Interviste

«Ogni libro è una storia»: la voce di De Ferrari Editore

In un elegante e signorile palazzo genovese, in via Ippolito d’Aste 3, sorge la sede di De Ferrari Editore, una casa editrice storica che affonda le sue radici nelle riviste e nella tradizione gastronomica locale. Nel tempo si è aperta a tutti i generi seguendo il flusso del cambiamento e della modernità. Con oltre 50 anni di attività alle spalle, 5.000 pubblicazioni e la collaborazione con più di 3.000 autori (locali e non) oggi De Ferrari Editore pubblica circa 200 titoli l’anno, con una distribuzione su scala internazionale. A parlare della sua storia è il figlio del fondatore Gianfranco De Ferrari, Fabrizio. Quattro sono i concetti che possono riassumere le sue parole e le tematiche affrontate in questa intervista: merito, struttura, politica e qualità.

Come nasce l’idea di dar vita a una casa editrice?

«Dovrebbe intervistare mio padre, che peraltro è ancora attivo. L’idea gli è venuta, secondo me, da una questione di piacere personale ma anche di opportunità. Si parla di un tempo distante anni luce dal nostro a livello occupazionale e di crescita. Pare, io non ero ancora nato, che negli anni sessanta dove davi un calcio in terra uscissero soldi. Gli sbocchi erano molti e c’era ancora spazio per tutto. C’erano fatturati diversi. Aveva iniziato a lavorare nella pubblicità e a fare anche delle Free press. Lavorava in un gruppo che vendeva pubblicità del cinema sulle grandi riviste (quelle femminili come “Gioia”, che al tempo facevano tirature anche di milioni di copie). È da una rivista del 1973, registrata in tribunale, che inizia l’attività: era un periodico legato a cose che si facevano nelle fiere e di cui poi, appunto, si raccoglieva la pubblicità. Negli anni ottanta mio padre continuava a fare il suo lavoro pubblicitario e si era già messo in proprio, perché lavorava in una grande azienda, Opus, tutt’ora una realtà nazionale grossa. A un certo punto è tornato a Genova un suo vecchio amico gastronomo, Franco Accame, che aveva lavorato a Milano per vent’anni collaborando con Buonassisi e Veronelli (il più famoso critico gastronomico del tempo). Mio padre pensò allora di chiedergli di fare una “guida tavola”, una guida dei ristoranti, e da qui ebbe inizio l’attività editoriale. TripAdvisor al tempo non c’era, e non c’erano neanche guide di ristoranti locali. Accame era una firma considerevole e aveva lavorato in una redazione milanese di prestigio. Decisero quindi di creare questa guida (io studiavo ancora al tempo) con cui ottennero successo, e cominciarono piano piano a mettere anche la pubblicità all’interno. Poi si sono aperti alla cultura: forse se io padre avesse iniziato con questo filone la casa editrice avrebbe presto chiuso, perché l’interesse del pubblico era minore. Ha preso consapevolezza e ha piano piano imparato il mestiere editoriale-librario facendo i titoli che servivano per il catalogo e che gli proponevano, e poi pubblicando testi per cui sapeva che ci avrebbe perso ma che gli servivano come prestigio e credibilità».

Tutto questo da autodidatta?

«Da persona molto intelligente, molto capace e soprattutto, come tutti gli imprenditori, da persona che è stata in grado di affidarsi a figure esterne per quello che non sapeva fare: era entrato a contatto con una persona culturalmente importante per Genova, Giuseppe Marcenaro, che aveva fatto da consulente editoriale studiando la prima grafica e le prime collane della casa editrice. Da lì le cose si imparano. Quando studiavo tra le ipotesi c’era quella di frequentare la facoltà di Legge, che anche mio padre mi consigliava. A  mio figlio, che adesso è nell’anno della maturità, ho detto che se desidera costruirsi una carriera sua può decidere di fare altro (sarei felicissimo), altrimenti qui il lavoro c’è, insieme a un certo prestigio. Non si diventa ricchi, certo, ma le soddisfazioni non mancano. Comunque io alla fine ho frequentato Lettere, perché mi interessava, e terminato il mio percorso ho pensato di andare a lavorare nella casa editrice perché consideravo l’impiego attinente al mio percorso».

