Interviste

Leggere per evadere, creare per trovare la propria voce: Riccardo Pedicone si racconta

“Da un foglio di carta si possono creare delle grandi storie”

I libri non si leggono soltanto, ma si accumulano e si vivono come strumenti per capire e raccontare il mondo. Riccardo Pedicone è autore e voce del podcast Felici Pochi e in questa intervista ci racconta il suo percorso dalla lettura, passando per la scrittura fino ad arrivare alla voce per il podcast. Soprattutto, ci fa riflettere su cosa significhi oggi fare divulgazione e cultura e sull’importanza di crearla insieme, seguendo il proprio cuore e i propri sogni.

Mi piacerebbe aprire quest’intervista chiedendoti, come capita spesso tra appassionati di lettura, come è nata la tua passione per i libri e per la scrittura…

Mio nonno aveva una cartoleria quindi io sono sempre stato a contatto con quell’oggettistica di cancelleria che andava a “creare” i libri, come penne, matite, fogli, macchine da scrivere… Credo sia questa la grande passione che ho e che mi ha portato a scoprire quel mistero per cui da un foglio di carta, e dal gesto banalissimo di scrivere qualcosa, si possono creare delle grandi storie.

Poi i libri sono diventati per me una possibilità per evadere da una situazione che mi stava stretta, come la provincia. Quando saltavo la scuola alla mattina o al pomeriggio, avevo questi miei itinerari per andare in libreria o in biblioteca perché per me leggere era un grande atto emancipatorio.

Poi di lì a poco è subentrata la scrittura e ha un po’ equilibrato anche il mio rapporto con la lettura, che per me è sempre stata “faticosa”. Sono una persona molto curiosa e mi piace circondarmi di cose che mi stimolano, ma non ho mai preferito la lettura al cinema o alla musica. Poi la lettura è semplicemente diventata quella forma espressiva che maggiormente mi dava un linguaggio per trovare le parole ed esprimermi, cioè la mia vera esigenza.

Quindi, anche il mio rapporto attuale con i libri è particolare: capita raramente che la storia di un libro mi prenda a tal punto da farmelo divorare e concludere in un’unica seduta di lettura. Invece, io spesso so che cosa sto cercando nel libro e quindi mi circondo proprio di libri, come se avessi io la mia cartolibreria. Ho molto più un animo da catalogatore e da collezionista che propriamente da lettore ma anche questa è una forma di amore. Io amo alla follia i libri ma da una prospettiva diversa, da una persona che ne riconosce e ne rispetta l’enorme importanza, prima di tutto. 

Se dovessi scegliere, quali sono i titoli che indicheresti come quelli che ti hanno segnato maggiormente fino ad ora nel tuo percorso da lettore?

Il primo grande esempio di letteratura a cui mi sono affacciato, nonostante avessi già letto dei libri in precedenza, è stato Tropico del cancro di Henry Miller. Determinati libri mi furono vietati a scuola perché non “adatti alla mia età” mentre altri erano i libri che mi davano scolasticamente da leggere ma non avevo ancora vissuto la “rottura” della letteratura. Infatti, leggere Tropico del cancro a 14 anni per me è stato molto importante, anche se è stato un libro che sono sicuro di non aver compreso fino in fondo. Eppure mi ha smosso, perché per la prima volta mi sono detto: “ma allora un libro può dirmi queste cose in questo modo, non è solo qualcosa che giace morto sul tavolo a prendere polvere e che segue strutture classiche: c’è chi ha rotto queste strutture e ha esteso i limiti della narrazione”.

Poi sono stati sicuramente di un’enorme importanza titoli come La casa dell’incesto di Anaïs Nin e in generale i libri di René Daumal, che è stato un grande esempio di studio per me, come Il Monte Analogo, Il rovescio della testa e Le Grand Jeu.

So che sarà un libro molto importante nella mia vita Dune di Frank P. Herbert, anche se lo sto leggendo ora per la prima volta, ma conosco molto bene la storia perché sono sempre stato interessato alla fantascienza e man mano che leggo questo libro mi rendo conto che mi sta cambiando.

Felici Pochi è il nome del tuo podcast nato nel 2025, in collaborazione con Simone Vero e  Benedetta Barone. Come è nato? C’è stato un momento in cui hai capito che una conversazione tra voi tre poteva diventare un podcast sui libri?

In realtà io ho sempre lavorato nei podcast ma dietro le quinte, svolgendo un lavoro“autoriale”. Invece, sia Benedetta che Simone le ho conosciute nelle attività e nei gruppi di dialogo di Noce, che è l’associazione culturale di cui sono presidente. Sono due persone con cui ho un rapporto “off camera” che precede di gran lunga la nascita di Felici Pochi e quindi proveniamo da tanti discorsi assieme, non solo sui libri.

