Identikit del lettore performativo in 5 (problematici) punti
Here’s a hypothetical: a man walks into a bar, buys a drink, and starts reading from a paperback copy of David Foster Wallace’s Infinite Jest. He could very well be reading Moby Dick or Gravity’s Rainbow or Middlemarch […]. To the severely online, this guy is not simply enjoying a good book in the company of strangers but participating in the practice of “performative reading”.1
Da quando, e perché, la lettura è diventata una gara, una challenge, una performance? Cosa significa “lettura performativa”? In questo articolo cerchiamo di dare, in cinque punti, una definizione di tale pratica e dei suoi praticanti. Allo stesso tempo vedremo come questi cinque aspetti saranno anche cinque sospetti: l’accezione con cui ci riferiamo alla lettura performativa o al lettore performativo è corretta? Dove sta la performance? Nella pratica, nel praticante o nell’occhio di chi guarda?
Prima di tutto va data una definizione di “performative reading”. Affatto scontata peraltro, dal momento che i due termini hanno finora indicato la messa in scena di un testo attraverso il corpo, il movimento, la voce e il ritmo2. La performatività, in tal senso, introduceva la pratica della lettura nella dimensione artistica, teatrale e, in generale, estetica. Il piano del discorso è cambiato con l’avvento dei social network: se la performance in quanto messa in scena, esibizione, resta centrale, il campo dei significati intorno a essa ruota. Si passa cioè da un’accezione estetico-artistica della pratica, a un’accezione sociale. A questo punto muta anche il riferimento: non più la pratica in sé ma il soggetto praticante. La lettura performativa insomma, è tale perché messa in atto da un lettore performativo, ovvero colui che «usa i libri come accessori di scena» e, in questo modo, «esibisce la sua cultura e la sua intelligenza a favore di pubblico».3 Leggere in pubblico diventa così una forma di promozione di sé, di self-branding.
1) Il lettore performativo non legge veramente
Siamo abituati ormai a diffidare della pubblicità, e se quella pubblicità è veicolata dall’immagine di qualcuno, a diffidare di quell’immagine e di quel qualcuno. Johnny Depp non usa davvero il profumo che ci mostra lo spot alla TV, la modella non fa la spesa da Tigotà, la ragazza che legge Dostoevskij al tavolino del bar mentre beve uno spritz non sta realmente leggendo.
Se le pubblicità alla televisione, sui rotocalchi, su internet, sono solitamente facili da riconoscere in quanto tali, ovvero come aventi il fine di indurre all’acquisto di un prodotto, e in tal senso disposte anche a esagerare e “mentire”, ben più complesso è giudicare lo scopo dei comportamenti altrui nel quotidiano.
Certamente ogni nostro comportamento ha un senso e un fine, ma ridurre quell’infinità di significati possibili al self-branding risulta piuttosto azzardato. Per un fatto piuttosto semplice: non abbiamo accesso diretto al foro interno degli altri, non sappiamo esattamente cosa gli passa per la testa. Possiamo tirare a indovinare, indagare, interpretare, non raggiungeremo mai la certezza assoluta.
2) Il lettore performativo non è un autentico lettore
Al netto del primo punto, che pone un problema fondamentale, l’etichetta di lettore performativo porta con sé anche un giudizio “morale”: chi si finge lettore sta mentendo, è un impostore, perché non ama davvero i libri ma l’immagine che i libri danno di lui.
La caccia al lettore performativo tuttavia, parla molto più di noi che lo cerchiamo rispetto a quanto non faccia di lui. In una società dove i social network hanno il potenziale di rendere visibile e pubblica ogni parte della nostra vita, si teme il giudizio altrui (quando è negativo) nella stessa misura in cui lo si ricerca (quando è positivo). In questo contesto l’autenticità diventa un imperativo paradossale: essere visibili sotto ogni aspetto porta con sé il rischio di esporsi a critiche, insulti, minacce, ricatti, tuttavia rinunciare al valore dell’autenticità porta al discredito e all’esclusione.
Questa dinamica conduce inevitabilmente a un atteggiamento di sospetto e diffidenza verso l’altro che, mentre online ha il suo senso dal momento che lì l’artificio è molto più facile da realizzare, diventa problematico se esteso al mondo offline, poiché induce alla chiusura.
3) Il lettore performativo legge – per finta – solo Letteratura
Un ragazzo con un maglione verde bottiglia, una sciarpa a quadri, dei pantaloni di velluto a coste e degli occhiali calcati sul naso entra in un bar, ordina un caffè e intanto legge L’Ulisse di Joyce. Lettore performativo.
Un ragazzo con un maglione verde bottiglia, una sciarpa a quadri, dei pantaloni di velluto a coste e degli occhiali calcati sul naso entra in un bar, ordina un caffè e intanto legge un giallo.
Persona qualunque.
Non solo l’espressione di un simile giudizio pone chi lo esprime allo stesso livello del lettore performativo archetipico: qualcuno che considera il libro come accessorio per mettere in scena la propria personalità; più in generale denota una distinzione tra “cultura alta” e “cultura bassa”, dove solo la prima implica intelligenza, sensibilità e raffinatezza.
