Recensioni

Narrare la melma dei giorni: “Lo Sbilico” di Alcide Pierantozzi

“Lo Sbilico”è un viaggio nella mente del suo autore, Alcide Pierantozzi, che racconta i propri disturbi e accompagna i lettori e le lettrici nelle sue giornate passate in spiaggia, in palestra e negli ospedali, il tutto attraverso una scrittura tagliente e diretta. Il romanzo critica come la società si relaziona nei confronti di pazienti psichiatrici, e fa comprendere meglio cosa significa essere affetti da malattie mentali, ponendo l’accento sulle difficoltà legate all’assunzione di psicofarmaci e alla scelta degli psicologi e psichiatri adatti alle proprie necessità.

«A quarant’anni dormo ancora con mia madre.»

Ad aprire “Lo sbilico” troviamo queste parole, che mettono sin da subito in chiaro il tono del testo e della narrazione, nella quale l’autore si racconta senza veli. Un testo ricco di immagini evocative, frutto della mente di Pierantozzi stesso, ma che lo imprigionano in una realtà complicata, difficile da affrontare. “Lo sbilico” è uscito Il 20 maggio 2025 per Einaudi, pubblicato all’interno della collana “I coralli”. 

L’autore nasce nel 1985 a San Benedetto del Tronto e al momento vive a Colonnella, in Abruzzo.  Si affaccia al mondo della letteratura molto giovane, esordendo, a ventun anni con un testo dedicato alla memoria di Pasolini, “Uno in diviso” (Hacca 2006, Bompiani 2022) e nel corso della sua carriera pubblica altri quattro romanzi. Ancor prima delle sue parole, a colpire di questo libro al momento presente nella  sestina finalista del Premio Strega, proposto da Donatella di Pietrantonio, e finalista del premio Campiello, è la sua copertina, la cui grafica evoca il tema della storia: la salute mentale. Colpisce il quadro scelto, che occupa gran parte della copertina, quasi a voler comunicare al lettore la difficoltà vissuta dal suo stesso autore.

Infatti, “Lo Sbilico” si presenta come un ibrido tra romanzo e autobiografia, fatto di racconti vividi e crudi, che permettono di empatizzare con Pierantozzi. Sin dall’infanzia si trova a far fronte a vicissitudini familiari che lo segnano nel profondo, ma soprattutto a dover convivere con i propri disturbi senza che nessuno se ne accorga. L’assenza di una vera e propria trama dà forza al racconto, restituendo la realtà dei fatti senza dover ricorrere all’utilizzo di espedienti letterari, in quanto le allucinazioni, le paure e le limitazioni causate dagli psicofarmaci, l’autore le vive sulla propria pelle ogni giorno.

«È da tempo che non mi sento più scrittore […] posso solo raccontare la melma dei giorni.»

Pierantozzi sembrerebbe mettere in guardia sul suo non sentirsi più scrittore, soffermandosi sulle difficoltà che lui prova nell’utilizzare le parole: a partire dall’infanzia, quando attraverso esse creava delle cantilene che lo facevano apparire “strano” agli occhi dei suoi compagni e dei suoi stessi familiari, passando per il periodo universitario, quando la loro etimologia e la loro storia divennero per lui un’ossessione, fino ad arrivare alla carriera di scrittore, minata dalla non capacità di Pierantozzi di trovare le parole giuste per raccontare qualcosa. Eppure, in questa crisi è riuscito a creare “Lo Sbilico”, la cui potenza non sta solo nel racconto personale, ma anche nell’autoanalisi che Pierantozzi fa sull’essere uno scrittore, una sorta di crisi d’identità causata dalla malattia. Viene sottolineato come la scrittura, in momento preciso della sua vita, non rappresentasse un mezzo di salvezza, ma è proprio attraverso essa che è riuscito a comunicare direttamente con chi legge e ad aprirsi su tematiche spesso considerate tabù nella società odierna.  

Il testo, però, non è solo un racconto autobiografico. A fare da sfondo alla narrazione si ritrova una critica politica e sociale, che affianca la narrazione della battaglia personale. Pierantozzi sottolinea varie volte quanto le persone non siano in grado di relazionarsi con malati psichiatrici, e quanto loro vengano emarginati dalla società. Si tratta di una vera e propria accusa che l’autore fa a chi lo evita per strada o in palestra, a chi sminuisce le proprie necessità e non fa nulla per aiutarlo, andando a scombussolare la propria quiete. Nonché un’accusa alla sanità e a come i pazienti vengono trattati da dottori e infermieri, banalmente, nella fase di accettazione ospedaliera. Tutto questo dona al romanzo un’altra veste, trasformandolo da grido d’aiuto personale, a racconto universale, che fa sentire vicini chiunque abbia a che fare con queste difficoltà, in prima persona o indirettamente, e apre gli occhi a chi non si è mai prodigato a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti di chi soffre. 

“Lo Sbilico” parla della caduta e della rinascita, raccontato in prima persona da chi vive questo tipo di battaglia. Si tratta di un testo che non si preoccupa di risultare scomodo o pesante, ma che mette su carta una cruda realtà vissuta nell’oscurità da molte persone. Alcide Pierantozzi porta i lettori e lettrici all’interno di questa vita, che, seppur complicata, deve essere raccontata.

Gian Marco Zuccarini