Vlad. Il Figlio del Drago. Intervista a Luca Arnaù
Sazierò la mia ardente curiosità contemplando
una parte del mondo mai prima visitata. (Dracula di Bram Stokes)
Dimenticate il mantello nero e le zanne della finzione: oggi scaviamo nelle radici del mito. Benvenuti alla scoperta di Vlad, il figlio del drago (Mursia, 2025), romanzo storico che restituisce un volto umano a Vlad III principe di Valacchia, l’Impalatore, condottiero che ha ispirato la leggenda del vampiro più amato dalla letteratura e dalla cinematografia: Dracula.
A guidarci tra le pieghe del tempo è Luca Arnaù, giornalista, sceneggiatore e scrittore di lungo corso. Tra le sue opere si annoverano i thriller storici Le Dieci Chiavi di Leonardo (Newton Compton, 2022), L’Enigma di Leonardo (Newton Compton, 2022), Yeshua – Il prescelto (Altre Voci, 2023) e Gli Arcani di Leonardo (Altre Voci, 2024).
Con questo primo capitolo della sua una nuova trilogia, Arnaù sfida i secoli per raccontarci la metamorfosi di un ragazzo costretto a farsi guerriero prima che la storia lo condannasse all’eterno ruolo di mostro.

Apriamo le danze con una domanda sulla genesi del libro. Da dove nasce la necessità di “ribaltare” o raccontare l’uomo dietro il vampiro?
Nasce da una domanda molto semplice: e se Dracula non fosse mai stato davvero un mostro? O meglio, e se prima del mostro ci fosse stato un ragazzo, un figlio, un principe cresciuto in un mondo dove sopravvivere significava imparare a diventare spietati? La cultura pop ci ha consegnato un Dracula romantico, immortale, elegante, spesso persino seducente. Un mostro raffinato che succhia sangue nella Londra vittoriana. Ma dietro quella maschera esiste un uomo reale. Vlad III di Valacchia è stato un sovrano vissuto in uno dei periodi più violenti della storia europea, stretto tra l’Impero Ottomano, le lotte dinastiche e i tradimenti dei boiari. Un uomo cresciuto da ostaggio alla corte del sultano e costretto a vedere il potere come una questione di sangue e paura. A me interessava raccontare proprio quel passaggio: il momento in cui un ragazzo smette di essere innocente e comprende che il mondo non gli permetterà più di esserlo. Il vampiro appartiene alla leggenda. L’essere umano, invece, appartiene alla tragedia.
Quanto è durata la fase di studio e quali sono i “testi sacri” che le hanno permesso di ricostruire la Valacchia del XV secolo?
La fase di studio, in realtà, non si è mai conclusa davvero. È durata anni, cominciata con il mio primo libro storico Le dieci chiavi di Leonardo. Ha proseguito il suo percorso con gli altri romanzi di Leonardo, con l’Enigma e con Gli Arcani di Leonardo, con Yeshua e con gli altri romanzi che sono ancora in attesa di essere pubblicati. E continua ancora oggi. Quando scrivi un romanzo storico non puoi limitarti a consultare qualche saggio: devi entrare nella mentalità dell’epoca. Devi capire come mangiavano, come pregavano, come combattevano, quali paure avevano quando il sole tramontava oltre i Carpazi. In questo caso ho lavorato su cronache valacche, testi bizantini, documenti ottomani, saggi storici dedicati all’Europa orientale del Quattrocento e naturalmente su tutto ciò che riguarda Vlad III. Uno dei punti fondamentali è stato separare il personaggio storico dalla propaganda. Molte delle storie più feroci sull’Impalatore nascono infatti da pamphlet tedeschi dell’epoca, che avevano anche finalità politiche ed economiche. Gran parte della fama nera di Vlad nasce da un antico manoscritto attribuito al monaco russo Efrosin, probabilmente scritto attorno al 1468, quando Vlad era ancora vivo. In quelle pagine, sospese tra cronaca, leggenda e propaganda politica, il principe di Valacchia appare già come una figura demoniaca, capace di ogni malefatta. Da qui nascono le leggende sulla sua sete di sangue, sulla foresta degli impalati, sulla sua crudeltà. Tuttavia, molti storici moderni ritengono che quei racconti siano stati almeno in parte alimentati da una precisa campagna di delegittimazione politica voluta da Mattia Corvino, interessato a screditare Vlad agli occhi dell’Imperatore, del Papa e delle corti europee dopo il suo arresto. È anche attraverso testi come questi che, nei secoli successivi, prenderà forma il mito oscuro destinato a trasformarsi nella leggenda di Dracula. Tra gli autori che mi hanno aiutato maggiormente ci sono Matei Cazacu, Radu Florescu e Raymond McNally, ma anche studiosi meno conosciuti che si occupano della cultura balcanica medievale. Poi però arriva il momento in cui i libri non bastano più. E lì entrano in gioco l’atmosfera, la sensibilità narrativa e l’immaginazione.
