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La Compagnia delle anime finte. Storie dei bassifondi

La compagnia delle anime finte

Wanda Marasco

Neri Pozza, pp. 230

16,50 €

Di Pietro Carini

In principio vi è la morte di Vincenzina Umbriello. Lì, al capezzale della madre moribonda, Rosa ricostruisce il mondo di Vincenzina, la sua giovinezza nella Napoli del dopoguerra, una città che porta ancora sulle facciate delle case, nelle stradine dei vichi, nelle vicende dei suoi abitanti, le ferite indelebili del conflitto mondiale. Ma l’immaginazione di Rosa non si ferma certo qui; ricostruisce la storia d’amore di Vincenzina con suo padre Rafele Maiorana, l’ostilità implacabile della suocera Lisa Campanini a questo matrimonio socialmente degradante per il figlio e, successivamente, appellandosi al ricordo, Rosa tratteggia la figura della madre così come la ricorda durante la sua infanzia, segnata indelebilmente dalla malattia di papà Rafele.

Grazie a una prosa secca, precisa, nervosa e rapida, che oscilla tra un italiano raffinato e dialettismi che restituiscono il vero spirito di quelle anime finte del titolo che popolano la storia, Wanda Marasco ridà al lettore un microcosmo fatto di delusioni, macerie di palazzi e di progetti esistenziali, superstizioni, usurai, professori pazzi, ma anche, nonostante tutto, di calore umano, affetto e rimorso. Un mondo non più visibile oggi, confinato per sempre nel passato, ma che pur sopravvive sotto la superficie tranquillizzante del presente esattamente come quella Napoli sotterranea che Rosa scoprì durante una gita scolastica:

« Nunziata si fermò davanti ai letti scolpiti e cominciò a spiegare. Disse che stavamo camminando a undici metri sotto la città, sopra un’altra terra, che tutto aveva avuto inizio dopo il diluvio. Il fango era colato sopra i portici, dentro le cisterne e i templi. Per quello che era rimasto sepolto e che un giorno sarebbe stato scavato, era sorto una specie di destino soprannaturale.»

Abitanti di questo mondo sommerso e inaccessibile se non attraverso al ricordo – ricordo inteso come capacità di vedere obliquamente ciò che si nasconde allo sguardo immediato degli occhi – sono le amine finte, ombre in lotta per affermare un’identità che sembra scappargli dalle mani pagina dopo pagina. Una vera e propria fantasmagoria: Vincenzina Umbriello, madre e usuraia; Rafele Maiorana, consumato da un tumore; il maestro Nunziata, folle e visionario; l’indomita Lisa Campanini; Carmine Musca, lo strozzino capace di inaspettati moti compassionevoli; la vivace Annarella, doppio negativo di Rosa, l’androgino Mariomaria.

Ma la forza di questa vivacità, della costante attività di personaggi così diversi che si danno da fare per imporsi come protagonisti sullo sfondo di una storia che procede a ritmo serrato, ha segno negativo, cosicché quel mondo uscito dalle macerie della guerra invano proverà ricostruirsi, sprofondando al contrario sempre più verso una miseria dalle venature tragiche, dove non c’è spazio per i miracoli, ma solo per sotterfugi.

«Alle otto del mattino bussarono alla porta, ma non era l’angelo. Era Don Ciro, il barbiere del vico. Mia madre l’aveva chiamato per fargli radere la faccia di mio padre. Rafele Maiorana aveva gli occhi chiusi e non parlava. Non disse niente nemmeno quando le rasoiate gli lasciarono qualche scippo di sangue. Don Ciro invece chiacchierava molto e voleva ingannare mio padre.»

La redenzione non è cosa di questa vita, troppo compromessa con una quotidianità squallida in cui ogni spinta ideale è mortificata e sopraffatta dalla contingenza della lotta per la sopravvivenza. Non vi è posto qui e ora, sembra dirci Wanda Marasco, per quella morale assoluta vagheggiata dai filosofi; chi vive deve sporcarsi le mani. Unica ancora di salvataggio, in un mondo duro e grigio, sono gli affetti, a patto che riescano a resistere sotto il peso opprimente della realtà senza spezzarsi. Ma anche quando questo sfortunatamente avviene ci si può sempre rifugiare – come Rosa farà – nel ricordo, dimensione in cui ciò che è morto può rivivere attraverso la forza dell’immaginazione e dell’emozione. Allora a ben vedere un piccolo spiraglio per il riscatto rimane aperto, grazie al lavoro creativo della rievocazione in grado di modellare a proprio piacimento le stanze impolverate della memoria per trovarvi quella quiete a lungo rincorsa invano nella quotidianità.

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