Stacy: un brutto sogno per il bel mondo
«Il fatto è che non credevo che lo sguardo degli altri fosse, per me, tanto importante»
– Stacy, Gipi (Coconino, 2023)
Nella sua ultima storia a fumetti, Gipi si immerge nelle contraddizioni e nelle ipocrisie della nostra società, dove attraverso i social ognuno di noi è giudice e censore degli altri. Arrabbiato e divertito, critico e indulgente, Stacy è un dialogo con sé stessi, un percorso in cui è necessario perdersi per ritrovarsi.
Stacy è una ragazza alla fermata dell’autobus, guarda il telefono mentre il furgone di Gianni le passa accanto. Stacy è sola. Stacy è pallida. Stacy è burrosa. Gianni l’addormenta, la carica sul furgone e la porta nel seminterrato di un capannone vicino a Pomezia. Stacy non esiste, «non parlare mai di Stacy», perché Stacy è un sogno troppo reale per stare nel “bel mondo”.
Stacy è il titolo dell’ultimo fumetto di Gipi (Gianni Pacinotti), pubblicato per i tipi di Coconino nel 2023. L’autore pisano torna con questa storia a mettere su tavola la propria vita, a quattro anni da Momenti straordinari con applausi finti (Coconino, 2019). Il volume, in formato 17×24 cm, si presenta con copertina cartonata illustrata, dove sul volto spiritato di un uomo domina il titolo: Stacy. La quarta riporta solo alcune righe di sceneggiatura, anche l’interno è essenziale, lasciando subito chi legge a tu per tu con il racconto.
Lo spunto per Stacy nasce da un evento segnante per Gipi stesso: la pubblicazione di una vignetta che suscitò lo scandalo mediatico e una pioggia di insulti nei confronti del fumettista. Il libro racconta infatti di uno sceneggiatore (Gianni) il quale, durante un’intervista, riferisce di un sogno nel quale rapisce una ragazza (Stacy) incontrata alla fermata del bus. Il protagonista dà così una descrizione minuziosa del rapimento – e della vittima – all’intervistatore. Ciò che però getterà Gianni al centro di una shitstorm sono tre parole: «Stacy è burrosa». Basta questa frase per scatenare l’indignazione del mondo social, lasciando Gianni emarginato dai colleghi e dagli amici che, fino al giorno prima, lo stimavano. Ciò che segue è il percorso interiore ed esteriore del protagonista, nel tentativo di riabilitarsi agli occhi degli altri per essere così riammesso in quel «bel mondo» dove amicizia, compassione e amore seguono la curva dei like e delle condivisioni.

In Stacy Gipi abbandona i colori e le sfumature dell’acquerello per la nettezza del bianco e nero. Una scelta che segue la necessità di mettere in scena una storia crudele, che non faccia sconti a nessuno, nemmeno al suo protagonista. Ai momenti di sospensione che caratterizzavano molti dei lavori precedenti si sostituiscono dunque tavole fitte, dal ritmo serrato e che restituiscono il bisogno impellente da cui nasce il racconto.
Stacy è ruvido e feroce: lo è nel tratto a penna che delinea i profili aguzzi dei personaggi, lo è nella gabbia senza spazi bianchi che taglia il fiato al lettore. Anche nelle parti in cui la griglia si apre, concedendo un certo respiro, o in cui la parte grafica addirittura scompare lasciando soltanto le parole, la sensazione di claustrofobia non svanisce. Frasi reiterate, muri di testo, scarabocchi, note, tutto concorre a ricordare al lettore come Gianni, anche quando non è prigioniero dell’ipocrisia del mondo quotidiano, non sia capace di liberarsi da esso. Chi legge si trova intrappolato nel rimuginio del protagonista, che lo trascina a poco a poco sul fondo. Il disegno nervoso, che riempie di oggetti e di particolari le vignette, restituisce un mondo frenetico e straripante. Qui si muovono personaggi dai tratti acuminati e dai denti aguzzi come squali, pronti a sbranarsi l’un l’altro per avere ciò che desiderano. Anche Gianni fa parte di questo mondo e, sebbene ne sia disgustato una volta tagliato fuori, presto dovrà venirci a patti: dovrà conformarsi, perché «il vero problema non è che tutte queste persone adesso lo disprezzano. Ma che quelle stesse persone prima lo stimavano». Gipi presenta una società dove lo sguardo degli altri non è incontro, ma sottomissione; dove ognuno è preda nella stessa misura in cui è predatore e ogni manifestazione di debolezza è un’occasione per colpire.

Stacy è una storia densa, e lungi da noi analizzarla, sarà compito del lettore sentirne il senso. Tuttavia, il titolo, rinviando al nome della ragazza sognata da Gianni, aiuta a riassumere le molteplici dimensioni esplorate dal fumetto. Stacy è proiezione di un lato di sé del protagonista che, seppur scomodo o addirittura deprecabile, è comunque parte fondamentale dell’intimità. Metterla allo scoperto significa per Gianni rendere pubblico il proprio sé più nascosto. Lo scandalo che ne deriva scopre uno dei paradossi della società dell’apparire, dove la sincerità ripaga – e non solo in senso figurato – chi sa quanto fingerla. Non c’è spazio dunque per le Stacy, figure ambigue che condensano le contraddizioni che abitano ognuno di noi. Tanto vale rinunciarci, «non c’è nessuna Stacy. Non devi nominarla. Mai.», sempre che sia davvero possibile.
di Michele Trivellin
Immagine di copertina: © Gipi / © Coconino Press – Fandango


