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Lo splendore del niente
Recensioni

Recensione “Lo splendore del niente e altre storie” con intervista all’autrice

Sellerio non sbaglia un colpo, e arricchisce la storica collana “La memoria” con un titolo intriso di passato, lontananza, memoria, appunto. Lo splendore del niente e altre storie è una raccolta di sette racconti uscita nel marzo 2020.

L’editore ha scelto di pubblicare questi racconti, già variamente editi fra il 1994 e il 2014, per far conoscere ancor di più ai lettori una scrittrice «appartata» e di grande valore, Maria Attanasio. Originaria di Caltagirone, Maria ambienta la gran parte della narrazione nell’immaginaria Calacte, che ricalca la sua città, in una Sicilia ora assolata, ora immersa nella nebbia, crocevia di popolazioni e culture.

Storie soprattutto di donne – ribelli non rassegnate – di cui spesso resta solo un gesto, un dettaglio, impigliato in vecchi libri o nelle scritture di cronisti locali.

Sono vicende di donne intrepide, non rassegnate al destino che le vorrebbe zitte, composte, a testa bassa. Ognuna di esse attraversa la grande Storia, in un arco di tempo che abbraccia la fine del Seicento e tutto il Settecento, lasciando una traccia minima nelle cronache locali, che la Attanasio ha sempre consultato con amorevole curiosità.

C’è Francisca, «masculu fora e fimmina intra»; Caterina, che si getta nel fuoco per amore del marito e della figlia; o, ancora, Annarcangela, la «donna pittora» che restaura una preziosa reliquia religiosa in uno stato di trance mistica, senza rendersene conto. E altre figure femminili, altre «madri» riportate in vita da una scrittura lirica, immaginifica, che talvolta mescola latinismi e dialettalismi.

«La vita è bella solo se raccontata», e l’autrice si fa portavoce di queste vicende marginali, oscurate da quelle di uomini più “grandi”, di personaggi-padroni che hanno scritto la Storia; salva le sue protagoniste dalla dimenticanza, lasciandole splendere anche se le loro vite sono passate inosservate e trascorse silenziosamente. E il Silenzio di Johann Heinrich Füssli, l’immagine di copertina del libro, sembra creare un meraviglioso contrasto con la parola che ha il potere di resuscitare i morti, di sottrarre l’esistenza all’oblio e al silenzio.

Dentro le parole non c’è freddo, né carestia, né paura: gli uomini possono soffrire senza dolore, mangiare senza pane, morire senza morte.

L’intervista all’autrice di “Lo splendore del niente e altre storie”

Ho avuto il privilegio e il piacere di chiacchierare con Maria, che ringrazio di cuore per la gentilezza, la dolcezza e il tempo che mi ha dedicato.

I suoi racconti sono stati scritti e pubblicati in momenti diversi della sua vita, nell’arco di circa vent’anni. Eppure riescono a convivere perfettamente all’interno della silloge, quasi fossero parte di un’unica grande storia. La decisione di raccoglierli quando e da dove è nata? È stata sua o dell’editore Sellerio?

Dopo il mio ultimo libro, La ragazza di Marsiglia, l’editore mi ha proposto di pubblicare una raccolta di racconti. Io ho scelto quelli storici, ambientati in un vasto arco di tempo che abbraccia la fine del Seicento e tutto il Settecento. Mi sembrava che, andando oltre la loro singolarità, costituissero una sorta di romanzo del Settecento articolato in storie minime. L’obiettivo era quello di recuperare la storia delle donne in quel secolo, la loro condizione umana, come ho spiegato nella Nota introduttiva.

Lo splendore del niente è il titolo di uno dei racconti, la vicenda di Ignazia Perremuto che consacra la sua vita alla contemplazione del niente. Come mai ha scelto di intitolare così l’intera raccolta? 

Ho scelto sempre io i titoli dei miei libri di poesia; questa è una delle prime volte che scelgo il titolo di un libro in prosa. Solitamente mi affido alle decisioni dell’editore e ne discutiamo insieme. In questo caso, Lo splendore del niente mi è sembrato il più evocativo: il niente, l’annientamento del vissuto che riesce a splendere attraverso le parole, torna in vita attraverso le storie.

Lei nasce come poetessa. Quanto è stato difficile passare dalla poesia alla prosa? Ha detto che è stata Elvira Sellerio a incoraggiarla.

È stato molto difficile. Nel rapporto con la poesia, c’è una libertà espressiva assoluta; quando scrivo, esisto soltanto io insieme alla parola, il resto non conta. Nella narrazione è necessario aprire la porta ai personaggi, e per me era qualcosa di insormontabile. Quando ho accettato questo – che la libertà della poesia diventava una libertà condizionata dall’esistenza del personaggio – ho potuto scrivere in prosa. Elvira Sellerio – la sempreviva signora delle storie – ha voluto e incoraggiato questo passaggio.

Mi parli un po’ del rapporto con Elvira Sellerio.

Ho vissuto qualche tempo a Palermo, quando ancora scrivevo solo poesia, e conoscevo già Elvira. Sono sempre stata un’appassionata di storia locale – perché la storia locale ti immette nella vita, è l’elemento di passaggio tra l’individuo e la dimensione civile – e durante le mie ricerche mi sono imbattuta nella storia che poi è diventata il racconto Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile. Ne parlai a Elvira, che provò a incoraggiarmi a scriverla; ma allora non ci pensai. Dopo qualche tempo, riuscii a farlo e la mandai a lei, che la apprezzò subito, così come apprezzò il resto delle mie storie. Anche per questo le ho reso omaggio dedicandole la mia raccolta.

Giulia Lombardo

 

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