Intervista a Paul Murray su “Skippy muore”
Grazie a Giulia Zagrebelsky dell’ufficio Stampa Einaudi, ho avuto l’occasione di intervistare in videochiamata lo scrittore irlandese Paul Murray. Con lui ho parlato del suo romanzo Skippy muore, pubblicato da Einaudi Stile Libero a gennaio 2026, e del suo processo di scrittura. Ecco cosa mi ha raccontato:
I protagonisti del romanzo sono un gruppo di quattordicenni che frequentano un college maschile in Irlanda. Da dove nasce il desiderio di raccontare la complessa e caotica fase dell’adolescenza e quanto c’è di autobiografico nella storia?
Inizialmente il libro doveva essere un racconto incentrato su un professore dell’età che avevo io quando ho iniziato a scriverlo, ovvero 28 o 29 anni. Questo professore era simile a me, un po’ insicuro sul suo futuro e non così certo di voler fare l’insegnante. Il racconto si apriva con questa scena: il professore sta cercando di fare lezione alla sua classe, che non sembra però ascoltarlo, e quando suona la campanella ed esce dall’aula, vede il corridoio pieno di ragazzini quattordicenni scatenati. È stato molto divertente scrivere questa scena, diventata poi parte del romanzo, perché ho vissuto di nuovo in modo vivido la mia esperienza scolastica e mi sono tornati in mente tanti personaggi comici o spaventosi. La vita dei ragazzini di quattordici anni è davvero caotica e raccontarla mi offriva tante possibilità: a quell’età non sei davvero consapevole delle conseguenze di nulla, quindi nella mia storia poteva succedere di tutto. All’epoca in Irlanda, i ragazzini non erano considerati un soggetto “adeguato” per la narrativa letteraria e questo mi ha permesso anche di scrivere qualcosa di nuovo, che mi incuriosiva. È un romanzo molto autobiografico: la scuola è basata su quella che ho frequentato io a Dublino e ci sono un paio di insegnanti piuttosto simili a quelli che avevo, mentre alcuni dei ragazzini assomigliano ai miei amici o ai miei nemici. Anche se può richiedere del tempo, quando uno scrittore trova qualcosa che lo entusiasma, gli sembra di andare nella direzione giusta ed è quello che è successo quando ho iniziato a scrivere questo libro e sono entrato in questo mondo: mi sembrava di divertirmi davvero!
Nel suo personale processo di scrittura di un romanzo, cosa prende vita per primo? Parte dai personaggi e dalla trama oppure sviluppa prima i temi, costruendo poi attorno a essi i personaggi?
È davvero molto caotico e quando comincio un libro non penso: «Sto scrivendo un libro, prendo un foglio di carta e comincio il capitolo uno». Di solito parto da un’idea, come un piccolo seme, a cui poi si aggiungono, un po’ casualmente, altre idee o semplicemente temi che mi interessano. In questo caso, ero interessato a scrivere dell’irresponsabilità di questo professore, dei grandi cambiamenti economici in Irlanda e di ciò che stava accadendo agli adolescenti in questo contesto economico. La storia si apriva a scuola e mi era venuta l’idea di basarla principalmente su due personaggi, ovvero il professore e questo ragazzino con dei problemi di cui il professore non è a conoscenza, e questo è rimasto lo “scheletro” della storia. Poi, una volta che entro nel mondo “abbozzato”, iniziano ad apparire nuove idee e personaggi, anche sotto forma di battute o di frasi da attribuire loro, che sviluppo anche fuori dalla pagina, prendendo appunti. Quando scrivo penso sia a quello che sto scrivendo sia a quello che potrei far accadere più avanti nella storia. Ecco perché la fase iniziale di un libro è davvero emozionante: contemporaneamente tutti i personaggi prendono vita e i cambiamenti che avvengono in loro si intrecciano e influenzano la trama. È un processo abbastanza naturale: non ho in mente una lista di temi ma sono questi a derivare, in qualche modo, dal personaggio. Questo mi dà l’opportunità di scrivere di qualcosa che mi interessa e, in quanto membro della società, il presente e quello che accade intorno a noi mi affascina molto.
Nel capitolo che apre il romanzo il protagonista muore. Perché ha fatto questa scelta narrativa, volendo rivelare subito, e persino già dal titolo, un evento così cruciale?
