Interviste

Scrivere per necessità in compagnia del Conte di Montecristo: intervista a Francesca Crescentini

Da anni amata sui social come traduttrice e divulgatrice letteraria, Francesca Crescentini (@Tegamini) è in libreria con il suo primo – attesissimo – libro: La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con il Conte di Montecristo. Un «esperimento» a metà fra diario personale e romanzo in cui racconta come Edmond Dantès e il suo autore Alexandre Dumas abbiano saputo accompagnarla e interrogarla in un momento complesso della sua vita.

«Ogni libro che leggiamo interroga la nostra disponibilità a farci prendere per i fondelli. […] Il Montecristo è un’esagerazione. […] Sappiamo che è troppo, ma a Dumas scegliamo di andar dietro volentieri. Forse perché ci fa comodo pensare che tutto sia possibile». Così scrive nell’incipit del suo libro: che cosa l’ha portata a lasciarsi trasportare in questa storia un po’ implausibile?

Innanzitutto ci tira molto dentro Dumas. Lui era abituato a doversi far ascoltare e a tenere viva la curiosità di chi leggeva i suoi romanzi. Se pensiamo a come sono usciti – a puntate sul “Journal des Débats”, in una sorta di piè di pagina – era assolutamente indispensabile che lui riuscisse in questo e che diventasse anche una priorità.

Secondo me ci si scopre molto disponibili a dargli retta, per quanto succedano continuamente delle cose che sono esagerate e visibilmente assurde, perché ci piace immaginare che ci sia dell’altro, che le possibilità si possano espandere. Ogni tanto leggendo qualcosa di inverosimile, di troppo gigante per essere vero, si prende forse il coraggio di considerare il proprio mondo di lettori un pochino più grande, un pochino più speranzoso di quello che è nella realtà.

Si impara a scoprirsi disponibili vedendo che magari, anche in un posto immaginario, ci sono delle cose enormi che succedono e che vanno anche per il verso giusto. Poi è chiaro che la vendetta è costosa e difficile. Ci sono un sacco di interrogativi etici che ci possiamo porre nei confronti di quello che poi finisce per combinare il Conte di Montecristo. Però insomma, vedere che lui manovra questa materia gigantesca è comunque fonte di conforto in un certo senso. Poi è bello accompagnare la storia del Conte anche con la vita stessa di Dumas.

Durante la lettura del Montecristo ha appunto deciso di studiare e approfondire la vita dell’autore, Alexandre Dumas: cosa l’ha più affascinata di questo personaggio, lui stesso un romanzo incarnato?

All’inizio mi sono molto incuriosita quando ho scoperto tutta la storia della sua famiglia. Mi sono poi messa a studiare il suo percorso biografico e mi è sembrato che valesse la pena portarlo anche nel mio libro, anche se non era nei piani originali coinvolgerlo nel racconto.

Avevo impostato il mio esperimento con la voglia di imparare e soprattutto di tenere traccia di ciò che succedeva anche fuori dal libro: volevo dare spazio alle cose che scoprivo lungo il percorso e che mi stavano appassionando. E così è stato inevitabile includere la storia di Dumas.

Tra le cose che mi hanno stupito c’è sicuramente la sua inesauribile energia. Lui è arrivato a Parigi, giovanissimo, da un paesino del nord della Francia senza aver un’istruzione particolarmente solida e soprattutto senza avere particolari agganci, animato solamente dall’idea di scrivere per il teatro e di partecipare al bel mondo e al fermento creativo e culturale della città.

Nei primi vent’anni ha trovato un lavoro, sì, ma ha anche fatto tantissimi esperimenti, ha cercato di imparare e poi si è continuamente reinventato, riciclato e si è posto come un innovatore per tantissimi versi: per anni si è occupato di teatro, poi è partito e ha iniziato a scrivere racconti di viaggio. E poi, quando è passato ai romanzi, ha scompaginato completamente il panorama letterario di quel tempo a partire dal rapporto con il pubblico e le proporzioni del successo che si poteva riscuotere scrivendo. Alla fine, si è riciclato di nuovo perché è tornato al teatro, ne ha fondato uno suo, mettendo in scena sia i suoi lavori del passato ma anche riadattando quello che scriveva in forma romanzesca.