In questo modo però non consideriamo la possibilità che un prodotto culturale destinato all’intrattenimento, possa essere fruito anche ad un livello diverso. Non consideriamo cioè la profondità e la polisemia dell’opera, escludiamo inoltre dal discorso anche l’aspetto sociale, storico, politico e persino emotivo che entrano in gioco durante la lettura.
Come scrive Umberto Eco nel suo Apocalittici e integrati (Bompiani, 1964): «tra il consumatore di poesia di Pound e il consumatore di un romanzo giallo, in linea di diritto, non esiste alcuna differenza di classe sociale o di livello intellettuale. Ciascuno di noi può essere l’uno e l’altro in diversi momenti della propria giornata». Questo perché il romanzo giallo «è un prodotto culturale fruito e giudicato da un consumatore che in quell’occasione sta specificando la propria richiesta in quella direzione, ma porta in quella esperienza di fruizione la sua esperienza intera di uomo educato anche alla fruizione di altri livelli».4
4) Il lettore performativo non è ciò che legge
Dal momento che i libri sono solo un accessorio e la lettura solo una posa, il lettore – una volta smascherato in quanto performativo – perde ogni legame identitario con il libro che sta leggendo. Se voleva fare colpo con un libro femminista sarà etichettato come l’esatto opposto, se intendeva darsi arie con un romanzo da intellettuale diventerà una persona superficiale.
Potremmo dire che forse è meglio così, dal momento che se fosse vero leggere certi libri diventerebbe alquanto problematico: chissà cosa penseremmo di chi legge Lolita di Nabokov.
Come fa notare Julian Novitz, docente di scrittura alla Swinburne University of Technology, in un suo articolo su “The Conversation”: «L’idea che la lettura […] abbia un effetto formativo sul carattere è generalmente accettata»; tuttavia, «ciò che scegliamo di leggere, e dove, sembra oggi sottoposto a un controllo molto più attento».5
Il rischio qui diventa quello di confondere il piano della finzione con quello della realtà, di far coincidere opera e autore, di giudicare sotto un unico aspetto (quello morale) un oggetto sfaccettato come un’opera letteraria, oltre ovviamente a dare un giudizio affrettato sugli altri.
5) Il lettore performativo utilizza il libro come un accessorio
Questo può anche essere vero, ma è altrettanto vero che i libri hanno una componente estetica significativa. Pensiamo alla collana della Piccola biblioteca Adelphi. Con le loro copertine in carta goffrata e dai colori pastello, i libri della collana comunicano eleganza e sobrietà intellettuale, descrivono già un tipo di lettore ideale e rispecchiano una certa concezione dell’editoria. L’attenzione per l’estetica del paratesto diventa, in certi casi, vero e proprio marchio di fabbrica. L’ippocampo ne è un esempio perfetto: la collana Classici illustrati presenta volumi cartonati con dorso in tela, copertine illustrate con titolo e grafiche in rilievo. Questa cura per il paratesto comunica prestigio, unicità, e intercetta il gusto dei collezionisti, per i quali l’aspetto dell’oggetto-libro è importante tanto quanto l’opera che contengono.

Di esempi se ne potrebbero trovare ancora tantissimi, ogni casa editrice cerca di riflettere la propria identità nei libri, e così facciamo anche noi lettori nella scelta dei volumi da acquistare. Dal momento che il libro comunica anche attraverso le proprie caratteristiche estetiche, è difficile negare che la scelta di esso da parte del lettore non sia guidata da un gusto e da un’identità che egli vede rispecchiarsi nell’oggetto.

In conclusione di questo problematico identikit del lettore performativo possiamo affermare che tale categoria vive più di luoghi comuni, pregiudizi e ironia, piuttosto che di reali argomenti. Si potrebbe giudicare questa stessa disamina come performativa, dal momento che prende troppo sul serio un fenomeno nato su internet e con un intento umoristico. Tuttavia, come accade spesso in questi casi, sotto la patina dell’ironia si trovano idee più o meno condivise che ci raccontano qualcosa del nostro presente. La costante esposizione della nostra quotidianità, il self-branding, la compenetrazione della vita online con quella offline, sono tutti temi che stanno a fondamento di quella macchietta social che è il lettore performativo.
Note:
1 BRICKNER-WOOD, Brady, The Curious Notoriety of “Performative Reading”, “The New Yorker”, 2 dicembre 2025, https://www.newyorker.com/culture/the-lede/performative-reading.
2 A tal proposito si veda l’articolo di Lorella Bosco, germanista e docente di letteratura tedesca presso l’Università degli Studi di Bari. BOSCO, Lorella, Lettura come performance, in “Bollettino dell’associazione italiana di germanistica”, IV, gennaio 2011.
3 ROTONDO, Alessandra, Il paradosso della lettura performativa nell’era dell’autenticità imperativa, “Giornale della Libreria”, 11 dicembre 2025, https://www.giornaledellalibreria.it/news/lettura/il-paradosso-della-lettura-performativa-nellera-dellautenticita-imperativa-7003.html.
4 ECO, Umberto, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1964.
5 NOVITZ, Julian, Friday essay: ‘red flags’ and ‘performative reading’ – what do our reading choices say about us?, “The conversation”, 19 febbraio 2026, https://theconversation.com/friday-essay-red-flags-and-performative-reading-what-do-our-reading-choices-say-about-us-268388, traduzione del redattore.