Quando andavo al college avevo scritto un racconto molto simile al capitolo iniziale di Skippy muore in cui due ragazzini, in una scena ridicola, fanno a gara a chi mangia più ciambelle. Uno dei due, però, muore e per questo motivo mi ero poi reso conto che come racconto non poteva funzionare. Quando, anni dopo, ho scritto il racconto sull’insegnante, ho capito che poteva esserci qualcosa di più e ho pensato che Skippy poteva essere il ragazzo di cui l’insegnante si preoccupava, senza poterlo poi aiutare davvero. Questa storia sulla gara di ciambelle mi è sempre piaciuta, così come l’idea di avere un’apertura d’effetto che catturasse l’attenzione dei lettori. Inoltre, se paragonato ai molti ragazzini del libro, Skippy è abbastanza tranquillo e se il lettore, nella scena iniziale, focalizza la sua attenzione su di lui, da subito capisce che gli succederà qualcosa. È un libro lungo ma l’obiettivo è che i lettori continuino a leggere, quindi si tratta di un espediente narrativo piuttosto semplice, che aggancia e fa chiedere al lettore: «Cosa succederà a questo personaggio?».

Cosa aggiunge, secondo lei, la narrazione corale che ha adottato in questo romanzo rispetto a una narrazione che offre un unico punto di vista?
Anche in questo caso è tutto abbastanza spontaneo, quindi non decido se scrivere il libro in prima o in terza persona. In generale, sono un po’ diffidente nei confronti della narrazione in prima persona, perché penso che quando le persone raccontano le loro storie spesso non dicano tutta la verità. Non volevo dividere il libro in sezioni, quindi la struttura narrativa a più voci si prestava al mio desiderio di descrivere un piccolo mondo: nel Giorno dell’ape è la città, mentre in Skippy muore è la scuola. Viviamo in un mondo pieno di relazioni e anche se pensiamo a noi stessi come a degli individui, poi ognuno di noi è una persona diversa con ogni persona che incontra. Volevo quindi scrivere del fatto che tutti questi ragazzini si sentono soli ma allo stesso tempo imparano che l’unico modo per sopravvivere alla scuola è quello di creare legami tra di loro. Nel Giorno dell’ape tutti i membri della famiglia si sentono intrappolati in loro stessi e l’unica via d’uscita è andare oltre e creare dei legami autentici. È più democratico dare voce a tutti i personaggi, perché questo arricchisce il libro e la narrazione. Inoltre, anche un personaggio che all’inizio si considera come cattivo può avere le sue ragioni per agire in un certo modo e, se si pensa al suo passato e alle sue origini, si finisce per capirlo. È stato davvero divertente per me cercare di creare un mondo che fosse un ecosistema, in cui tutti fossero collegati tra loro e dipendenti gli uni dagli altri in modi diversi.
Che sensazione prova nel presentare oggi ai lettori italiani un romanzo scritto diversi anni fa? Oggi lo riscriverebbe in modo diverso?
Non riscriverei nulla di ciò che ho scritto in passato perché mi sembra che non mi appartenga più allo stesso modo, ma provo comunque affetto per i personaggi. Ovviamente ora sono ancora più distante dal mondo adolescenziale e, anche se non sono nella posizione giusta per giudicarlo, mi sembra che in linea di massima il libro sia ancora attuale. Nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente, soprattutto dal punto di vista tecnologico. Ho iniziato il libro nel 2002 e allora c’erano social media enormemente popolari, come Myspace, di cui oggi molti non conoscono l’esistenza, il che è pazzesco. Infatti, a un certo punto ho deciso che non avrei inserito nel romanzo tutte le nuove ondate di tecnologia, altrimenti sarei impazzito. Se lo riscrivessi oggi, la grande differenza sarebbe sicuramente una maggiore presenza della tecnologia, perché ora gli smartphone dominano le nostre vite e siamo ancora più disconnessi dalla realtà fisica. A parte questo, nella scuola, un ambiente chiuso e dettato da molte regole, ci si sente più o meno nello stesso modo anche oggi, ovvero separati dal resto del mondo. La scuola è un mondo familiare al lettore dove può avventurarsi in ogni sorta di scenario emotivo conosciuto, in situazioni teatrali o ridicole create al suo interno dallo scrittore. Oggi mi interessa molto riflettere e scrivere sulla tecnologia. In Skippy muore gioca un ruolo importante, ma nel Giorno dell’ape è ancora più presente nelle vite dei personaggi e il mondo reale svanisce. Come persona lo trovo deprimente e spaventoso, ma scrivere serve a trasformare e, in parte, a controllare questi sentimenti.

