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Da libraio antiquario a scrittore: Luca Cena ci racconta

«Il ruolo del libraio antiquario, così come quello delle biblioteche in generale, è quello di permettere ai libri di avere un ciclo di vita molto più lungo rispetto a quello che noi immaginiamo»

I libri, come gli amori, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Persone come Luca Cena, libraio antiquario torinese, questo lo sanno meglio di chiunque altro. Ed è proprio lui oggi a portarci la sua testimonianza, a raccontarci come si diventa libraio antiquario e come la divulgazione sia oggi fondamentale per tenere vivi mondi antichi come quello dei libri.

Iniziamo da una domanda che di solito si fa sempre a chi è appassionato di letteratura, ovvero quali sono i libri che l’hanno più segnata durante il suo percorso di vita?

Sicuramente Cesare Pavese, un po’ perché è mio conterraneo e un po’ perché il suo stile di scrittura mi ha sempre affascinato, e poi dal punto di vista tecnico Stephen King, che è l’autore che secondo me tecnicamente è più bravo a tenere alta l’attenzione dei lettori. Il genere non è tra i miei preferiti ma la tecnica che adopera è una tecnica a cui io ambisco perché è molto efficace. Quindi tecnicamente è stato lui ad aprirmi diciamo al mondo della letteratura per poi arrivare ad altri argomenti un po’ più approfonditi come quello di Pavese.

Da cosa nasce invece la passione per l’antiquariato, che è sostanzialmente quello di cui si occupa, e quale è stato il suo primo contatto con questo mondo?

È stato molto semplice perché ci sono nato dentro, infatti i miei genitori prima di me facevano questo mestiere e io e le mie sorelle siamo sempre cresciuti in mezzo ai libri, come quelli da lettura e per bambini, ma anche sapevamo di questi libri speciali che noi vedevamo e percepivamo già avere un ruolo particolare nel mondo delle librerie.

Come nasce l’esperienza di White Lands Rare Books e che origine ha questo nome?

Nasce perché il mestiere del libraio antiquario è un mestiere estremamente antico e che nel corso dei secoli si è evoluto poco poiché non necessità di chissà quali particolari tecnologie o nuovi format e tecniche, ma io avevo l’esigenza di apportare la mia personale visione e il mio modo di lavorare. Quindi White Lands nasce dalla mia volontà di staccarmi dalla libreria dei miei genitori e da un’impostazione professionale che non era la mia e nasce come terreno fertile in cui attuare la mia visione. Per quanto riguarda il nome, deriva da un mio momento particolare in cui dovevo scegliere come chiamare la libreria e mi trovavo in Scozia, a cui sono molto legato, dove c’è una particolare isola scozzese denominata White Land perché in un dato periodo dell’anno diventa tutta bianco, il cielo si fonde con il terreno attraverso queste nebbie bianche. È stato facile quindi scegliere, il nome mi è arrivato.

Tra l’altro ho letto che lei non viene da degli studi umanistici e letterari classici, ma che viene da giurisprudenza e quindi volevo sapere cosa ha portato da quella esperienza nel suo lavoro attuale?

Io mi sono laureato con una tesi sulla circolazione dei beni culturali e quindi, da un punto di vista pratico, ho una competenza legata appunto ai beni culturali. Quello che davvero mi è rimasto è il metodo di studio universitario, in generale ma in particolare per quanto riguarda gli studi di giurisprudenza, che mi ha trasmesso una metodologia che io applico ancora oggi nella mia professione in generale. Tendo ad essere molto concentrato sui dettagli e l’analisi approfondita di ogni aspetto mi è derivata da lì. Inoltre, devo dire che mi è stata molto utile la pratica perché lo studio legale che mi ha accolto mi ha insegnato un certo rigore nell’approccio al lavoro che non mi ha mai abbandonato.

È poi passato, giustamente e poiché lo richiede l’attuale era digitale, ai social. È stata una scelta venuta da lei o dettata invece dal momento storico in cui ci troviamo, con la conseguente urgenza di arrivare a più persone possibili anche attraverso vie prima sconosciute?