Della vera storia di Vlad III, quali sono le zone d’ombra che ha potuto colmare con l’invenzione narrativa?
Paradossalmente, le zone d’ombra sono enormi. Sappiamo moltissimo del “mito” di Vlad e relativamente poco dell’uomo. Ci sono interi periodi della sua vita quasi privi di fonti attendibili. Per uno scrittore è una libertà enorme, ma anche una responsabilità. Io ho cercato di usare la fiction non per tradire la storia, ma per darle carne, respiro, emozioni. Mi interessava immaginare cosa potesse provare un ragazzo strappato alla propria terra e mandato come ostaggio alla corte ottomana. Oppure cosa significhi crescere sapendo che tuo padre ti ha venduto al nemico e che puoi essere assassinato da un momento all’altro. Che vivi in un’epoca in cui il potere si conquista e si perde con la stessa velocità con cui si sguaina una spada. Le emozioni, i dialoghi, i rapporti umani sono inevitabilmente romanzati. Ma gli eventi storici principali, il contesto politico e la brutalità del tempo restano il più possibile aderenti alla realtà.
Quali sono le sfide più grandi nel narrare un personaggio così estremo senza cadere nel caricaturale o nell’eccessivamente celebrativo?
La difficoltà principale è ricordarsi sempre che Vlad non era un supereroe e nemmeno un demone. Era un uomo del XV secolo. Oggi tendiamo a giudicare il passato con parametri contemporanei, ma il Quattrocento nei Balcani era un luogo feroce. Gli ottomani avanzavano, i principati cristiani si tradivano continuamente, le esecuzioni pubbliche erano strumenti politici. Vlad non era più crudele del suo tempo. Semmai era più intelligente nell’utilizzare il terrore come linguaggio del potere. Io non volevo assolverlo, ma neppure trasformarlo in una caricatura splatter. La vera sfida è stata mostrare il prezzo umano della violenza. Ogni scelta di Vlad ha conseguenze. Ogni vittoria lascia ferite. E soprattutto, più cerca di salvare il proprio mondo, più rischia di perdere sé stesso. È lì che nasce il personaggio tragico che è alla base della trilogia.
La lingua è un elemento cardine del romanzo storico. Come ha lavorato sullo stile del vocabolario per far immergere i lettori nel XV secolo?
È stato un equilibrio delicatissimo. Se utilizzi una lingua troppo moderna rompi l’illusione storica. Se invece diventi eccessivamente arcaico, il lettore si sente respinto dal testo. Ho cercato quindi una lingua evocativa, ma leggibile. Volevo che il lettore sentisse l’odore del legno bruciato, del cuoio bagnato dalla pioggia, del sangue sui campi di battaglia, senza però trasformare il romanzo in un esercizio accademico. Per questo ho lavorato molto sul ritmo, sulle immagini sensoriali e sulla musicalità della frase. Anche i dialoghi sono stati costruiti cercando una verosimiglianza storica senza cadere nella ricostruzione artificiale. I personaggi parlano come uomini medievali, ma devono anche riuscire a emozionare un lettore contemporaneo, quindi si esprimono con un linguaggio moderno. Con una grande attenzione a termini anacronistici, a immagini letterarie non appropriate, a modi di dire che fossero comuni anche allora.
Qual è l’aspetto della personalità di Vlad III che ritiene maggiormente frainteso dalla cultura di massa?
Il fatto che venga spesso ridotto a un sadico sanguinario. Vlad l’Impalatore, uno che va in giro a infilzare gente sui pali così, tanto per passare il tempo. Quasi privo di motivazioni politiche, storiche, anche personali. Vlad era certamente un uomo durissimo. Alcuni episodi attribuiti a lui sono probabilmente veri, altri sono stati ingigantiti dalla propaganda. Molti sono inventati di sana pianta. Ma dietro la sua ferocia c’era una logica precisa: costruire uno Stato forte in un territorio divorato da tradimenti, invasioni e guerre continue. Proteggere la sua terra, il suo regno, il suo popolo contro un nemico mille volte più forte. E altrettanto crudele. La cultura pop ha preferito il mostro. La storia, invece, racconta qualcosa di più inquietante: un uomo convinto che il terrore fosse l’unico modo per garantire ordine e sopravvivenza al proprio popolo. Ed è proprio questo che lo rende ancora attuale.
Nel secondo volume della trilogia come evolverà la personalità di Vlad III, rispetto al giovane presentato in questo primo romanzo?
