Eyeliner sugli occhi e Chanel ai piedi: 20 anni dalla morte della giornalista Oriana Fallaci
Se si vuole pensare a una toscana doc, visceralmente attaccata a una terra natale dove finirà sempre per tornare dopo i viaggi in giro per il mondo, quella è Oriana Fallaci. «All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa».
Bassina, poco più che un metro e cinquanta, riempie ed eleva il suo corpo con audacia e prodezza. È scrittrice, giornalista, reporter di guerra. Ma prima ancora staffetta partigiana. Nome di battaglia: Emilia. A contrasto dell’invasione tedesca di Firenze, dal giugno del ’44 una ragazzina di appena quindici anni ha il compito di portare delle piccole bombe, quelle a forma di ananas che si tengono in una mano e che si vedono nei film. È figlia dell’antifascista Edoardo Fallaci, il suo schieramento non può che essere questo. Tutto ciò che diventa, tutto ciò che sa politicamente, deriva dall’esperienza della Resistenza. Più volte nella sua vita si definirà «Soldato».
Diplomata al liceo classico Galileo di Firenze con un 10 in pagella di italiano, mostra una spiccata propensione per la scrittura e le materie umanistiche, un po’ meno per l’accondiscendenza nei confronti dei professori con i quali spesso, senza paura di mostrarlo, non condivide le idee. Finisce per iscriversi alla facoltà di medicina ma, inutile dirlo, non sarà quello il suo futuro.
Tutto inizia in via Ricasoli, alla sede del “Mattino”. Oriana bussa: vuole fare la giornalista. Viene incaricata di scrivere un articolo su un dance club sul Lungarno, dove le mamme portano le figlie a ballare nella speranza che trovino marito. Rigorosamente scritto su una macchina Olivetti, il pezzo viene pubblicato. Differenze ideologiche le impediscono di essere assunta, ma non di continuare su questa strada. Sarà poi con “L’Europeo” che verrà lanciata nel mondo della stampa e inizierà a viaggiare oltre oceano.
Kuwait, Vietnam, Beirut, Oriana Fallaci tocca con mano i territori di guerra. Non rinuncia al suo eyeliner sugli occhi, alle Chanel ai piedi nel terreno fangoso, alle decine di sigarette al giorno che le saranno fatali, agli abiti eleganti (d’altronde è lei che intervista gli stilisti più famosi della storia). Anche sullo sfondo delle bombe resta lei, pregi e difetti. Convinta del fatto che le difficoltà degli uomini nascano da questioni diverse – economiche, sociali, razziali – mentre quelle delle donne dalla stessa appartenenza al genere – così dice nel famoso reportage Il sesso inutile – , si mostra spesso severa nei confronti del mondo femminile e rimprovera la tendenza a sottomettersi per accondiscendere al volere dei maschi. Per Oriana la libertà è diritto e dovere, e la verità è la base di ogni inchiesta giornalistica: si deve sempre documentare quello che accade, mai storpiare i fatti per andare incontro al volere di chi legge. «Writing for freedom and disobedience» è il suo mantra. Intervistata nel 1976 sul tema dell’aborto, in un programma Rai condotto da Ennio Mastrostefano, si dispiace perché, in quell’occasione, a parlare di un tema così delicato sono stati solo uomini; poi, a chi si oppone a questa pratica ricorda i morti ammazzati nelle battaglie, le giovani vite strappate da quei conflitti contro cui nessuno si scaglia: «la guerra è un aborto rinviato di vent’anni», dice. Sull’argomento si scontra prima con il caro e fidato amico Pierpaolo Pasolini, che con una lettera di risposta in cui riporta la sua opinione su Lettera a un bambino mai nato causa la delusione di Oriana.

Come riporta Riccardo Nencini – vicino alla giornalista negli ultimi momenti della sua vita – nel libro Mai stanca di vivere. Passioni e tumulti di Oriana Fallaci, sul letto di morte avrebbe dichiarato: «Di cosa ho avuto paura? Della vita. Degli sgarbi della vita». Ai bombardamenti ci si può abituare – quasi diventano vettori di adrenalina –, alle sofferenze dell’esistenza no. Oriana è spigolosa (come il suo stile), ha un carattere diretto, senza fronzoli, ma lima e alliscia la superficie di fronte alle persone della sua vita. Vorrebbe mettere da parte il sentimento (per lei fonte di distrazione), dedicarsi in toto all’attività lavorativa, ma la sfera emotiva finisce spesso per avere la meglio. Tanti saranno gli amori – Alfredo Pieroni, François Pelou, Alexandros Panagulis, la madre Tosca, la sorella Neera – e tante saranno le sofferenze al momento della loro perdita.