Il vostro catalogo è ricco e molto vario: storia, saggistica, narrativa, poesia, musica e spettacolo, sport, enogastronomia. Per citarne solo una parte. In questo orizzonte ampio e diversificato l’elemento comune, almeno per molte pubblicazioni, sembra essere Genova e il territorio ligure. Quando è importante per voi la valorizzazione del locale?

«È molto importante. Ovviamente per un motivo di nascita, ma anche economico perché c’è molta richiesta, soprattutto adesso che Genova è entrata nel giro delle città turistiche. C’è quindi un’esigenza di localistica. Facciamo le guide dei Palazzi dei Rolli (quelle per cui siamo conosciuti) o delle chiese. A volte le abbiamo tradotte in inglese, in francese, anche in tedesco per il trekking. Quando c’è la possibilità e ne  vale la pena si traduce (i costi sono alti e bisogna selezionare). Poi arrivano tante proposte e quelle che sono valide si possono pubblicare. Tante provengono dal territorio locale ma molte anche dal territorio nazionale».

Cosa cercate nei manoscritti che vi arrivano, negli autori e nelle pubblicazioni che vi vengono proposte?

«Ci sono intanto i titoli che chiediamo noi perché abbiamo delle esigenze. Quest’anno è l’anniversario della grande Genova e quindi ho commissionato un libro legato a un progetto che abbiamo organizzato con la nostra fondazione, e per questa occasione parteciperemo anche a una mostra del Comune. L’editore quando vuole deve perseguire le sue collane e le uscite che si è messo in testa. Di quello che invece arriva si valuta a seconda del merito, ed esistono due tipi di merito, di cui uno normalmente esclude l’altro: il merito commerciale e il merito letterario. Per quest’ultimo caso si parla di solito di narrativa, la buona narrativa fatta bene che prendiamo sempre in considerazione perché dobbiamo alimentare le collane con testi di qualità. Per quanto riguarda invece il merito commerciale se qualcuno mi dice, ad esempio, che vuole pubblicare un libro sulla farinata io lo pubblico subito perché vendo 1.000 copie».

Vendete soprattutto libri legati al territorio regionale?

«Vendiamo di tutto. C’è da dire che più fai divulgazione, non bassa ma popolare – e popolare non nel senso deteriore – più vendi, più vai nel sofisticato e nel culturalmente impegnato e più è difficile. Prendendo a esempio Ossi di seppia, se togliessimo chi lo compra perché glielo ha detto il professore si venderebbero soltanto 30 o 50 copie all’anno in tutta Italia, eppure è una delle sillogi più importanti del novecento. L’anno scorso abbiamo fatto un libro, una grossissima beneficenza per la onlus Gigi Ghirotti, e abbiamo venduto 5.000 copie (anche se è un librone da 50 euro) dando all’associazione 106.000 euro. Vendere queste copie con un libro di poesia sarebbe difficile. Normalmente la qualità e la vendibilità, a parte casi rari, non stanno sullo stesso piano. Non è detto che vadano l’una contro l’altra ma comunque non camminano a braccetto».

Tra le vostre pubblicazioni ci sono anche graphic novel e fumetti, così come libri per bambini. Stiamo parlando di generi oggi molto letti e apprezzati. Evidentemente volete anche tenere conto della contemporaneità e delle tendenze del momento. Come è cambiato De Ferrari Editore dal 1973 a oggi?

«Siamo cambiati alleggerendo moltissimo la struttura, come fanno quegli insettini che si vedono sugli stagni, leggerissimi e in grado di stare sull’acqua senza affondare. Io non voglio essere negativo in questa intervista ma tendo a riscontrare che più grosso è l’editore più fa il botto grosso. La pletora dei fallimenti è infinita, anche perché il libro ha diritto di reso: tu stampi 1.000, 10.000, 100.000 libri ma poi te ne possono tornare indietro magari non tutti ma tanti. Quindi oggi si è optato per una struttura molto più leggera che permette di avere magari 5 o 6 grafici che lavorano tutti insieme ma che sono collaboratori esterni. Nel momento di Covid ho detto loro che saremo stati fermi e che ci saremo potuti vedere dopo tre mesi, ma se avessimo avuto 15 dipendenti come 30 o 20 anni fa avremmo fallito».

