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“Suite francese” di Irène Némirovsky: quando la guerra muta l’animo degli uomini

Il romanzo di Irène Némirovsky, rimasto incompleto per l’internamento dell’autrice a Birkenau, durante la seconda guerra mondiale, e pubblicato postumo nel 2004, può essere letto soffermandosi su aspetti diversi. Tra questi, emerge con una certa evidenza la lotta per la sopravvivenza (a ogni costo) e il rapporto tra vincitori e vinti.

Nella prima parte di questo romanzo, iniziato nel 1941 e mai terminato, si racconta l’esodo dei francesi: il tentativo, durante l’estate del 1939, di lasciare la città di lì a poco occupata dai tedeschi per rifugiarsi nelle campagne. Ed è qui che emergono i primi elementi rappresentativi: il classismo, l’attaccamento al materiale, i differenti trattamenti e le diverse opportunità tra chi appartiene a classi privilegiate e chi invece possiede meno risorse (o non ne ha affatto). Il principio regolatore è quello dell’homo homini lupus: tutti contro tutti e nessuno a favore di nessuno. La miseria, economica ma anche d’animo, è la padrona indiscussa, domina la Francia e si insinua nelle vite di ognuno. In tali condizioni comincia a fare effetto l’anestesia generale contro il dolore e la sofferenza degli altri. Si prenda lo scrittore Gabriel Corte, che non fa altro che pensare a come mettere al sicuro i suoi manoscritti e che in ogni modo cerca di avvalersi del suo titolo di intellettuale per ottenere favori e salvarsi la pelle (a discapito di chi invece non sa scrivere e autore non è): costui prova ribrezzo non solo nei confronti degli sconosciuti che appartengono alla classi povere, ma anche nei confronti dei suoi stessi domestici arrivando, durante la tentata fuga in macchina verso il contado, a tapparsi le orecchie per non sentirli mangiare il loro misero panino. Corte non sopporta nemmeno di vedere o sentire chi è diverso da lui, sono i suoi sensi a rifiutarsi. La sua amante Florence, quando viene attaccata da chi è più indigente e affamato di lei, come prima cosa si accerta che la collana sia salva e stia dove deve stare: attorno al suo collo. La signora Péricand pratica la carità ma lo fa secondo una logica profondamente classista, in quanto nulla è spontaneo e sincero in lei. L’essere generosi è la manifestazione della sua superiorità sociale, e più volte deve mettere a tacere i pensieri egoisti e ricordarsi di essere una brava cristiana. Non c’è da stupirsi che, in una sosta di viaggio, decida di conversare con degli estranei solo perché si è accertata che appartengano a una classe sociale elevata. Dopo un attacco nemico la prima cosa di cui si rincuora è che i gioielli, il denaro e l’argenteria siano salvi, finendo per dimenticare di salvare il tanto amato suocero. Perfino il gatto della famiglia, Albert, incarna in qualche modo la crudeltà della guerra: durante una delle sue fughe notturne uccide brutalmente un uccellino facendolo morire lentamente e poi, ormai sazio ma annoiato, ferisce una sfortunata talpa che gli capita davanti. A distinguersi nella famiglia è il figlio Hubert, dispiaciuto per l’ipocrisia e l’egoismo dominanti e per questo pronto a lasciare le mura di casa per combattere contro i nemici e difendere la patria; ma, da come viene alluso nel romanzo, finisce nelle grinfie della ballerina Arlette, ben più grande di lui e consapevole della sua ingenuità di ragazzo.

Se la guerra può dirsi senza senso e portatrice di sofferenza, non sono poche le morti violente, e quasi grottesche, che capitano ad alcuni dei personaggi. Charles Langelot ad esempio, che ammira le sue tanto preziose porcellane ed è in cerca di una nuova cameriera per la casa di Parigi: colui che si è salvato rubando benzina e auto a due giovani promessi sposi finisce per essere investito dalla macchina di una bella e affascinante donna mentre si aggira spensierato tra le vie della capitale francese. Oppure Philippe, dei Péricand, giovane religioso vocato alla fede e alla misericordia che prende in custodia 28 ragazzini di un istituto di carità, per poi esserne brutalmente ucciso in un loro animalesco tentativo di rapinare una villa. Anche i più piccoli sono dominati dagli istinti violenti, e chi è sinceramente legato alla benevolenza finisce per avere la peggio. Contrastano questo repertorio di brutalità e sopraffazione i coniugi Michaud, due anziani impiegati di banca, vittime del loro superiore, che sperano ogni giorno di riabbracciare il figlio soldato.

Nella seconda parte compare un altro aspetto centrale nello sviluppo dell’opera: il rapporto tra vinti e vincitori, tra i francesi ospitanti e i tedeschi ospitati. Le cose vanno diversamente da quello che ci si aspetterebbe e rasentano quasi il paradosso: quei “crucchi” (guai a chiamarli così) muniti di elmetto e divisa in groppa ai loro cavalli, con i capelli dorati mossi dal vento e i penetranti occhi di ghiaccio, alla fine non sono così male, si dimostrano educati, in parte divertenti, a volte in grado di animare quell’asettico paese in guerra. I bambini si avvicinano e sorridono insieme a loro, e le ragazze si perdono in baci e promesse che riecheggiano nel coprifuoco serale. Molte mogli sono infelici, hanno sposato chi di dovere, hanno bisogno di attenzioni e buone maniere che inaspettatamente arrivano dagli stessi soldati. Questo rapporto tutto sommato buono tra nemici contrasta invece con la ben poca sopportazione reciproca dei francesi: le suocere criticano le nuore perché danno troppe attenzioni ai tedeschi e non pensano ai loro mariti lontani e prigionieri (poco importa se sono sempre stati violenti e traditori), le voci di sospetti amoreggiamenti illeciti si diffondono e alimentano il disprezzo verso alcune paesane, e chi possiede tanto fatica a offrire qualcosa. Come la viscontessa di Montmort, criticona nei confronti delle scostumate donne del luogo solo perché ha un marito che pensa a tutto tranne che ad amarla: la donna predica la carità e la morale cristiana, non accetta che le contadine e le borghesi non si tolgano il pane di bocca a favore anche di quei prigionieri che non sono loro parenti, ma è la prima a non permettere a chi ne ha disperatamente bisogno di comprare i frutti del suo giardino. Alla fine, sarà proprio lei a denunciare un paesano per furto e a causare l’inizio della caccia all’uomo. In questo mondo messo sotto sopra dalle leggi del conflitto e dalla fame gli invasori sembrano i buoni, mentre a essere egoisti e ipocriti, quasi dimentichi del principio di solidarietà, sarebbero gli invasi.

Sul cielo nero e carico di pessimismo che si abbatte sulla Francia pare però comparire un barlume di speranza: Lucine, colei che si vergogna di sentire il cuore battere per il tedesco stanziato in casa sua e della suocera, che reprime in ogni modo i suoi sentimenti, ma che accetta di aiutare un’amica a nascondere il concittadino ricercato. Termina così, lasciando molto in sospeso, Suite francese: con i tedeschi, ora chiamati in Russia, che si allontanano dalla Francia dopo aver portato disordine, scompiglio, paura e aver mutato per sempre, nel bene e nel male, l’animo dei francesi.

di Gaia Cogorno

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