Il rigore, la precisione ai limiti del perfezionismo, il carattere forte e complesso della giornalista affiorano in superficie nella delicata fase della correzione di bozze e della costruzione del testo. Prima che diventi Oriana Fallaci sui suoi articoli si interviene, si taglia, si aggiusta e, come sempre succede in ogni testata, non si obbietta. Fattasi un nome, nessuno ha più il coraggio di opporle nulla ed è lei ad avere il coltello (la penna in questo caso) dalla parte del manico: di fronte a sguardi bassi e un poco sottomessi Oriana cura i sommari, decide i titoli, si preoccupa dei titolini, a volte ha da ridire sugli articoli di spalla al suo reportage. Con i libri è anche peggio: decide le copertina, i caratteri, le spaziatura, le fotografie, i tipi di carta e la consegna del manoscritto, trascorre tempi biblici con i grafici (ai quali dà scarsissime indicazioni sul contenuto dell’opera) prima di essere completamente soddisfatta. Nencini prova sulla sua pelle cosa voglia dire sottoporre il proprio testo all’analisi severa di Fallaci: prima di tutto, bandite le ripetizioni e l’uso eccessivo di avverbi; sulla padronanza del periodo poi non si discute, tutto deve incastrarsi alla perfezione, danzare armoniosamente, deve scivolare senza screziature e ruvidezze, ogni parola va selezionata con cura perché può aprire mondi interi. La traduzione francese di Insciallah da parte di Gallimard si conclude solo dopo il licenziamento dei primi due traduttori (il terzo viene convinto dall’editore a non contraddire la giornalista per portare finalmente a termine il lavoro). La rabbia e l’orgoglio passa addirittura sotto sedici giri di bozze.
A proposito di quest’ultimo testo: è la pubblicazione che avrebbe scatenato nei confronti della scrittrice polemiche e attacchi da una certa fazione, plausi e becere strumentazioni (per bocca di chi forse non ha nemmeno mai letto le sue opere) da una certa altra. È l’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001 e Oriana non si fa scrupoli a esprimere schiettamente la sua opinione: l’Occidente e l’Europa stanno rammollendo, l’Oriente sta avanzando con il suo fondamentalismo, si teme una teocrazia islamica. Dietro a queste dichiarazioni più che discutibili (basti pensare all’idea per cui sarebbe stato minimo il contributo della cultura araba alla storia dell’umanità), si nasconde però quell’Oriana che nel bel mezzo dell’intervista a Khomeini decide di togliersi il chador perché indisposta alla sottomissione e al mutamento dei suoi principi.

Viene difficile pensare che quella partigiana, figlia di chi è stato torturato dalla Banda Carità, salda, convinta, portatrice di ideologie femministe, si sia stretta a convinzioni quasi oppositive. Oriana Fallaci è stata umana, prima di tutto, con le sue sfaccettature e, perché non dirlo, contraddizioni. Per qualcuno o la si ama o la si odia, non ci sono vie mediane, ma forse questi due sentimenti riescono a convivere insieme nella considerazione della sua figura. Si può essere consapevoli del genio e allo stesso tempo discostarsi da alcune sue parole. Quello che però non si può negare, indipendentemente dalle considerazioni ideologiche, è la caparbietà del personaggio: il coraggio di parlare, obbiettare, intervenire, essere tremendamente scomoda, non stare mai in silenzio.
Ormai consumata dal cancro, Oriana Fallaci intuisce quando sarà la sua ora e non esita a ribadirlo a medici e conoscenti (caso mai non se lo ricordassero). Si spegne all’1.05 di venerdì 15 settembre 2006, nella clinica Santa Chiara. Dopo un funerale laico viene sepolta al cimitero degli Allori. Sotto sua diretta richiesta (anche questa passabile di giudizio) sulla lapide compare la scritta: «Oriana Fallaci. Scrittore», rifiutandosi categoricamente di declinare la professione al femminile. La notizia della dipartita rimbalza in vari paesi, dalla Grecia al Giappone. Stupisce un quotidiano in particolare, dove compare a tutta pagina la foto di Oriana e sotto la scritta: «Morte di un’inviata di guerra». È una testata iraniana a pubblicare l’articolo.
Vent’anni trascorrono da quella data. A una fase iniziale di ritrosia e incertezza nei confronti di questa figura ne segue una, tutt’ora in essere, in cui esplodono ricerche, saggi, studi, tesi di laurea, a dimostrazione del segno lasciato dall’autrice e del suo protagonismo nel panorama letterario e giornalistico, non solo italiano. La curiosità nei confronti di Oriana Fallaci non è mai tramontata e il suo nome, nonostante tutto, non si è dimenticato.
di Gaia Cogorno


