«Maschio o femmina: dovevo scegliere»: Michela Panichi racconta La Cecilia
Michela Panichi, scrittrice di origini napoletane classe 2000, non ha nemmeno trent’anni, ma può già vantare risultati importanti: con il racconto Meduse ha vinto il Campiello Giovani nel 2020, e con il suo romanzo d’esordio La Cecilia è arrivata in finale sia al premio Calvino nel 2024 che, dopo la pubblicazione per Nottetempo, al premio IngeFeltrinelli nel 2025.
Cecilia ha tredici anni ed è come ogni anno in vacanza con la famiglia a Ischia: nel corso di un’estate sospesa tra il mondo dei maschi e quello delle femmine, così come tra l’infanzia e l’età adulta, vive il tentativo di definire la propria identità – sociale, sessuale e di genere – come una missione che la ossessiona e che passa inevitabilmente attraverso la dimensione corporea. In modo non del tutto dissimile dalla sua protagonista, anche Michela, divisa tra la narrativa e la sceneggiatura cinematografica e televisiva, tra i modelli che sono per lei di ispirazione e le proprie ossessioni letterarie, sente di dover rispondere a una chiamata ben precisa: continuare a scrivere storie in tutte le loro forme.
La Cecilia parla di una ragazza che, nell’estate dei suoi tredici anni, affronta le difficoltà della crescita, dello sviluppo e della scoperta della sua sessualità: se dovesse descrivere il romanzo con una parola?
Anfibio.
Dal romanzo emerge abbastanza chiaramente che, dal punto di vista di Cecilia, il valore morale dei vari modelli femminili sia connesso al loro modo di approcciarsi al proprio corpo e alla propria sessualità; le figure maschili, invece, come vengono rappresentate? Anche in questo caso, sembra valere la connessione tra corporeità e morale, come si vede, ad esempio, nel progressivo degrado del padre di Cecilia man mano che si scopre il suo legame “sporco” col corpo: che differenze ci sono tra la sua rappresentazione della corporeità maschile e quella femminile?
Nel romanzo ho dato grandissimo spazio ai corpi femminili, soffermandomi di meno sui maschi. Questo perché, nel raccontare la crescita e lo sviluppo sessuale di Cecilia, avevo necessità di mostrare a lei – e al lettore – il caleidoscopio di possibilità che le si apriva davanti. Che “femmina” diventerà Cecilia da grande? Sua madre, Barbara, è l’unico modello possibile? No, perché esistono anche Alba, Veronica, Gaia etc. I maschi, invece, sono tutti accomunati da una maggiore libertà. La loro sessualità sconvolge Cecilia sicuramente di meno, perché in genere la morale pesa più sulle femmine che sui maschi. E quindi, durante la propria crescita, Cecilia pensa che un corpo maschile sia più abitabile del suo. E quindi si fa chiamare Luca.
Peccato che, più Cecilia si fa strada nel mondo dei maschi, più si rende conto che le sue considerazioni granitiche sono sbagliate. Anche i ragazzi si vergognano del loro corpo; quando sono in gruppo, sono costretti a ostentare una sicurezza che non posseggono; sono performanti, cattivi, giudicanti; tendono a coalizzarsi contro una sola persona; sono “sporchi” anche loro. Grazie a queste scoperte Cecilia, che come narratrice è molto critica, inizia a valutare suo padre in modo diverso: non appena si rende conto delle sue bugie, del suo tradimento, Cecilia allontana il padre e va in crisi, perché non sa più che tipologia di adulto vorrà diventare. «Maschio o femmina: dovevo scegliere» (p. 191) è una richiesta d’aiuto. Non si tratta tanto di scegliere il genere a cui appartenere, quanto le caratteristiche caratteriali e psicologiche che automaticamente vengono associate ai generi. E Cecilia non si ritrova in nessuna di queste.
Che valore assume, in quest’ottica, la volontà di Cecilia di assomigliare ai maschi della sua vita, ad esempio prendendo il nome del fratello, Luca, o indossando i suoi vestiti e quelli di Sergio o del padre?
Cecilia vuole che la sua vita da adolescente rimanga assolutamente identica a quella infantile. Intrappolata tra due soli modelli possibili – quello di suo padre e quello di sua madre – si convince che il modo più comodo e confortevole di esistere sia quello dei maschi. D’altronde, suo padre le sembra più libero, un individuo che esiste tranquillamente senza darne conto a nessuno, una persona priva di vergogne e imbarazzi. Meglio essere suo padre, che assomigliare a sua madre.
Ho cercato di raccontare questa scelta nella scena in cui Cecilia si mette ai piedi le vecchie infradito di suo padre. Cecilia vuole essere libera come lui, vuole avere con lui un legame strettissimo, ma lei è femmina e lui è maschio. Aggiungo anche un’altra particolarità della Cecilia. In questo romanzo ho raccontato un coming of age queer: Cecilia è innamorata di Alba, dunque è omosessuale o quantomeno bisessuale. Ma gli unici modelli che ha davanti a sé sono di coppie eterosessuali poco funzionanti, in cui stereotipicamente i maschi si comportano in un modo e le femmine in un altro. Ma… Se a Cecilia piacciono le donne… Lei quindi si deve comportare come un uomo? Da questa considerazione nasce un putiferio. Cecilia, femmina, si ritrova a comportarsi come immagina dovrebbe comportarsi un maschio adolescente: anzi, per appartenere al gruppo dei Maronti e non essere sbugiardata (lei che maschio non è), si trova a fare considerazioni maschiliste, a trattare male Federica, a disprezzare la libertà sessuale di Alba. Diventa «il peggiore dei maschi» (p. 227).