Dumas era capace di scrivere sempre, ovunque e con un’ispirazione e una creatività che sembravano inesauribili. E questo credo che sia forse l’aspetto più stupefacente di quello che ha combinato. Pensiamo anche ai giornali che ha fondato e che continuava ad alimentare, al fatto che lui scrivesse veramente in ogni modo, ovunque e di qualsiasi cosa anche. Lo puoi fare solo se ci credi molto, secondo me. E se puoi davvero credere che tutta quella creatività non finirà mai e che potrai sempre attingere da questa fonte meravigliosa. Quindi forse è quello che, al di là delle mille avventure e delle mille assurdità della sua personalità straripante, dovrebbe lasciarci ancora oggi sbalorditi.

Quando ha deciso di intraprendere questo esperimento, come si è svolto il processo di scrittura? Mentre leggeva le sue edizioni del Conte di Montecristo aveva già idea della forma che avrebbero preso i suoi pensieri?

Ci sono state due grandi fasi. Io ho scritto il grosso del libro mentre stavo leggendo il romanzo quindi, come recita il sottotitolo Un anno con il Conte di Montecristo, ci ho davvero impiegato un anno per leggerlo e studiare. Tante riflessioni sono venute fuori durante la lettura e mentre tenevo traccia di quello che scoprivo, che mi ricordavo e che avevo voglia di collegare a quello che mi era successo, alle domande mie. Scrivevo tutto quello che sentivo necessario. Poi mi sono tenuta un po’ di tempo per un lavoro di ristrutturazione: quando ero più o meno arrivata in fondo, dovevo guadagnarmi una visione d’insieme per capire dove inserire quello che avevo scoperto sulla vita di Dumas e per scegliere cosa valesse la pena scrivere.

Mi piaceva che fosse un libro in cui si vedeva un’idea che prendeva forma e quindi consegnandola al lettore in quel modo lì, far partecipare anche chi legge al fatto che ci sia un pensiero che si sta facendo strada e che sta costruendo attorno a me qualcosa. È stato un processo abbastanza anarchico anche se poi c’è stato il tempo della selezione: all’inizio il libro era molto più lungo. Abbiamo un po’ sfoltito perché molto spesso, soprattutto quando si ricorda o si gestisce il tempo, lo si percepisce come lo percepisco io, un po’ tutto insieme. Mettiamola così: ci sono delle cose che diventano ellittiche, o magari che abbiamo già detto meglio da altre parti e quindi vedendo tutto quanto insieme è diventato piuttosto facile riuscire poi a organizzarlo in maniera sensata.

Durante la seconda fase di ristrutturazione come è stata accompagnata dalla casa editrice, dall’editor? Quando effettivamente sono venuti a bussare alla sua porta?

Io ho iniziato senza avere una particolare ambizione, volevo semplicemente aggiustare della roba mia. Poi ho fatto leggere una cinquantina di pagine a mio marito [ndr Marco Figini, direttore editoriale di Magazzini Salani, Nord Sud Edizioni, Limina Edizioni, Ape Junior], che per deformazione professionale tende ad avere un buon occhio su quello che le persone scrivono, e lui mi ha detto che valeva la pena continuare soprattutto perché era una cosa che mi stava facendo bene, innanzitutto.

Così poi l’ho fatto leggere alla mia agente Maria Vittoria per capire se fosse qualcosa che potesse essere inseribile in un’offerta editoriale di questo pianeta. E alla fine anche lei mi ha convinto ad andare avanti. Poi l’ha proposto sul mercato ed è andata bene perché ha riscontrato interesse da diverse case editrici. Alla fine abbiamo deciso di darlo a Einaudi.

Sono stati molto pazienti perché io dovevo ancora finire di scrivere. E durante questa fase mi hanno chiesto un po’ di aggiornamenti: io ho raccontato loro cosa volevo combinare, come mi immaginavo che la storia dovesse chiudersi, come tutto quanto dovesse funzionare per trovare un suo equilibrio. Ma abbiamo davvero iniziato a metterci le mani proprio quando io avevo finito, quando avevamo tutto il materiale a disposizione. Visto che ha una struttura così matta, un magico millefoglie fatto di tante anime diverse, è stato importante che ci fosse tutto quanto, perché altrimenti sarebbe stato complicato riuscire a capire i reali equilibri tra le parti.

