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Un’estate col fazzoletto da pionieri: la nostalgia del primo amore, raccontata a cavallo fra due epoche

È l’estate del 1986 e Jura la sta per passare alla Rondine, il campo dei pionieri dove ha trascorso le estati della sua infanzia e adolescenza. Qui conosce Volodja, il nuovo educatore del reparto di Jura e di pochi anni più grande di quest’ultimo. In un’Unione Sovietica che sembra sempre uguale a se stessa – ma dove in realtà, appena sotto la superficie, ribollono cambiamenti epocali – Jura e Volodja scopriranno l’amore per la prima volta…

Elena Malisova e Katerina Silvanova in Un’estate col fazzoletto da pionieri (pubblicato per Mondadori nel 2024 con la traduzione di Giulia De Florio) raccontano la storia d’amore di Jura e Volodja – la storia del loro primo amore, il più importante – e scelgono di ambientarla in un’epoca in cui di omosessualità non si parla: i loro incontri, segreti come i baci e le tenerezze che si scambiano, sono rubati al tempo e allo spazio del campo. La narrazione ci porta in punta di piedi tra i sentieri della colonia, sulla riva del fiume, davanti a un falò dove risuonano le canzoni di Alla Pugacëva.

I due protagonisti, Jura e Volodja, sono l’uno l’opposto dell’altro: se Volodja segue le regole del gioco – i pionieri, il Komsomol, l’università – e appare come il perfetto giovane comunista, Jura è impulsivo, sventato e si abbandona a quel primo amore con l’entusiasmo con cui da sempre lo si fa a sedici anni.

A gettare un’ombra sulla loro relazione sono le leggi dell’Unione Sovietica, dove l’omosessualità è perseguita legalmente: nascondersi – dagli altri e a volte persino da se stessi – diventa allora una necessità, per Jura e Volodja, che dovranno imparare a celare i loro sentimenti prima ancora che a viverli.

Un’estate col fazzoletto da pionieri è la storia del loro primo amore, raccontata passo dopo passo, e mentre Jura attraversa il campo le lettrici e i lettori attraversano insieme a lui i suoi ricordi: i pomeriggi impegnati per le prove dello spettacolo teatrale, le sere spese a scrivere storie di paura per i bambini più piccoli, e tanti altri piccoli eventi, tutti legati a un luogo, a un oggetto. È anche la storia di ciò che di quella prima relazione, acerba ed entusiasta, rimane a distanza di alcuni decenni.

Il romanzo, infatti, si apre nel 2006: Jura, anni dopo aver lasciato la Rondine e dopo anni senza aver visto né sentito la “persona più importante della sua vita”, torna in Ucraina, il suo Paese natale, alla ricerca del campo e dei ricordi che questo conserva. Ed è proprio in questi ricordi che ci catapulta il narratore: quella che ci viene mostrata è un’Unione Sovietica quasi sconosciuta in Italia che, con le camerate piene di bambini e ragazzini, l’appello in riga, i fazzoletti rossi annodati al collo, persiste soltanto nei ricordi di chi le colonie estive le ha vissute.

Negli anni Ottanta in URSS tutto sembrava immobile, come se non dovesse e non potesse cambiare mai. Eppure tutto stava per trasformarsi. E dopo l’estate del 1986, che occupa gran parte della narrazione, le autrici ci accompagnano attraverso la fine del blocco sovietico: la sempre maggiore aria di libertà che si respira nella seconda metà degli anni Ottanta, il crollo del muro di Berlino e, infine, il putsch dell’agosto ’91 e la fine dell’Unione Sovietica. Se il tempo alla Rondine – non importa se sono gli anni Ottanta o i Duemila – sembra non passare mai, fuori dalla colonia corre veloce, frenetico e la vita trascina Jura fuori dall’URSS.

Il Paese in cui si muove Jura adulto, infatti, non è più quello dell’estate del 1986: la colonia, che all’epoca era ancora nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, è ora in un’Ucraina indipendente. E il campo stesso, che aveva lasciato ancora pieno di vita, nonostante la fine dell’estate, è diverso dal luogo che ritrova, abbandonato e quasi interamente dimenticato – la Rondine per cui Jura vaga nel 2006 ha il fascino di certi edifici dismessi (ma mai realmente abbandonati) di epoca sovietica dove, nonostante tutto cada a pezzi, si possono ancora ritrovare vecchi oggetti che nessuno ha mai pensato di spostare.

Pubblicato prima online e successivamente dall’editore moscovita Popcorn Books, Un’estate col fazzoletto da pionieri è stato oggetto di una feroce campagna di censura da parte delle autorità russe perché promuove relazioni “non tradizionali”. Ma non è solo per le vicende politiche nate attorno al romanzo che vale la pena leggerlo: è una storia che parla di nostalgia per un passato che sembra lontano, ma che invece guarda al cuore del nostro presente.

di Paola Dessì.

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