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Popolo di santi, poeti e navigatori… non di brava gente. “M – L’uomo della Provvidenza”

Continua la saga letteraria dedicata al dittatore d’Italia. Con il secondo capitolo, M – L’Uomo della Provvidenza, Antonio Scurati si cimenta nel ritratto umano del Duce, in un’opera tanto ardita nelle sue ambizioni quanto onesta nelle sue intenzioni.

Un poeta inglese vissuto a cavallo tra XVI e XVII secolo disse «nessun uomo è un’isola». È ragionevole presumere che per Scurati quel poeta inglese fosse quanto meno un uomo che godeva di ottima salute. Magari il problema dello Scurati romanziere è sempre stato questo: nessun uomo è un’isola, e per giunta gli uomini che tratta sono sani. Al di là di ogni disquisizione sullo stile, al di là di ogni costruzione romanzesca, al di là dei corsi e ricorsi storici, un uomo in buona salute tende alla socialità e al potere, tende soprattutto a non farsi incasellare nella trappola intimista costruita ad arte da quei bravi scrittori (come Scurati) per i quali un personaggio merita di essere raccontato solo nel suo hic et nunc, sia pure questo personaggio un dittatore che tiene le redini della geopolitica europea. A onor del vero, Scurati è un maestro di questo “immobilismo”, e quando gioca in trasferta sul campo di una materia assai dinamica, quale è il 1919-1945 italiano, lo fa con cognizione di causa, non tanto perché Scurati ha dalla sua quelle velleità punk degli scrittori alternativi che combattono contro i propri romanzi, quanto perché, dove altri vedono un impedimento da correggere, Scurati invece trova una dialettica su cui posare la leva del grande romanzo intimo delle cose esogene, dei dissidi degli uomini sani che fuori muovono la Storia. Questo parlando in fumosa teoria, perché a prendere la penna in mano con questi propositi ti fai male, se non sei Scurati. Ma a volte succede che sei Scurati e per un romanzo ti va anche bene; per il primo romanzo puoi immortalare l’attimo esatto della crepa serpeggiante sull’io degli uomini sani. Poi la saga continua, la dialettica alla lunga stanca e soprattutto la Storia ti dice che nel 1925 Mussolini è quasi all’apice del suo potere, che tra le righe significa: per quanto ancora tu scrittore puoi restare fedele al tuo manifesto ribaltando luci e ombre di un uomo che, a conti fatti, sta vincendo?.

Giocando a carte scoperte, ecco come. M – L’uomo della provvidenza, pubblicato da Bompiani nel 2020,si apre con il manifesto della poetica di Scurati: Mussolini riverso nel suo vomito, in preda ad atroci fitte addominali. Sì è vero, Mussolini non è mai stato più potente di così, sì il Duce ha l’Italia ai suoi piedi, tutto questo Scurati non lo nega. Eppure eccolo lì: sta malissimo, forse tra poco muore. E nella sua malattia è profondamente solo. L’uomo è diventato isola, Mussolini è potente ma solo e malato, l’autore lo sa e può scrivere di lui prima ancora di quello che fa.

M – L’uomo della Provvidenza resta però fedele alla formula vincente del suo predecessore e non cessa di essere un romanzo furbo, ossia non un vero romanzo. Quello che fa sostanzialmente Scurati è prendere delle fonti storiche – per lo più lettere, telegrammi, intercettazioni telefoniche, articoli di giornale, riviste – e metterle in scena, come a teatro. Da qui, capitoli molto brevi, tanto lirismo, ancor di più melodramma, che si traducono in una pletora di personaggi invischiati spiritualmente nel corso di un tempo illiberale e antidemocratico. L’azione prende piede dal 1925 al 1932, un periodo che ha suscitato poco interesse nella rappresentazione mediatica contemporanea del fascismo, e i protagonisti del capitolo precedente vengono rimpiazzati dalla nuova generazione di fascisti che si passano ostilmente il testimone in un turbinio di prevaricazione e violenza. Il Duce poi, ha fascistizzato la sua solitudine, e si avvia verso il baratro di una nuova versione del suo mostro personale: un mostro istituzionale, un mostro immobile e isolato, un dogma che si sovvenziona della catastrofe politica da lui messa in piedi.

Il progetto di Scurati è ambizioso, e a conti fatti un’operazione di questo tipo manca nella letteratura italiana, tanto che lo stile scelto è giocoforza ampolloso, sublime, enfatico; tuttavia il libro scorre piacevolmente grazie a una paradossale concatenazione di diversi fattori che singolarmente non avrebbero funzionato, e che non sempre nel primo capitolo hanno funzionato. Un’ipotesi azzardata, ma che viene avvalorata pagina dopo pagina, trova la spiegazione nella materia storica: la rivoluzione fascista – l’argomento del primo capitolo (dal 1919 al 1924) – è sempre stata una questione ridicola. Patetici i personaggi, grottesche le vicende, assurdi i risvolti, la caduta dell’Italia nella dittatura è stata una triste e violenta cialtronata. Scurati ci aveva provato a prendere in mano la penna di Balzac e nobilitare le abiette passioni di quegli individui, ma un buffone resta un buffone, e il lirismo esacerbato non sempre gli si adatta, anche quando dietro a quel lirismo c’è un talento vero come lo è Scurati. Qui però la Storia gli viene incontro: la vuota campagna militare in Libia dove si combattono i fantasmi, la quota 90, gli scontri intestini del Partito, le trattative con la Chiesa, la consolidazione del regime… Tutto si affievolisce, tutto si incartoccia su se stesso, e Scurati può finalmente mettere da parte il saggiatore per costruire il vuoto dell’abisso sui suoi nuovi protagonisti troppo umani. Ma a scrivere un romanzo deve essere il suo autore o la materia? Finché il romanzo funziona va bene anche non chiederselo.

di Gabriele Beninati

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