Nel primo libro vediamo soprattutto la nascita del guerriero. Nel secondo assisteremo invece alla sua trasformazione definitiva in un uomo. Che sarà costretto a risalire dopo essere arrivato sul fondo. Vlad perderà molte delle illusioni che ancora conserva da giovane. Scoprirà che il suo peggior nemico è Radu, il fratello che ha amato e difeso. Avrà nuovi nemici e qualche fedele amico tornerà a fargli visita. Dovrà ricostruire la Compagnia del Drago, perché molti dei suoi cavalieri sono morti. Diventerà più duro, più freddo, più strategico. Ma allo stesso tempo emergerà anche il lato più tragico e umano del personaggio. Perché il potere, in fondo, gli costerà tutto. La vendetta, il tradimento, la perdita e il peso della responsabilità saranno temi centrali. E sarà proprio lì che il confine tra uomo e leggenda inizierà davvero a sfumare. Su tutto, poi, ci sarà il ricordo struggente di Leila che gli ha spezzato il cuore.
Passando agli aspetti promozionali, la Mursia ha in programma di candidare il libro a dei concorsi letterari?
Mursia sta credendo molto nel progetto e mi sta supportando in tutto: il libro ha già ricevuto attenzioni importanti, anche all’estero. Intanto ha vinto il Vampire Award che è il premio che la Bram Stoker’s Italian Society conferisce ai migliori romanzi su Dracula. In passato ho vinto nel 2021 con Yeshua – Il Prescelto il premio al Festival della Canzone Cristiana di Sanremo per il miglior romanzo su Gesù e l’anno scorso ho avuto la menzione speciale per “il thriller storico con il miglior intreccio narrativo” per Gli Arcani di Leonardo a Barga Noir/Garfagnana in giallo. Ma il mio premio sono i lettori prima delle targhe o dei riconoscimenti. Per me il risultato più bello resta vedere persone che magari non avevano mai letto un romanzo storico appassionarsi alla vicenda di Vlad e scoprire che dietro Dracula esiste una storia vera, enorme e drammatica.
Ha in programma degli eventi che le permetteranno di presentare il libro ai lettori?
Sì, sto finendo il booktour del libro che è stato molto intenso e che continua a regalarmi incontri straordinari. Sono state oltre trenta date in giro per l’Italia che mi hanno regalato nuovi amici e momenti indimenticabili. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con lettori appassionati di storia, horror, thriller e perfino fantasy. Ed è forse questo l’aspetto più bello del romanzo: riesce a parlare a pubblici molto diversi. Ci saranno presentazioni, firmacopie e partecipazioni a festival letterari anche nei prossimi mesi, compreso il Salone del Libro di Torino, che rappresenta sempre un momento speciale per chi scrive: ci sarò tutta la settimana, soprattutto negli stand di AltreVoci e di Mursia. Il contatto diretto con i lettori resta una parte fondamentale di questo lavoro. Perché un romanzo, finché rimane sulla scrivania dell’autore, è soltanto una storia. Diventa davvero vivo quando qualcuno lo apre e ci entra dentro.
Tengo a concludere con una domanda che permetta di incoraggiare coloro che, come Lei, hanno la passione per la scrittura. Data la sua grande esperienza come autore, quali consigli darebbe agli scrittori emergenti che vogliono realizzare romanzi incentrati su personaggi storici incompresi, o mal interpretati dalla cultura pop?
Direi prima di tutto di non avere paura della complessità. Oggi siamo abituati a dividere tutto in eroi e cattivi, ma la storia vera è quasi sempre più ambigua, più sporca e più interessante. Un personaggio storico non deve essere santificato né demolito. Deve essere compreso. E per comprenderlo bisogna andare a fondo, capirlo come uomo, spogliarlo del mito. Poi c’è un altro aspetto fondamentale: il lettore deve emozionarsi, avere paura, soffrire, innamorarsi insieme ai personaggi. La storia deve vivere. In tanti corsi di scrittura si insegna a fare scalette, schemini, schede sui personaggi. Io vi dico il contrario, togliete tutto quello che ingabbia la vostra capacità creativa. Scrivete di getto, non perdetevi a rileggere se non dopo aver finito almeno una prima stesura. E infine direi una cosa molto semplice: abbiate pazienza. Scrivere non è velocità. È resistenza. È continuare anche quando il libro sembra non funzionare, quando nessuno vi aspetta, quando avete la sensazione di stare parlando da soli. Perché a volte le storie più importanti impiegano anni prima di trovare la loro voce. Ma quando la trovano, si scrivono da sole. Dovete scrivere per voi stessi, per il piacere di farlo, perché scrivere è un’esigenza. Altrimenti diventa un meccanismo freddo. Sento tanti che iniziano con la fissa della casa editrice, quelle a pagamento, quelle gratuite, pensano alla promozione, al self o non self, al crowdfunding. Ma la verità è una, se il tuo libro è un buon libro troverà la sua strada. Non tutti sono bravi scrittori e non è obbligatorio che ogni libro debba per forza essere pubblicato e diventare un successo. Scrivete per il vostro piacere, non per ambizione. Per urgenza, non per calcolo. Con umiltà e passione. Il premio è scrivere la parola fine al termine della storia.
di Emanuele Bacigalupo