Quando mi è stato proposto di fare un podcast mio sulla letteratura, io ho chiesto di non farlo da solo ma di includere delle co-conduttrici e ho semplicemente pensato alle due persone che sono più legate al mondo editoriale e dei libri all’interno di Noce. Un lavoro online, sui social può portare visibilità e delle occasioni lavorative anche rare, specialmente nel nostro ambito, e mi piaceva l’idea di far “piombare” Simone e Benedetta immediatamente all’interno di un contesto culturale in cui loro si potevano muovere in autonomia, costruendosi dei contatti, conoscendo degli ospiti e lavorando alle loro personali carriere. Coinvolgerle in Felici Pochi era una possibilità per me di divertirmi di più, di essere a contatto con loro e di dare l’idea che se si cresce, si cresce e si crea qualcosa assieme.

Ad oggi, portare una narrazione in cui non si è da soli ma in gruppo è una scelta vincente perché si dimostra che non è vero che in ambito divulgativo ci sono delle persone più intelligenti o delle eccezioni di una generazione, come si tende invece a pensare. La narrazione di gruppo dimostra che c’è un animo comune e condiviso tra dei gruppi di persone che sono in grado, in un’era di individualismo e capitale, di fare comunità basandosi su un lavoro culturale.

Essendo tu “la voce” in un podcast di libri, tendi ad ascoltare a tua volta altri podcast in cui si parla del mondo editoriale o letterario?

Personalmente non sono un grandissimo ascoltatore di podcast perché ci ho sempre e solo lavorato, quindi li ho ascoltati tutta la vita e solitamente non li metto in cuffia. Ascolto invece tante conferenze tramite video di vari festival, ad esempio, anche perché non ci sono canali veri e propri che raggruppino le conferenze…

Qualche volta però ascolto il podcast di Daria Bignardi Parlarne tra amici oppure il podcast Comodino de “Il Post” di Ludovica Lugli e Giulia Pilotti.

Il podcast Parlarne tra amici lo vedo un po’ come corrispettivo adulto di Felici Pochi… Sono in contatto con Daria Bignardi e abbiamo anche iniziato a lavorare assieme: credo sia importante oggi ritrovarsi a condividere degli spazi di lavoro anche se generazionalmente si è distanti. Lei ha molta più esperienza di me eppure siamo colleghi sullo stesso piano: magari noi di una nuova generazione riusciamo a intuire meglio quelle che possono essere delle cose efficaci, e dall’altra parte Daria riesce a fare lo stesso con la consapevolezza data da una carriera che noi giovani non abbiamo ancora avuto. Così facendo si dà anche a chi è più giovane la possibilità di sbagliare, di creare ma di entrare prima di tutto in contatto con delle persone che hanno più esperienza e questo è uno degli aspetti più interessanti che offrono i social e il mondo online.

Il libro nel vostro podcast è il punto di partenza da cui poi voi sviluppate delle riflessioni più ampie e di carattere universale. Come scegliete gli argomenti di cui parlare per una determinata puntata del podcast? Quanto lavoro di “ricerca” c’è dietro e quanto seguite il flusso della conversazione che si viene a creare tra di voi durante la puntata?

In realtà facciamo un po’ entrambe le cose, nel senso che per mantenere una certa spontaneità non seguiamo una scaletta punto per punto. Ognuno di noi poi ha una ha una sua vita al di fuori del podcast e quindi molto spesso proviamo a capire dove si incrociano le letture, anche molto diverse, che sto facendo io e quelle che fanno Simone e Benedetta. Abbiamo poi la fortuna di essere tre persone che hanno anche interessi paralleli che incrociano i libri e cerchiamo di trascenderli al meglio… Quindi si tratta di un lavoro di ricerca che proviamo a fare personalmente e poi quando siamo in puntata cerchiamo di aprirlo al gruppo. Allo stesso tempo, ognuno di noi sa quello che dirà e, anche per farci un po’ una sorpresa, non lo dice agli altri per poi andare di totale flusso.

In generale lavoriamo con largo anticipo, registrando sempre un mese o un mese e mezzo prima che esca una determinata puntata ed ecco perché non siamo proprio allineati con le uscite dei libri… La nostra idea è, oltre alle puntate dialogiche tra di noi, di invitare degli ospiti che sono delle figure importanti nel mondo della cultura, degli addetti ai lavori ma soprattutto degli ospiti che magari non ci si aspetta. Proviamo sempre a dare più valore al contenuto che alla notorietà dell’ospite, a meno che quella notorietà dell’ospite non serva per mostrare che anche una persona della musica, ad esempio, è un grande lettore o lettrice, in modo da creare così maggiore interesse nel pubblico.

A tal proposito, c’è un autore/autrice o un’artista che ti piacerebbe particolarmente invitare come ospite per una puntata del vostro podcast? Se si, di chi si tratta? 

Questi sono i primi nomi che vengono in mente… Mi piacerebbe veramente tanto fare una chiacchiera con Antonio Moresco o con Donatella Di Pietrantonio, per quanto non sia mai stato un suo grande lettore, ma è una persona che vorrei davvero conoscere.