È stato difficile il momento della pandemia?

«Lavorando molto ma cercando di avere, sul piano amministrativo, pochi costi fissi non è stato neanche un disastro. Come dicevo, ho chiamato tutti e ho detto che ci saremo temporaneamente fermati. Da quel momento abbiamo solo chiuso i libri in essere. Tutti erano a casa e non si potevano fare presentazioni. Quello è stato l’unico momento in cui sono andati un po’ di più gli e-book, di cui ormai si dice da quasi 30 anni che decolleranno ma non decollano mai».

A proposito di momenti critici, i dati esposti dall’AIE il 30 gennaio 2026 parlano chiaro: l’editoria sta attraversando un momento complicato. Nel 2025 sono state vendute 3 milioni di copie in meno rispetto al 2024, e la spesa degli italiani in libri è scesa di 33 milioni di euro (complice anche la pirateria). Tornare indietro non è possibile ma si può pensare al futuro. Secondo voi quali iniziative dovrebbero essere organizzate e su quali strumenti si dovrebbe puntare per favorire la crescita del mondo librario-editoriale?

«Il problema è che la questione dipende dalla politica. La politica dovrebbe avere la forza e l’autonomia di imporre certe scelte, e non subirle. Quando era nato Internet, che sembrava essere la rivoluzione, la grande liberazione di obbiettivi, l’apertura di tutte le frontiere, in 2 o 3 anni l’industria discografica è stata massacrata con tutti i suoi addetti, ed è anche per questo motivo che oramai le canzoni sono molto ripetitive, tendenzialmente tutte simili e fiacche. Non c’è coraggio perché non c’è budget. Prima c’erano tantissimi cantanti di qualità e proposte molto più variegate. Il problema è la politica, che in virtù dell’esistenza dell’IA dovrebbe obbligare i programmatori a riporre in ogni software un bug, un codice identificativo, per individuare e comunicare che un determinato contenuto è un fake. Anche questi interventi possono essere aggirati, certo, ma sarebbe più difficile. Se però la politica insegue sempre invece di prevenire non si va da nessuna parte. Il sistema non è in grado di dire che a un certo punto è bene fermarsi: subisce e magari si fa corrompere. È una situazione difficile. Forse però è tutto talmente veloce che la salvezza sta nelle abitudini nostre, che siamo un po’ più lenti a recepire, per cui io continuo a leggere cartaceo, lei che ha molti meno anni di me magari preferisce leggere cartaceo e quindi ci potrebbe essere una diffidenza umana verso le innovazioni. Ad esempio, quando erano nati i sintetizzatori i Queen scrivevano sui dischi “no sint”, come a rivendicare che a suonare erano loro. È quindi facile ipotizzare che la maggior parte del pubblico continui a preferire contenuti fatti da umani come loro che non leggere IA, perché il tema è quello: sia nei portali musicali – noi abbiamo anche un’etichetta musicale e quindi facciamo distribuzione – ma anche nelle librerie si viene inondati da una considerevole quantità di materiale legato all’Intelligenza Artificiale. Anche noi in casa editrice, come manoscritti, vediamo un’accelerazione tale per cui a parer mio tanti lavori non sono frutto di autori e autrici».

Dell’Intelligenza Artificiale cosa pensate?