E a quel punto lì mi hanno molto aiutato Marco Peano e Angela Rastelli [editor narrativa italiana Einaudi] che hanno fatto un lavoro di lettura diverso. Marco ha badato più alla struttura suggerendomi cosa tenere e cosa limare mentre Angela ha fatto da controllore finale. L’intervento è stato molto utile e prezioso, hanno fatto un editing puntuale: spostiamo la virgola, cambiamo le paroline eccetera. A livello generale però non mi hanno praticamente toccato niente, non abbiamo fatto un intervento molto pesante; abbiamo soprattutto lavorato sulla struttura: è stato fondamentale il loro occhio esterno.

«Ai miglioramenti non domando ragioni, è dei disastri che mi preme sviscerare le cause». Nel libro lei si pone numerose domande, con cui interroga se stessa, il romanzo, il lettore. Ad alcune di queste domande pensa di essere riuscita a trovare una risposta?

Sono più brava a fare le domande che a dare delle risposte univoche. Oppure, quando rispondo, mi prendo un sacco di spazio, un sacco di tempo. Quindi non lo so. Io penso che anche farsi delle domande sia qualcosa che viene spontaneo leggendo il Montecristo e le storie di Dumas. Me le faccio quando leggo qualsiasi cosa e mi piace anche metterle a disposizione di chi viene a leggere che cosa penso di altri libri. Per me è fondamentale capire cosa ci stiamo chiedendo quando affrontiamo la storia di qualcun altro.

Mi piaceva tenerle perché mi aiutano a orientarmi sia quando leggo che quando scrivo; penso che siano un modo molto spontaneo, molto semplice e molto normale per avvicinarsi anche a chi legge. Se tu leggi una domanda in qualche modo cerchi di rispondere a modo tuo, anche se magari è una domanda che io sto facendo a me all’interno di una storia. È una mano tesa verso il cervello che deve mettersi in moto e il cuore che si deve orientare a cercare una risposta. Quindi per me è un pezzo di struttura che ha questa duplice valenza: serve a me e mi piace che tenda una mano verso chi legge.

Il libro è poi farcito di moltissimi inserti da “Cioè”: il test degli infami, mail dalla provvidenza_senior@onnipotente.spa, bigini per capire a che punto siamo del romanzo di Dumas e usa moltissimo il maiuscolo. Si è divertita a scrivere questi passaggi? Che funzione hanno?

Mi sono divertita moltissimo perché c’è un’anima buffa e surreale nel libro che, essendo anche un esperimento metaletterario, richiedeva dei passaggi simili. Io li ho molto difesi e, in realtà, sia Marco che Angela li hanno molto amati quando li hanno trovati all’inizio. Ci vuole un’assurdità di tanto in tanto; penso che appartengano un po’ anche al mio tono in generale, che è piuttosto surreale.

Proprio all’inizio del libro scrivo che questo è il viaggio di una lettrice normale, di questo tempo, che prende in mano un libro che ha quasi duecento anni e lo intreccia a una realtà in cui esistono le e-mail, esistono i titoli del telegiornale, sono esistiti i test del “Cioè”, esistono le newsletter che ci consigliano come sviluppare la nostra creatività. E quindi mi è sembrato divertente molto spesso infilarci anche queste cose. Hanno due funzioni, devo dire, al di là della gioia cialtrona mia nel farle. Molto spesso, affinché la trama del Montecristo diventi comprensibile a tutti quanti senza scrivere due pagine di spiegone, io ho usato questi espedienti per tracciare il quadro della situazione. Quindi se abbiamo un ambiente da ricostruire possiamo lasciarlo fare a una contessa pettegola che su Twitter parla male di tutti oppure se abbiamo i viaggi che fa Dumas in Russia, al posto delle quindici pagine che avevo inizialmente scritto, si possono riassumere nei titoli di giornale.

Ma mi sono anche serviti per muovere il tono. Il libro ha dentro delle parti che sono più difficili a livello emotivo: io sono una persona che anche nel brutto tende a sdrammatizzare e a usare il surreale come un’arma di difesa e così mi sono accorta, rileggendolo, vedendo dove avevo messo queste cose, che le avevo inserite quando c’era bisogno di alleggerire un momento che era diventato un po’ più cupo. Penso che alla fine nell’insieme riescano a creare una specie di piccolo ottovolante su cui si va tutto sommato volentieri.

