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Domare la «bestia selvaggia» della solitudine secondo Daria Bignardi

Con ironia e lucidità, in Nostra solitudine Daria Bignardi si interroga sulla multiformità di una condizione al contempo desiderata e sofferta. Una raccolta di brevi episodi autobiografici accomunati dalla ricerca di una risposta: in questo mondo intriso di sofferenza, chi ha davvero il diritto di sentirsi solo?

Una donna che si tiene stretta a una tigre, una «bestia selvaggia» che però appare addomesticata: è così che si descrive Daria Bignardi mentre impara a confrontarsi con la solitudine nel tentativo di definirla e domarla. Il dipinto dell’artista giapponese Miroco Machiko in copertina di Nostra solitudine, decimo libro della scrittrice ferrarese, chiama a sé e accompagna in un viaggio nell’interiorità.

Uscito per Mondadori alla fine dello scorso ottobre, il volume – in edizione cartonata – chiude un trittico iniziato con Libri che mi hanno rovinato la vita (Einaudi, 2022) e Ogni prigione è un’isola (Mondadori, 2024) in cui la giornalista e conduttrice televisiva esplora il suo rapporto con l’ombra, l’isolamento, il male. Il tassello conclusivo è qui la multiformità della solitudine, desiderata e sofferta. A volte percepita, come durante il primo Natale lontana dalla famiglia, alla stregua di una «mano nera che torce lo stomaco e toglie il respiro», altre invece necessaria per mettersi in ascolto del «battito del cuore del mondo».

I tre personal essay, testi ibridi in bilico fra più generi letterari, sono accomunati dalla stessa scrittura frammentaria. La sensazione è di star leggendo pagine rubate da un diario personale, legate dalla riflessione su un unico tema che però, per essere comprese e apprezzate appieno, devono essere affiancate alla restante produzione di Bignardi. Traumi, piccoli e grandi, già affrontati a partire dal memoir d’esordio Non vi lascerò orfani (Mondadori, 2009), vengono scavati lucidamente con nuovi strumenti – come il metodo psicoterapeutico EMDR, subito abbandonato – e da nuove prospettive. Lettori e lettrici affezionati ritrovano situazioni, temi e personaggi familiari: i figli, la madre ansiosa, i viaggi in paesi lontani, la quotidianità a Milano.

Bignardi si interroga sul privilegio, scopre i limiti del proprio percorso individuale nel confronto con la realtà e percepisce il bisogno impellente di «uscire dall’alienazione prodotta dalla nostra civiltà», come scrive l’antropologa Nastassja Martin in Credere allo spirito selvaggio, libro che l’autrice ha citato come fonte di ispirazione nel suo podcast Parlarne tra amici. Così decide di seguire il richiamo del mondo e di partire: Vietnam, Cambogia, Uganda, Ucraina, tanti luoghi e tanti incontri che la spingono a chiedersi: «Chi ha il diritto di sentirsi solo? Gli orfani, i profughi, i migranti, gli oppressi. Le donne. O tutti?». Scopre poi, grazie alla lente della sociologia, che la solitudine «non è una questione privata», ma è anche prodotta dal patriarcato, dalla globalizzazione, da un capitalismo che priva di un posto riconoscibile.

Pagine ironiche e leggere si alternano a riflessioni più profonde in cui Bignardi instaura un dialogo con chi legge, cercando una connessione, tanto che a un certo punto condivide anche il cambiamento che ha subito il titolo del libro. Inizialmente era Storia della mia solitudine, che a detta del suo psicologo sarebbe potuto risultare «vittimistico» come se parlare di questo stato potesse essere «un lusso superfluo». Un vittimismo che, se eventualmente percepito, assume un significato e viene oltrepassato nel corso del racconto. Su suggerimento della editor si arriva allora a Nostra solitudine che racchiude il senso di una condizione che ognuno, legittimamente, può sperimentare.

Un sentimento descritto nella sua concretezza e reso condivisibile anche grazie alle definizioni che aprono alcuni capitoli: malinconia, prigioniero, esilio, oppressione, società, punti di una mappa interiore che orienta la ricerca di una verità onesta e brutale. Verità che si può trovare, come sembra fare Bignardi, anche attraverso gli occhi dei numerosissimi animali che colorano il libro. Forse il suo «più spudorato», sicuramente una condivisione intima che invita a mettersi in ascolto della propria «bestia selvaggia».

di Annalisa Barbero

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