla addosso come una maledizione e non riesco a liberarmene. Cerco disperatamente di cogliere le differenze tra le mie due serate, ma non ci riesco. Vedo solo sfumature differenti, nelle due esperienze, perch\u00e9 il loro fulcro, il cuore, \u00e8 lo stesso. Il centro propulsore dei due pubblici, i borghesi incartapecoriti di Cervo e gli hipster stroboscopici della Darsena, \u00e8 condiviso. Ad animarli \u00e8 la medesima cieca spinta centrifuga, da loro verso l&#8217;esterno, da un&#8217;identit\u00e0 piena e acquisita a uno schema impalcato, costruito su misura per contenere le loro pi\u00f9 intime manifestazioni. Il bisogno di espressione viene cos\u00ec incanalato in una struttura gi\u00e0 acquisita e si esprime mediante un codice condiviso, che si ripete sempre uguale a s\u00e9 stesso. Le risatine sommesse alle battutine di Missiroli, gli applausi accorati alle invettive di Scurati, i video al ralenti del dj set da postare su instagram, i tatuaggi di Frida Kahlo esibiti con fierezza, appartengono in definitiva allo stesso linguaggio. Un linguaggio che \u00e8 in fondo un anti-linguaggio, perch\u00e9 il suo fine non \u00e8 la comunicazione, ma il riconoscimento. Ti vedo, i tuoi connotati culturali sono esposti, luccicano, e allora ti riconosco. Sei anche tu dentro qualcosa, un contenitore condiviso. Se devo spiegare, dopo sei mesi di frenetico e sterile studio dei premi letterari italiani, cosa essi siano, mi pare che questa sia la definizione pi\u00f9 calzante. Non si riflette mai abbastanza sulle parole. Il sinonimo pi\u00f9 abusato di premio non \u00e8 forse riconoscimento? Lo Strega \u00e8 lo specchio non solo delle competizioni letterarie italiane in toto, ma della societ\u00e0 culturale che in quelle competizioni fermenta e si esprime. E tutto quello che vuole questa societ\u00e0, ci\u00f2 che agogna pi\u00f9 avidamente, \u00e8 questo riconoscimento. Una fascetta gialla sulla copertina, la certezza di essere riconoscibile e di rappresentare qualcosa per qualcuno, anche fuori dalla carta stampata, anche sulla piazza di un borgo di cento abitanti in una sera d&#8217;estate. I premi letterari sono questo, e nient&#8217;altro. La letteratura \u00e8 il mare di Montale, che sprezzante deride il poeta destinato a perire prima di lui, restando solo un piccino fermento del cuore dentro il battito eterno del Mediterraneo. E i premi letterari sono l&#8217;ultima e mortale onda di questo mare, che disperata sbatte sulle sponde di Cervo le inutili macerie del suo abisso. Luca Biondo Potrebbe interessarvi anche: https:\/\/www.mastereditoria.it\/ilblog\/castellaneta-milano-nella-tempesta\/<\/p>\n","protected":false},"author":31,"featured_media":3996,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[802],"tags":[920,922],"class_list":["post-3994","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-mondo-editoriale","tag-cervo","tag-montale"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v26.1.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Cervo ti Strega - Cronache della cinquina dalla Liguria - il BLOG di EDITORIA<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Arrivo a Cervo nel primo pomeriggio. 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