«Che esiste già da tantissimi anni in vari campi, dalla macchinetta calcolatrice al traduttore di Google. Adesso però questi strumenti sono stati tutti messi dentro un mega contenitore, che può essere un grandissimo problema a livello ambientale: in Turchia, ad esempio, sembra si stiano creando delle voragini nel terreno a forza di drenare acqua, e pare che il raffreddamento dei server dell’IA necessiti di milioni di metri cubi d’acqua. La speranza è che tutto sia una “bolla”, che tutti ne parlino ma poi si finisca per passare ad altro perché la gente facilmente si distoglie. Spero si sgonfi un po’ il discorso e si passi oltre. È un tema di tutti ormai. Un anno fa ho letto una pagina dell’Istituto Nazionale di Tecnologia in cui si parlava trionfalmente di un certo robot insegnante che potrebbe far imparare le materie complesse agli studenti. Tutto questo però è triste, perché molti insegnanti starebbero a casa. Il problema è la politica, che deve tutelare i posti di lavoro».

Ritornando alla storia della vostra attività, in questi 53 anni c’è stato un autore o un libro a cui vi siete particolarmente legati, oppure un ricordo che vi è parso molto significativo per la vostra attività?

«Sì certo. Ad esempio siamo legati alle “guide tavola”, che sono quelle che faceva mio padre con Franco Accame, e negli anni novanta un’unica guida fatturava 100 o anche 150 milioni di lire. Poi Paganini, un primo grande successo culturale di cui abbiamo venduto i diritti in vari paesi del mondo, tra cui Spagna, Francia, Germania, perché era – ed è tuttora – la più grande e completa sua biografia. Ma anche tanti altri. Ogni libro è una storia. La cosa bella di questo lavoro è che non ci si annoia mai perché la situazione cambia sempre e si incontrano nuove persone. Si conoscono anche un sacco di notizie facendo libri: io ho incamerato più cultura facendo questo mestiere che non durante gli anni di studio perché a suon di fare libri, soprattutto saggistica e divulgazione, impari un sacco di cose che prima non sapevi».

Dal 14 al 18 maggio si terrà il Salone del libro di Torino 2026. Quali iniziative avete programmato?

«Qualche anno fa mi ero un po’ impuntato e ho iniziato a martellare (in senso buono) la Regione proponendo di fare uno stand della Liguria che poi io avrei coordinato, perché con la nostra fondazione culturale io ho facoltà di contattare i colleghi, prendere i libri, fare un bel calendario di programmazione degli eventi. Alla fine il Comune si è mostrato favorevole e sono tre anni che faccio lavoro di coordinamento. Anche quest’anno, quindi, andremo al Salone. Posso dire che, per quanto mi riguarda, la situazione è difficile perché esagerano nel volere i numeri, buttano dentro scolaresche, c’è una calca enorme, cerchi di passare tra uno stand e l’altro, è tutto veramente esagerato. A parte questa situazione, che trovo non ideale, è importante a livello comunicativo: serve per i social, per il libro, e quindi lo faccio con piacere da questo punto di vista perché è un’occasione di promozione. Invece l’evento in sé è pieno di problemi. Dovrebbero fare una giornata dedicata alle scuole scartando il weekend, che è il momento in cui i bambini non vorrebbero pensare allo studio e ai libri. Quella che dovrebbe essere una bella gita, lo vedo dalle facce, si tramuta in una giornata un po’ pesante. Devono fare i numeri, ma la qualità non si misura da questo quanto dai contenuti».

Un’ultima domanda: De Ferrari Editore a cosa punta per il futuro?

«De Ferrari Editore punta a continuare a fare libri di buona qualità. I nostri settori sono la divulgazione, le guide, la narrativa (e qui lavoriamo a livello nazionale) e l’arte, perché come fondazione facciamo cataloghi e organizziamo mostre. Quella artistica è un’operazione importante, prestigiosa, ci teniamo e ci fa piacere. L’arte è uno dei nostri filoni: i miei genitori sono appassionati collezionisti e io anche. Lavorando con molti artisti succede che fai cataloghi, quindi rimani in contatto e alcuni ti danno anche le loro opere».

Fabrizio De Ferrari chiude l’incontro dicendo che sono le donne a portare avanti la lettura: «io sono più da gialli e saggistica, e lavorando tutto il giorno con i libri alla sera non mi metto a leggere. Al contrario la lettura femminile è molto massiccia. Vedo molte blogger che tengono anche diari e taccuini di lettura. Tutte queste iniziative sono bellissime».

di Gaia Cogorno

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