Il libro racconta diversi episodi molto personali della sua vita – dalla malattia di sua madre all’intervento al cuore del suo secondo figlio appena nato –, è un diario che ha deciso di rendere pubblico. Certamente è abituata a condividere sui social il suo lavoro e parte della sua vita privata, ma come si è sentita quando il libro è effettivamente arrivato nelle mani dei lettori?

Mi sono concentrata molto sul filtro che crea il fatto di star raccontando delle cose in un libro. Lì sono molto più coraggiosa di quanto io lo sia in realtà, ma posso esserlo perché è un contesto diverso, ha un passo diverso e uno spazio diverso. E quindi si stabilisce davvero una nuova lente per dire delle cose che sono difficili, dolorose, non particolarmente edulcorate in tantissimi casi. Non è stato complicato per me perché dentro a questo laboratorio mi sono sentita a mio agio, mi sono sentita in controllo forse per la prima volta.

Mi sono anche resa conto che quella materia lì deve essere percepita come una narrazione. Alla fine, anche quando noi pensiamo di ricordarci qualcosa in maniera oggettiva e raccontiamo quello che ci sembra di aver capito, stiamo raccontando solo quello che abbiamo capito noi. Non c’è niente dei nostri ricordi che sia davvero oggettivo, neutro. Nel momento in cui ricordiamo dei fatti del passato abbiamo determinati strumenti che durante quegli eventi non possedevamo ancora e quindi maneggiare la memoria e raccontare poi queste cose è tutto un grande esperimento. Ed è la cosa più lontana dall’essere oggettivi che si può ottenere; è il posto in cui si possono fare dei libri con un materiale di questo tipo, prendendo coscienza che le cose funzionano così, almeno per me.

«Non sono mai stata l’ennesima Bambina Coraggiosa dei libri, ma non mi sorprendo che i libri siano sempre stati un posto in cui sentivo di poter pensare quel che mi pareva». Il romanzo è anche una sorta di diario da lettrice, racconta del valore che aveva la lettura per lei da bambina; ora che cosa significa leggere per lei?

La lettura per me è sempre stata un posto molto felice. Adesso è un posto molto felice in cui ci sono tante altre persone. È diventata gradualmente un’attività sempre più di relazione e ne sono molto contenta. Quando ero piccola sono stata l’unica vera lettrice di casa; i libri erano proprio un posto dove spostarmi, dove non sentirmi controllata, gestita, blandita, costretta. Ed è sorprendente, se pensiamo a tutto il resto del mio contesto, che nella lettura io sia stata lasciata così libera. Forse perché bastava leggere per essere automaticamente delle brave bambine.

Questa è stata la mia grandissima missione per tutta l’infanzia: essere una brava bambina, rispondere alle aspettative. Da grande mi sono accorta che potevo anche liberarmi di questa valenza della lettura e sono stata molto contenta di costruire pian piano un mio percorso che non è rigoroso o accademico, ma che mi ha davvero aiutata a imparare, a spiegare il perché. Una cosa mi sembrava degna di essere letta, degna di essere amata e soprattutto degna poi di essere condivisa. Oggi, avendo scritto un libro, è molto affascinante per me poter parlare con le persone che lo stanno leggendo e che ne restituiscono ognuna un frammento, un effetto diverso che ha avuto. Questo penso sia un passo che non mi aspettavo di poter fare e che però si sta rivelando davvero meraviglioso.

Terminato il viaggio con il Conte di Montecristo, quali sono i classici che ancora non ha avuto la fortuna di leggere e che attendono sul comodino di essere scoperti?

Sono innumerevoli. Questa cosa mi distrugge. Dico che non c’è da vergognarsi, però in realtà è un lungo percorso imparare a non farlo. Io sono fortunatissima da questo punto di vista: devo ancora esplorare un sacco di russi. I classici anglosassoni sembrano non finire mai, quindi insomma io ne ho a volontà: vediamo dove andiamo a finire al prossimo giro. Sono inelencabili, mi mancano quasi tutti. Così sono fortunatissima.

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