Donnaregina di Teresa Ciabatti: il lato umano di un boss
Nel suo ultimo libro Teresa Ciabatti racconta di una giornalista romana – figura in parte autobiografica e in parte no, ha precisato l’autrice – che riceve dalla sua testata il difficile incarico di intervistare l’ex boss del rione Sanità Giuseppe Misso, ora collaboratore di giustizia. Domanda dopo domanda di quest’uomo verrà riportata un’immagine inaspettata, personale, legata a gioie e dolori di vita, facendone affiorare il lato umano. Il tutto è raccontato con lo stile tipico di Ciabatti, secco, a tratti sentenzioso, arricchito di incisi che aggiungono riflessioni e particolari
Il testo, a copertina rigida, che riporta nella sovracoperta una fotografia a tutta pagina con lo sfondo di cielo, acqua e scogli, e in primo piano un bambino che si gira verso il lettore portando sul capo una creatura del mare, sembra rievocare certi paesaggi e atmosfere descritte. A dominare sono i toni dell’azzurro – che prosegue nel dorso e nella quarta – e del nero, con cui viene riportato il nome dell’autrice e il titolo dell’opera, entrambi con iniziale minuscola e caratteri non graziati. Già vincitore dei premi BPER Banca e Mondello 2025, Donnaregina, pubblicato da Mondadori nella collana degli “Scrittori italiani e stranieri”, è entrato a far parte delle 79 proposte per lo Strega 2026.
Una professionista che fino a quel momento si è occupata di gente di spettacolo, di cantanti, di adolescenti, si trova ora ad avere a che fare con un camorrista senza che di mafia sappia nulla. Manda decine di e-mail, chiede aiuto a esperti del settore, ma le risposte che ottiene sono poche e se la deve cavare quasi del tutto da sola leggendo articoli, consultando siti web, scartabellando tra le carte giudiziarie. È sommersa dalla paura di non piacere all’intervistato e di non essere all’altezza. Si vergogna di non essere mai stata in quella Napoli di cui si dovrà continuamente parlare. Arriva a chiedersi se mai il boss porterà con sé una pistola.
Messo da parte ogni pregiudizio, avviene il primo incontro. In un ristorante del centro di Roma, accompagnato dalla futura moglie, Misso si presenta con camicia rosa e occhiali scuri. Da qui inizia il racconto di Giuseppe, entrato e uscito dal carcere dall’età di 14 anni, accusato di rapina a mano armata, di furto, di omicidio, con alle spalle 33 anni di prigione e 150 morti accertati, «per qualcuno oltre mille».
Dopo un inizio complesso, dominato dalla confusione della giornalista per le tante informazioni ricevute e da un Misso diffidente che non vuole che si registrino col cellulare le sue parole, si arriva a «una specie di confidenza», fatta di vocali per integrare gli incontri e di messaggi Whatsapp di auguri e supporto.
Soffermandosi su questo lato più malleabile e riavvolgendo le fila, la protagonista mette spesso da parte le strette questioni di mafia – che a un’altra figura giornalistica avrebbero fatto gola – e cerca di tirare fuori gli episodi più o meno centrali della vita del boss. Da quelli più curiosi e ai limiti del pettegolezzo, come la presunta plastica facciale fatta da Misso, che gli avrebbe cambiato i connotati e permesso di abbandonare ‘o Nasone (questo il suo soprannome) ma che lui nega categoricamente, fino alla passione per l’allevamento dei colombi, il suo credere ai segni del destino e perfino agli UFO – adesso è l’intervistato a chiedere di avviare la registrazione perché il fatto deve essere documentato, dice il boss –. Ognuna delle tre parti in cui il testo è diviso inizia con un esergo – di Cechov, Bloch e Rowling – con cui sembra si voglia rappresentare la doppiezza dell’intervistato: da una parte il crimine, le armi e i processi, dall’altro l’esistenza quotidiana, la sensibilità e la fantasia ai limiti del soprannaturale.
Misso è sotto tanti punti di vista un boss atipico, a partire dalla sua emancipazione culturale che lo ha portato alla lettura di Céline, Nietzsche, Susanna Tamaro, fino alla stesura di un romanzo autobiografico.
La vita di Giuseppe, adesso settantacinquenne, ha attraversato anche momenti di sofferenza: la fratellanza con Luigi Giuliano poi diventato suo acerrimo nemico, la perdita del suo grande amore (che in parte si riflette nel titolo), la mancanza di una figura paterna, il rapporto controverso con il figlio Giulio e la sua omosessualità, prima fonte di dispiacere, poi di rabbia e di violenza, e alla fine quasi motivo di orgoglio, trasformando Misso nel primo mafioso a essersi aperto sul tema. È su questo terreno che la storia del boss e la vita privata della giornalista, che si alternano nella narrazione, quasi si incontrano. Entrambi hanno vissuto e vivono la difficoltà dei rapporti con gli altri, per cui la protagonista deve fare i conti con una figlia che non si sente più attaccata alla vita e con la malattia di un’amica debilitata dalle cure sperimentali.
Il carattere del boss si mostra a tratti impaziente: manda messaggi per poter accordare i prossimi appuntamenti e completare l’intervista, desidera farsi conoscere nella sua veste autentica e mettere a tacere le false voci su di lui, vuole acquisire di nuovo notorietà. Dall’altra parte la protagonista si mostra spesso sfuggente e vaga. I ruoli quasi si invertono. A modo suo, però, il boss mostra vicinanza, comprensione ed estrema generosità, non esitando a inviare ricchi regali alla sua intervistatrice. Alla fine la protagonista, invitata in una località segreta al matrimonio di Giuseppe Misso e la sua Adele, di quell’intervistato un po’ manipolatore ma che è stato anche molto disponibile con lei non può che scrivere: «sfido chiunque a riconoscere nello sposo novello il superboss che ha fatto la storia».
Alti e bassi, luci e ombre, gli elementi più inattesi della vita dell’ex mafioso vengono riportati qui, rappresentando il trampolino di lancio per affrontare tematiche delicate, spinose e profondamente attuali.
Gaia Cogorno