Durante il processo di scrittura ha mai avuto dubbi sulle scelte narrative? Ad esempio, c’è un personaggio che l’ha messa in difficoltà morale mentre sviluppava la storia del romanzo?
Se non avessi avuto dubbi mentre scrivevo il libro, mi sarei preoccupato: la vita da scrittore è tutta un susseguirsi di ansie perché non sai mai se quello che stai scrivendo funzionerà o meno. Dopo tre anni passati a scrivere Skippy muore, mi chiedevo ancora: «È il libro giusto?».Eppure va bene così, perché non c’è una formula per scrivere: un libro è un’opera d’arte e può essere un disastro così come qualcosa di buono, per cui bisogna correre il rischio. Nel mio lavoro come scrittore il dubbio è una parte importante: i personaggi del libro sono preoccupati e ansiosi e non sanno se stanno facendo la cosa giusta, quindi io non voglio sentirmi come un dio che si limita a spostare queste piccole figure da una situazione all’altra. Poi, se un personaggio mi pone di fronte a un dilemma morale, solitamente rifletto chiedendomi se si adatta al tono del libro. È un po’ come la vita: è giusto che i personaggi ti sorprendano e che tu voglia che siano liberi quando stai dando loro forma sulla pagina. La parte “pretenziosa”, quando scrivo, è arrivare alla mia mente inconscia e cercare di sorprendere anche me stesso, così che anche il lettore possa esserlo. Quindi, nelle fasi iniziali, i dubbi sono sicuramente importanti, ma conta anche presentare ai lettori dei dilemmi perché penso che possa essere emozionante per loro rifletterci sopra così come lo è per me.
I personaggi dei suoi romanzi appaiono inizialmente molto ordinari, ma poi rivelano progressivamente una maggiore profondità. Perché sceglie di non esplicitare subito i conflitti interiori dei suoi personaggi e di lasciare delle “zone d’ombra”, non spiegando fino in fondo al lettore ciò che davvero avviene?
È proprio così che ci appaiono le persone: hanno vite difficili, anche se all’inizio non lo vediamo. In generale, se parliamo con le persone e chiediamo loro cosa sta succedendo nelle loro vite ci rendiamo conto che hanno enormi problemi e vivono sotto forti pressioni, anche in una società ricca come quella dell’Europa occidentale dove al momento è bello vivere. Quando scrivo in una narrazione a più voci, quello che mi interessa davvero è dare ai diversi personaggi la possibilità di rivelarsi e così tutti risultano ancora più interessanti di quanto si poteva pensare all’inizio. Forse sono una persona superficiale se penso che molte persone sembrano unidimensionali e noiose, a cui importa solo dei soldi o di assomigliare a tutti gli altri, ma poi rimango continuamente sorpreso dalla profondità che si può scoprire ogni volta che qualcuno ci parla della sua vita in modo onesto. C’è sempre molto di più nelle vite delle persone ed è così che sono anche i libri. Lo scrittore James Joyce diceva: «Non ho mai incontrato una persona noiosa» e credo che anche questo faccia parte di Skippy muore: abbiamo bisogno di raccontarci storie a vicenda, di ascoltarci l’un l’altro per non scomparire o isolarci nella solitudine e i romanzi sono anche un modo per farci coinvolgere da chi ci circonda.
Quando scrive, tiene a mente i lettori? Le è mai capitato di modificare il finale di un romanzo per soddisfare maggiormente le aspettative dei suoi lettori?