Tra gli artisti, invece, c’è una mia cara amica che vorrei invitare, ovvero Francesca Calearo, Madame. Ci consociamo da tanti anni, ci sentiamo e siamo molto amici ma faccio fatica a convincerla ad essere nostra ospite perché è molto “isolata”, ma quando parlo con lei escono sempre delle cose splendide quindi sarebbe veramente bello chiacchierare con lei al podcast!

Oggi i podcast sono uno strumento con cui molte persone entrano in contatto con i libri e ne scoprono di nuovi da leggere. Quale ti immagini sarà il ruolo dei podcast di letteratura nel futuro? Potranno sostituire, secondo te, la critica letteraria tradizionale?

Su un piano ipotetico, anche al di là dei libri, ogni interesse che possa riguardare la cultura e l’arte avrebbe bisogno di un programma che faccia da mediatore nei confronti di queste materie. I canali che noi abbiamo oggi, come quelli televisivi, fanno pochissimi investimenti sui programmi di cultura e soprattutto non si riesce a stare al passo con i linguaggi e le modalità espressive di oggi che cambiano continuamente.

Per quanto riguarda la critica letteraria, non credo si tratti di una sostituzione… Io penso che la critica letteraria sia fondamentale e che per ogni epoca ci siano stati grandissimi autori e autrici e delle persone in grado di fare critica letteraria. Ciò non significa solo affossare o innalzare un testo ma creare un apparato critico che giri attorno ad uno o più testi, ed è una cosa ancora oggi fondamentale. Però, quando oggi esce un nuovo libro, io purtroppo credo che manchi proprio chi sia in grado di creare una narrazione sopra quel libro…

Tuttavia, un lavoro di critica letteraria consiste anche nel capire i simboli di un testo e adattarli alla quotidianità, come da sempre facciamo con 1984 di George Orwell, ad esempio.

Ad oggi, secondo me, siamo più in crisi su chi è in grado di fare critica letteraria piuttosto che sui buoni testi. Per me il critico è anche colui che cerca i buoni testi e li mostra al mondo: Roberto Calasso e Bobi Bazlen sono stati dei grandi esempi in questo.

Per quanto mi riguarda la critica letteraria non è il semplice articolo o la recensione, ma è fatta anche di tutti questi passaggi.

Il podcast non è quindi un sostituto della critica letteraria, ma è più una forma divulgativa in cui la critica letteraria si può manifestare attraverso dei discorsi sulla letteratura. Sicuramente il podcast oggi crea dell’interesse nelle persone ed è in grado di portare nuovi lettori, di tenere vivo un dialogo e un confronto sulla letteratura.

Per concludere, visto che tu sei uno scrittore giovane e molto presente in questo ambito, che consiglio daresti ad altri giovani che sognano di lavorare con i libri o nell’ ambito dell’editoria?

È un argomento un po’ spinoso perché noi giovani abbiamo un’idea dell’editoria e vorremmo magari cambiarla, ma è un ambiente che ha delle sue logiche interne che allo stesso tempo vanno rispettate. Penso che sicuramente serva un ricambio, anche generazionale, e il consiglio che forse mi sento di dare, ed è anche quello che mi sono sempre prefissato, è:“Crea tu, non aspettare che qualcun altro ti dia la possibilità di farlo. Crealo tu indipendentemente da dove questa cosa andrà”.

Mettersi in gioco, anche solo banalmente scrivendo senza avere il pensiero editoriale del libro, è importante per iniziare e poi magari per portare a termine qualcosa con il proprio linguaggio, entrando in connessione con la propria modalità di esprimersi, ovvero qualcosa che va oltre tutte le modalità prefissate che noi abbiamo oggi sui social o addirittura nella socialità. Siamo in grado di intuire che ci sono delle cose che vanno innovate ma dobbiamo iniziare veramente a rompere questi schemi, credendoci davvero: ritorniamo a creare e costruire delle cose di gruppo assieme, anche se veramente semplici.

Ad esempio, io ho pubblicato il mio secondo libro E sembra quasi vero perché facevo il barista in una casa editrice e non perché ero uno scrittore al suo interno. Poi, parlando ed entrando in fiducia con i proprietari, loro si sono resi conto che avevo delle ambizioni nella scrittura e mi hanno dato una possibilità.

È vero che le case editrici hanno degli appalti più strutturati da seguire, però una volta all’interno io credo che si possano sempre trovare degli spiragli. Alla fine è un mondo fatto di persone ed è importante metterci la dedizione e l’attenzione, perché a volte la passione non basta. C’è sia chi ha a cuore la cosa e vuole fare un buon lavoro, sia chi ha a cuore la cosa ma vuole inventare un nuovo lavoro. In generale la cultura si alimenta quando ci sono idee nuove e bisogna iniziare a sognare in grande e a farlo in gruppo.

I tempi cambiano in continuazione e io vedo uno sguardo verso quello che c’è già, ma credo che uno sguardo verso quello che potrà esserci in futuro sia il vero segreto da ricordarsi costantemente. Dipende tutto da quanto sogni e da cosa sogni!

di Arianna Stener

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