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Recensione – Le assaggiatrici di Rosella Postorino

La fame, la colpa, la sopravvivenza: quando mangiare può uccidere
di Matilde Sartorio

Il romanzo Le assaggiatrici, pubblicato da Feltrinelli nel 2018 e vincitore del Premio Campiello, rappresenta una delle voci più incisive della narrativa italiana contemporanea. Rosella Postorino prende spunto da una vicenda storica reale – quella delle giovani donne obbligate a testare i pasti destinati a Hitler, ispirandosi in particolare alla testimonianza di Margot Wölk, unica sopravvissuta nota di quel gruppo – per costruire un racconto profondo e disturbante che affronta temi come la colpa, la sopravvivenza e il compromesso morale.
A conferma della sua forza narrativa e della sua attualità, il 27 marzo 2025 è uscito nelle sale italiane il film tratto dal romanzo, diretto da Silvio Soldini. Un adattamento atteso che riporta l’attenzione su un’opera capace di fondere introspezione psicologica e tensione storica, con al centro una protagonista complessa e profondamente umana.

Un lavoro che può uccidere
Germania, Seconda Guerra Mondiale. Rosa Sauer è una giovane donna sposata con Gregor, un soldato tedesco disperso al fronte. Dopo un bombardamento su Berlino, si rifugia dai suoceri in un paesino della Prussia orientale, dove viene precettata come “assaggiatrice del Führer”. Ogni giorno, insieme ad altre nove donne, deve assaggiare i piatti destinati a Hitler, sapendo che ogni boccone potrebbe essere l’ultimo.
Intanto, intreccia una relazione ambigua e tormentata con Ziegler, un ufficiale delle SS che la affascina e la intimorisce, mentre cresce in lei un senso di colpa nei confronti del marito lontano. La fame di cibo, contatto umano e significato diventa metafora di un’esistenza ridotta all’essenziale, dove anche il desiderio si fa forma di resistenza (o di resa).
Ma Le assaggiatrici non è un romanzo storico nel senso tradizionale: è, prima di tutto, un viaggio interiore. La protagonista non è un’eroina, né una vittima idealizzata; è una donna che vuole sopravvivere, anche a costo di accettare un mondo che disprezza. E nella sua ambiguità, diventa profondamente reale.

La colpa di chi sopravvive
Postorino adotta la prima persona per dare voce a Rosa, evitando toni epici o patetici. La scrittura è asciutta, incisiva, e a tratti spietata nella sua lucidità. La guerra, pur onnipresente, resta sullo sfondo: il vero cuore del romanzo è la colpa di chi resta, si adatta per necessità, e di chi, pur disprezzando il potere, finisce per farne parte.
Nella rappresentazione delle protagoniste, l’autrice evita stereotipi e semplificazioni. I rapporti tra le donne non sono dominati dalla rivalità, ma da una convivenza forzata, carica di silenzi, piccoli gesti, talvolta solidarietà. Le relazioni si costruiscono in uno spazio ristretto e fragile, dove la fiducia è un lusso e la condivisione diventa una forma di resistenza silenziosa.

Una storia di ieri che parla al presente
Ambientato in un passato documentato e riconoscibile, Le assaggiatrici affronta però questioni ancora profondamente attuali: il controllo dei corpi femminili, la sottomissione forzata, la banalità della collaborazione involontaria. Come ha affermato la stessa Postorino, «la vera domanda non è cosa avrei fatto io, ma: cosa faccio io adesso?».
In questo senso, la trasposizione cinematografica diretta da Silvio Soldini offre un ulteriore livello di lettura. Se il romanzo lavora per sottrazione, il film ne raccoglie l’eredità emotiva e visiva: ambienti claustrofobici, luci fredde, silenzi più eloquenti delle parole. La tensione non esplode mai, ma si insinua in ogni gesto quotidiano.
La storia mette in scena il difficile equilibrio tra istinto di sopravvivenza, legami umani e compromessi morali, in un contesto in cui tutti – donne e uomini – sono costretti a scegliere, ogni giorno, tra ciò che è giusto e ciò che consente di restare vivi.

Le assaggiatrici è un romanzo che colpisce non per ciò che mostra, ma per ciò che suggerisce e tiene in sospeso. Rosella Postorino costruisce una narrazione potente, capace di scavare nella zona grigia dell’esistenza umana, dove non esistono scelte giuste o sbagliate, ma solo scelte necessarie.
È un libro che parla del passato per interrogare il presente; che racconta una donna, ma riguarda tutti. E che, senza alcun bisogno di retorica, ci ricorda che a volte mangiare può essere un atto di sopravvivenza, ma anche di resa.

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