Cerco di non pensare, di non preoccuparmi dei lettori o mi verrebbero troppi dubbi, soprattutto perché ci sono tantissimi lettori diversi e accontentare tutti è impossibile. Per me scrivere la prima bozza di una storia è come innamorarsi, perché è fatta da nuove esperienze a cui mi avvicino per la prima volta: il cuore è pieno di grandi emozioni e penso che tutto sia perfetto. Dopo un certo periodo di tempo mi rendo conto che bisogna apportare delle modifiche e spesso si passa molto più tempo a revisionare un libro, cercando di dare un senso alle sue parti e di renderlo comprensibile, più che piacevole, per il lettore. Inoltre, quando si scrive, bisogna avere un certo livello di onestà e di vulnerabilità. Funziona come nelle relazioni personali, in cui bisogna aprirsi, senza preoccuparsi, quindi, se agli altri piacerà o meno il libro. I lettori vogliono essere liberi, sentire una connessione con lo scrittore e la sensazione che egli sta davvero cercando di far provare loro. Nel genere di libri che ho scritto finora, è stato importante per i lettori sentire che ci trovavamo tutti in una situazione senza sapere necessariamente dove saremmo andati a finire, sperando che, in qualche modo, saremmo riusciti a far funzionare il tutto. Anche se la sensazione che si prova quando si finisce un libro non è interamente dettata dal finale, io lavoro molto ai finali per farli sembrare veri: credo che debbano catturare i toni, l’intero messaggio del libro e la sensazione che si sta arrivando a una conclusione. Ad esempio, nel Giorno dell’ape il finale è piuttosto strano, ma mi sembrava quello giusto. La gente per lo più diceva: «Non capiamo il finale, ma ci piace», e penso che questo sia un finale riuscito, soprattutto se si adatta bene a ciò che è successo prima.
In merito al suo stile di scrittura, i suoi romanzi sono noti per combinare molteplici toni e infatti Skippy muore è stato definito una “tragicommedia”. Lei lo considera un romanzo più ironico o più tragico? O ritiene di essere riuscito a bilanciare queste due dimensioni?
Non credo che sia mio compito dire se quello che ho scritto sia comico, tragico o qualsiasi altra cosa, soprattutto perché i lettori spesso hanno reazioni molto diverse e io non posso dettare cosa proveranno: ognuno porta la propria sensibilità nel libro ed è difficile immaginarlo in anticipo. Però, mi sorprende sempre quando la gente dice: «È strano: è un libro triste ma è divertente», perché penso che le persone siano spesso molto tristi e che l’umorismo sia un meccanismo di difesa o un modo per sopravvivere a situazioni difficili. È proprio quello che fanno i ragazzini nel libro: stanno attraversando un periodo difficile e cercano di evadere facendo un sacco di battute, visto che per loro la scuola è molto noiosa e opprimente. La grande ironia è che Skippy muore è un libro tragico, ma i ragazzini non si comportano come personaggi di una tragedia, perché, alla loro età, si sentono dei ribelli. Un’altra cosa a cui cerco di prestare attenzione è quella di inserire delle belle battute all’interno dei miei libri. Mi impegno tantissimo per farle funzionare, ma allo stesso tempo mi chiedo: «È davvero una battuta divertente o lo è solo per me?». All’inizio pensavo di poter scrivere qualcosa di esclusivamente tragico in questo libro, ma la vita non è tragica e anche quando appare crudele o devastante, è comunque piena di dettagli che non rientrano nel “registro tragico”. Quindi, per scrivere in modo veritiero della vita, bisogna includere anche questi dettagli, perché è così che stanno davvero le cose.
Ultima domanda, ma non per importanza: vorrebbe darci un’anticipazione sul suo prossimo romanzo?
In questo momento non sto scrivendo nessun romanzo, ma ci sto pensando da un po’ e ho avuto diverse idee… Nel frattempo sto lavorando a un libro che non so ancora se sarà per bambini o young adult. È un fantasy ambientato nel passato e, anche in questo caso, è sia divertente che metafisico. Ho ancora diversi dubbi a riguardo perché non ho mai scritto niente per bambini prima d’ora… Da un lato mi diverte ma dall’altro mi rende ansioso non sapere che libro sarà, ma è proprio questo il punto: bisogna sentire di non sapere cosa si sta facendo, di non avere una mappa e di essersi persi, guardandosi continuamente intorno. Spero che per il lettore sia interessante perdersi insieme a me allo stesso modo!
di Arianna Stener