Quella è stata la risposta ad una mia esigenza personale perché vedevo un mestiere che io amo profondamente un po’ trascurato dalla modernità e quindi ho voluto semplicemente provare ad aggiornarlo e a renderlo visibile e accessibile a più persone. La divulgazione, conoscenza e scoperta del mestiere del libraio può e deve avvalersi di strumenti moderni come i social. Io, però, da subito ho deciso di attuare una comunicazione di tipo divulgativa più che commerciale proprio perché volevo trasmettere l’essenza del mestiere e non tanto convertire le visualizzazioni in acquisti di libri. Una comunicazione più commerciale sarebbe stata meno efficace per il mio obiettivo e più legata a risultati da dover raggiungere, da cui io invece sono completamente indipendente. Tutto ciò mi ha permesso una certa libertà di movimento.

Oltre che divulgatore e libraio antiquario, lei è in realtà anche scrittore e mi interessava quello che è stato il suo percorso editoriale, dato che ha pubblicato sia per Mondadori (Il biblionauta) sia per Sperling&Kaupfer (Un destino già scritto), e come è avvenuto l’incontro tra lei e l’editoria.

L’incontro è stato una casualità, anche se certe cose non accadono mai per caso. Io ho sempre avuto il desiderio e il piacere della scrittura però non ho mai osato propormi come scrittore. Ovviamente la visibilità che ho acquisito tramite la divulgazione sui social ha attirato le case editrici che si sono proposte di accompagnarmi in una prima stampa di un primo libro. Inizialmente ero un po’ timoroso poiché non ne avevo mai scritto uno, avendo anche a che fare con Mondadori, e allora semplicemente l’editor, che poi è diventato ed è tuttora un mio caro amico, mi disse di provare a scrivere il primo capitolo e che poi avremmo visto insieme di che pasta ero fatto. Il primo capitolo andò molto bene e quindi semplicemente mi disse poi di continuare la scrittura e di inviargli man mano i capitoli. È stato un incontro di cui sono molto grato. Ho provato una soddisfazione incredibile e soprattutto un forte piacere nella scrittura. Per quanto riguarda Un destino già scritto, il mio editor mi disse che gli sarebbe piaciuto pubblicarmi su Sperling&Kupfer e una volta sentito l’argomento e la storia del nuovo libro si disse convinto che potessi funzionare anche lì. Così sono passato a Sperling&Kupfer. Il mio editor è stato per me come una voce proveniente dalla coscienza, che ti rallenta quando stai correndo e ti sprona quando sei più fiacco. Il percorso diventa poi una crescita, un coaching incredibile.L’obiettivo, ora, è quello della fiction, mi piacerebbe scrivere un romanzo, cosa che infatti sto facendo. Si tratta di una storia che ho l’esigenza di raccontare a me stesso e agli altri. Vedremo se il mio editor sarà d’accordo.

A questo proposito, la scrittura di un romanzo è per lei più difficile o le viene naturale?

È più facile. Il primo libro, Il Biblionauta, era molto tecnico e quindi è stato da una parte facile perché era il mio argomento ma dall’altra mi sentivo in dei binari molto stretti. Il secondo, Un destino già scritto, è già più ibrido, perché c’è un filo narrativo romanzato, di fiction, che poi si apre su dieci casi di libri esistiti e con alle spalle studi bibliografici e storici seri. Questo secondo libro è stato un passaggio intermedio per poi approdare al romanzo. Io mi sento più a mio agio quando scrivo di fiction perché mi permette di abbandonare il mio personaggio. Se devo parlare di libri, è ovvio che attingo dalla mia esperienza. Scrivere fiction invece mi permette di allontanarmi da me stesso, che è qualcosa che mi affascina molto.

Per concludere, le chiedo di raccontarci quale è stato il volume più particolare che le è capitato tra le mani o quello che più le è rimasto impresso.

Forse il più eclatante è stato questo libro al cui interno era stata ricavata una scansia di legno al cui interno si trovava un kit medico per la trapanazione dei crani. Tutto ciò è molto cruento da immaginare però questa era una tecnica molto adoperata: si apriva un piccolo foro nel cranio per fare uscire gli spiriti maligni. Trovare questi strumenti all’interno di un libro è stato emozionante. Queste sono pratiche lontanissime da noi ma che rappresentano un tipo di società molto diversa dalla nostra e che aveva credenze particolari. Tutto ciò è molto affascinante, poter toccare una sorta di capsula del tempo arrivata fino a noi.

di Christabel Casera