Recensioni

Il vestito più leggero di Marina Guglielmi: un luogo senza tempo

«Dodici luoghi per dodici giorni di attesa, o forse dodici anni, non sono più sicura di quanto tempo sia passato da quando sono entrata qui».

Il nuovo romanzo di Marina Guglielmi, uscito per FuoriAsse edizioni ci trasporta in un luogo senza tempo, in cui due donne, madre e figlia, amiche, ma anche nemiche, si danno l’ultimo commiato. Menzione Speciale della XXXVI edizione del Premio Calvino, il fulcro del romanzo sono i suoi nuclei semantici fondamentali — le stanze, gli abiti e i colori — che scandiscono le emozioni e i ricordi della protagonista, fino a culminare in un dolce addio tra le due.

Una madre, una figlia, dodici stanze in dodici giorni – o forse anni.

È dalla prima stanza Un vestito a fiori che inizia il viaggio della protagonista del romanzo di Marina Guglielmi, la quale accompagna la propria madre verso la morte, in quella che non è tanto una “veglia funebre”, ma una vera e propria danza.

L’autrice, con una poetica elegante e musicale, offre un mosaico composto da dodici tasselli. Ciascuno è ambientato in una stanza diversa, che diventa spazio simbolico e narrativo di un momento significativo della vita della protagonista: la figlia, che è anche la voce narrante. Con una notevole cura stilistica, Marina Guglielmi riesce a catapultare chi legge, insieme alle protagoniste, all’interno delle stanze del romanzo. La sua scrittura è in grado di evocare un mondo di sensazioni delicate e nostalgiche, facendo emergere memorie intime che il lettore stesso non credeva di custodire: le estati passate in campagna, il profumo della natura, la curiosità e l’emozione di bambino nel violare il divieto di non entrare nella stanza da letto dei nonni. Ricordi che ci recano gioia, certo, ma anche un grande senso di nostalgia e dolore: l’autrice lega la prima stanza all’ultima, stanza in cui c’è il commiato tra madre e figlia, un episodio che ci fa riflettere sull’accettazione della morte, di come essa non è altro che la tappa conclusiva della vita.
Per Marina Guglielmi nessuna immagine è lasciata al caso: dopo la stanza, il secondo grande elemento semantico del romanzo è l’abito, che si impone fin dalla soglia del libro come figura chiave. Proprio in copertina esso diventa il principale elemento visivo, anticipando al lettore un’idea di estrema leggerezza e di sospensione; inoltre il colore bianco è carico di valore simbolico e ritorna anche all’interno del testo come indicatore di purezza e assenza. Insieme all’immagine in primo piano, un altro elemento visivo paratestuale che attira l’attenzione è situato sotto la quarta di copertina: il simbolo della collana l’Ussaro Azzurro, che non è un nome scelto a caso, ma vuole dare il giusto spessore simbolico sia al Vestito più leggero che all’altro romanzo della collana, Fuoco Nero di Rocco Coronato.
Il vestito più leggero, che dà il titolo all’opera, è infatti un’immagine che attraversa l’intero flusso narrativo, riaffiorando con valore simbolico. Il vestito, oggetto che richiama l’idea di materialità è spesso legato al concetto della morte: nella Stanza degli armadi, Giovanna deve scegliere l’abito da indossare al funerale della figlia, la protagonista cerca di aiutarla. Una scena simile avviene anche nella Stanza da letto, in cui Lina, un’anziana amica di famiglia, mostra alla protagonista (ancora bambina) l’abito che indosserà al proprio funerale, giorno speciale perché avrebbe finalmente raggiunto l’amato figlio Nedo. Infine, ne L’ultima stanza, in cui c’è un’immagine delicata della madre che, consumata dalla malattia, con tutta la semplicità del mondo, chiede alla figlia di poter indossare uno dei suoi vestiti, corto, leggero e a colori. Quando lo indossa sembra una bambina leggera e svolazzante per l’estrema magrezza dei suoi ultimi giorni.
Insomma, sembra che il vestito sia un ponte tra mondo dei vivi e mondo dei morti che, materializzato in un lembo di stoffa, ci riporta a quel confine pascoliano tra i vivi e i trapassati: un limite non più sbarrato, ma reso labile e permeabile dalla memoria sensoriale.
Un altro elemento semantico di particolare rilievo è il colore, che si configura come lo sfondo simbolico entro cui si muovono le due protagoniste. Emerge, prepotente, il simbolismo del bianco, che richiama quella dualità tipica di Pascoli dove l’alba della vita e il gelo della morte si sovrappongono. Il candore, solitamente associato alla nascita, subisce qui un radicale rovesciamento semantico: nel Vestito più leggero esso non celebra la vitalità, ma si fa sostanza cromatica del vuoto e della morte.  Lo si coglie chiaramente nel racconto La casa bianca, dove Emme, sopraffatta da una profonda angoscia, elimina ogni traccia di colore dalla propria abitazione, rendendola interamente bianca. Questo gesto radicale non è soltanto estetico, ma traduce visivamente il suo stato d’animo: un desiderio di cancellazione, di sospensione, di annichilimento.
O di nuovo La stanza del nonno in cui il colore bianco prende così tanto il sopravvento nella sua casa che sembra causarne addirittura la morte: «Quel giorno pensai per la prima volta che il bianco fosse un colore tristissimo. Così triste che faceva morire. E infatti poi il nonno morì, come avevo previsto. Pensai che di certo era stato per tutta quella mancanza di colore».
Il tempo è l’ultimo elemento attorno a cui ruota il romanzo: l’autrice si rifà alla teoria bergsoniana, secondo cui il tempo appare frammentato solo se analizzato dall’intelletto, smarrendo così la sua vera natura di durata indivisibile; infatti la narrazione di Guglielmi non segue una progressione cronologica lineare, si configura piuttosto come un’astrazione delicata, un mosaico di frammenti che, stanza dopo stanza, restituisce il racconto di un dolcissimo commiato.

di Carlotta Ventura

Commenti disabilitati su Il vestito più leggero di Marina Guglielmi: un luogo senza tempo