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Tanti libri, pochi lettori: la crisi silenziosa dell’editoria contemporanea.

Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, nel solo 2024 sono usciti oltre 68.000 titoli nuovi e con le ristampe si arriva a più di 80.000 libri pubblicati. In un anno, significa più di 230 libri al giorno. Un numero che impressiona, ma che non si traduce in un altrettanto vivace aumento dei lettori. Anzi: secondo l’ISTAT, nel nostro Paese legge almeno un libro l’anno solo il 39% della popolazione. E la fascia dei lettori cosiddetti “forti” – quelli che leggono più di 12 libri in dodici mesi – è in progressivo calo.

La crescita dell’offerta, però, non basta a mascherare un disagio più profondo. Pubblicare di più non significa necessariamente leggere di più. Anzi, talvolta sembra che il moltiplicarsi dei titoli risponda più a logiche di mercato (presidiare spazi, cavalcare trend, essere visibili nel rumore) che a un reale dialogo con chi legge. In questo scenario, editori e librai si trovano a rincorrere l’attenzione, mentre l’attenzione stessa si fa bene scarso. Come ha osservato Zygmunt Bauman in una lectio all’Università del Salento:

La mia generazione sognava un mondo con più informazione e di conseguenza maggiore conoscenza, oggi abbiamo ottenuto l’opposto: maggiore quantità di informazioni non significa migliore capacità di comprensione della realtà e consapevolezza di come continuare.

Una riflessione che risuona nel mondo editoriale, dove la sovrabbondanza di contenuti rischia di trasformarsi in rumore di fondo e impedire quella sedimentazione lenta che ogni libro richiede.

Tutto questo rischia di produrre un sistema insostenibile, dove la quantità penalizza la durata, e la novità schiaccia la profondità. L’editoria diventa un mercato dell’istante, della scommessa rapida, dove pochi titoli durano davvero il tempo necessario per farsi leggere, scoprire, sedimentare. Gli algoritmi di piattaforme come Amazon o TikTok hanno rivoluzionato il modo in cui i lettori scoprono i libri. Non si tratta più solo di fidarsi della libreria sotto casa o del passaparola tra amici, ma di lasciarsi guidare da suggerimenti calibrati sulle abitudini di consumo digitali. Questi strumenti, pur avendo il pregio di aprire nuovi orizzonti, spesso tendono a rinforzare preferenze già consolidate, creando bolle di contenuti e riducendo la varietà effettiva delle letture.

Il rischio è che la scoperta diventi sempre più un prodotto confezionato, un’esperienza mediata dalla tecnologia e da logiche di mercato che privilegiano ciò che è più vendibile o più “algoritmicamente” promettente. In questo modo, il lettore rischia di perdere la capacità di sperimentare, di uscire dai binari tracciati da dati e trend. L’algoritmo diventa dunque un attore invisibile ma potente nel determinare l’offerta culturale che arriva al pubblico, influenzando le scelte editoriali e i percorsi di lettura individuali. Per il mondo editoriale questa trasformazione rappresenta una sfida complessa, tra opportunità e limiti.

Il digitale ha cambiato profondamente la filiera editoriale, dalla produzione alla distribuzione. E-book, audiolibri, piattaforme di self-publishing e vendita online hanno reso il mercato più accessibile, ma anche più competitivo e frammentato. Gli editori tradizionali si confrontano con modelli nuovi, dove la quantità di contenuti cresce esponenzialmente e la capacità di emergere si lega sempre più alla visibilità online. Internet offre strumenti potenti per la promozione e il contatto diretto con il lettore, ma al tempo stesso crea una sovrabbondanza di stimoli e informazioni, che spesso porta a una dispersione dell’attenzione. La presenza sui social media diventa indispensabile, ma anche onerosa in termini di risorse e strategie. Il mercato editoriale digitale è dunque un terreno di contraddizioni: da un lato, allarga la possibilità di pubblicare e diffondere, dall’altro rende più difficile costruire un percorso stabile e duraturo per un libro o un autore.

Questi elementi – la crescita eccessiva dell’offerta, l’influenza degli algoritmi, le trasformazioni digitali – disegnano un quadro complesso dell’editoria contemporanea. Se da un lato vi sono strumenti e opportunità senza precedenti, dall’altro emergono rischi concreti di frammentazione, omologazione e superficialità. A questo si aggiungono i tagli strutturali alla cultura promossi dal governo. In tempi in cui si tende a dare priorità ad altre urgenze, la cultura sembra diventare, ancora una volta, un settore sacrificabile. Una logica che non è nuova: già nel 1850 Victor Hugo ammoniva l’Assemblea nazionale francese con parole che ancora oggi suonano attuali:

Si provvede all’illuminazione delle città, si accendono tutte le sere, ed è una cosa giusta, i lampioni agli incroci e nelle piazze pubbliche; quando invece si capirà che la notte può scendere anche nel mondo morale, e che bisogna accendere le fiaccole per le menti?

Parole che invitano a riflettere su quanto sia miope considerare la cultura come un lusso, anziché come una necessità collettiva. Eppure, la legge di bilancio 2025 ha ridotto le risorse del Ministero della Cultura da 3,55 miliardi (2024) a 3,10 miliardi (2025), con una diminuzione di 455 milioni rispetto all’anno precedente. Inoltre, il bonus cultura per i diciottenni — noto come 18app — è stato eliminato a fine 2022, a fronte di una dotazione di circa 230 milioni annui: la misura è stata sostituita da misure più ristrette – “Carta cultura giovani” e “Carta del merito” – ma con una platea di beneficiari sensibilmente più ridotta.

In un momento storico in cui la cultura e la lettura dovrebbero essere pilastri fondamentali per la società, non si può ignorare il ruolo delle politiche culturali e del sostegno pubblico. La crisi dell’editoria, sotto molti aspetti, è anche crisi di investimenti e attenzione istituzionale verso un settore che invece necessita di cura e visione a lungo termine. Solo affrontando queste sfide in modo consapevole sarà possibile immaginare un futuro in cui l’editoria torni a essere spazio di scoperta, dialogo e crescita culturale reale.

Daniel Remus

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