Il traduttore, una figura tra le righe: intervista a Norman Gobetti
Norman Gobetti ha lavorato per diversi anni come redattore per la rivista L’Indice. Nel 1997 ha iniziato la sua carriera come traduttore, principalmente per Einaudi, con cui collabora anche come revisore. Ha tenuto laboratori di traduzione letteraria presso l’Università di Pisa e presso la Scuola di specializzazione in traduzione editoriale di Torino. Per Einaudi ha tradotto varie opere di scrittori come Philip Roth e Mohsin Amid. Nel 2024 si è occupato, sempre per Einaudi, della traduzione di Intermezzo di Sally Rooney.
Gli scrittori creano la letteratura nazionale, mentre i traduttori rendono universale la letteratura.
Josè Saramago
La figura del traduttore è spesso una figura “invisibile” che lavora direttamente con il testo e lo trasporta da una lingua all’altra cercando di non tradire l’originale. Questa figura cerca di parlare al lettore con una voce che non è la propria ma quella dell’autore.
Qual è stata la sua formazione e come si è avvicinato al mondo della traduzione?
Ho studiato Lettere, laureandomi in Storia del cinema, quindi nulla di prettamente attinente alla traduzione. Poi, dopo aver orbitato per qualche tempo nell’ambiente dei festival e delle riviste di cinema, ho cominciato a lavorare per una rivista di recensioni di libri, e sono così entrato in contatto col mondo dell’editoria. Poi a qualcuno è piaciuto come scrivevo e mi hanno proposto di fare una prova di traduzione per una casa editrice. La prova è andata bene e così ho cominciato a fare il traduttore, prima part-time e poi, dopo aver lasciato il lavoro alla rivista, a tempo pieno.
Quali sono, secondo lei, le caratteristiche principali per poter intraprendere questa professione?
Amare molto i libri, leggere molta letteratura (soprattutto in italiano), non temere la solitudine e non avere l’ambizione di guadagnare tanto.
Quali sono le maggior difficoltà quando si traduce un testo?
Trovare le parole più calzanti per dire una certa cosa in italiano nel modo più fedele possibile all’originale ma senza perdere di vista la lingua verso cui si traduce. In altre parole: riuscire a capire se un certo modo di dire una cosa è una traduzione fedele oppure un calco (e resistere alla tentazione di allontanarsi dall’originale per non correre il rischio di fare un calco, che è la scelta più facile ma anche la più disonesta).
Le innovazioni tecnologiche, in particolare l’Intelligenza Artificiale, quanto incidono sulla sua professione? Rappresentano un’opportunità o una minaccia?
Per il momento sul mio modo di lavorare l’IA non ha avuto alcun impatto. Sicuramente io la vivo più come una minaccia che come un’opportunità, ma questa è una questione di mia sensibilità personale, non una considerazione oggettiva.
Per Einaudi nel 2024 si è occupato della traduzione di Intermezzo di Sally Rooney. Com’è stato il suo approccio a questo testo? Quali sono stati gli aspetti e le sfide più interessanti dal punto di vista traduttivo?
È stata una sfida piuttosto ardua rendere il monologo interiore delle parti scritte dal punto di vista di Peter, perché gli accorgimenti stilistici usati da Rooney in quelle pagine (elisione del soggetto, inversione dell’ordine naturale della frase inglese, ecc.) avrebbero prodotto in italiano un effetto completamente diverso, e quindi in questo caso l’obiettivo di essere fedele al suo stile non lo potevo raggiungere semplicemente riproducendo la sua sintassi. Perciò ho dovuto inventarmi altri sistemi.
È stato anche traduttore di un autore del calibro di Philip Roth, sempre per Einaudi. Qual è tra le sue opere quella che ha preferito tradurre e per quale motivo?
Mi è piaciuto lavorare su tutti i suoi libri, soprattutto perché, al contrario di quel che scrivevo riguardo al libro di Rooney, nel caso di Roth riprodurre la sua sintassi così com’era produceva di solito un effetto di fedeltà, e per me questo rendeva molto piacevole tradurlo. A maggior ragione mi dispiace che, ora che Einaudi ha perso i diritti di pubblicazione di Roth in Italia, le mie traduzioni di questo autore debbano essere ritirate dal mercato.
Che consiglio può dare per chi vuole entrare nel mondo editoriale come traduttore?
Solo uno: dedicare tanto tempo a leggere tanti libri, e imparare così a conoscere bene la letteratura. Oggi è una competenza talmente rara che già questo può fare la differenza.
Jasmin Coppedè