In un’intervista con Ludovica Passeri per SkyTg24, notava che «molti giovanissimi autori, soprattutto se donne, parlano di corpo»: in cosa crede che la sua rappresentazione del corpo, nello specifico femminile, sia diversa da quelle altrui? E che significato dà al corpo nel suo insieme?
Da un punto di vista narrativo e tematico un romanzo cambia molto se il protagonista è un maschio o una femmina. Sembra una affermazione orientata, ma vi assicuro che non lo è. Se il mio protagonista è un ragazzo, posso affacciarmi prioritariamente su un certo range di temi: posso parlare dell’amicizia tra maschi, del complesso rapporto tra un padre e un figlio, di come il maschilismo impedisce ai ragazzi di esprimere i propri sentimenti, di uno sviluppo sessuale molto ingombrante. Se la mia protagonista è femmina, beh, cambia tutto. Per secoli nei romanzi avere una protagonista donna è stata una prospettiva limitante: l’adulterio in letteratura è più grave se lo compie una donna, in Italia fino al 1946 le donne non votavano, le donne facevano certi tipi di lavori (o non lavoravano). Insomma, se parlavi di “femmine” potevi toccare dei temi ma eri di certo impossibilitato a toccarne altri. Era molto più comodo avere un protagonista uomo, più avventuroso, più libero: Piccole donne è diverso da Piccoli uomini, eppure la scrittrice è la stessa.
Partendo da questa considerazione tematica, mi sembra abbastanza evidente che uno dei temi più ricorrenti della letteratura con protagoniste donne sia il corpo, sia grazie alla liberazione sessuale sia per colpa dello stato di subordinazione in cui le donne hanno vissuto per secoli. Ora che possiamo far sentire la nostra voce, parlare del nostro corpo – meno studiato dal punto di vista medico, meno raccontato in letteratura – significa liberarsi degli stigmi sociali e rivendicare una tipologia di narrazione diversa.
Che rapporto ha col suo, di corpo?
Ora che il romanzo è uscito da quasi un anno e posso considerarlo come altro da me, capita spesso che alle presentazioni mi venga fatta questa domanda. Trovo straordinario come il rapporto con il proprio corpo cambi nel corso degli anni in maniera enorme, ma silente. Noi abitiamo in un corpo e notiamo tutti i suoi cambiamenti: battagliamo continuamente con la nostra apparenza fisica. E, finché vivremo, saremo un corpo.
Ho iniziato La Cecilia che avevo impressa nel cervello la mia adolescenza: credo che «io mi detestavo» (p. 210) sia una sensazione che hanno provato tutti, con intensità diverse. Del resto i ragazzi sono sempre assoluti nelle loro valutazioni, nei loro amori e odi. Scrivere La Cecilia mi ha aiutato a dare nome e forma agli incubi che abitano il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza. Tutti abbiamo pensato almeno una volta nella vita “faccio schifo”, tutti abbiamo pianto pensando che non saremmo mai stati felici, tutti ci siamo sentiti sbagliati. La cosa meravigliosa è che queste preoccupazioni a un certo punto smettono di assillarci in maniera così distruttiva. Mentre a tredici anni mi disprezzavo, oggi non è più così: mi piaccio, anche se qualche remora estetica e caratteriale rimane sempre.
Un altro nucleo centrale della Cecilia è la relazione conflittuale e alterna con i genitori, specialmente con la madre (e qui si sente un po’ l’eco dell’Amica geniale): pensa che sia un problema di questa generazione nello specifico, o un qualcosa che è sempre esistito?
Sempre esistito, se consideriamo che il primo modello con cui ogni figlia si confronta è la propria madre e il rapporto tra creatore e creatura è spesso conflittuale. Banalmente siamo tutti nati da un utero.
Per quanto riguarda le ispirazioni della Cecilia, io dell’Amica geniale ho visto solo la serie. Mentre scrivevo, pensavo più alla madre di Lady Bird o a quella di Tre Manifesti ad Ebbing. Come modello romanzesco mi sono ispirata molto ad Agostino di Moravia: nonostante il protagonista sia un ragazzino, questo romanzo tratta del rapporto conflittuale tra Agostino e sua madre nel momento in cui il protagonista scopre il sesso. Quando Agostino si rende conto che sua madre ha degli amanti e la sua vita non è interamente dedicata a lui, va in crisi ed inizia ad odiarla. Ho sempre trovato il rapporto madre-figlia un tema molto interessante, sia quando simbiotico che quando difficile (ad esempio, L’Arminuta). Mi incuriosisce molto che, nel momento in cui gli adolescenti si rendono conto di non essere il centro della vita dei propri genitori, il loro mondo va in crisi. Lo raccontai in Meduse, il racconto con cui vinsi il Campiello Giovani nel 2020, ho continuato ad occuparmene nella Cecilia. I rapporti familiari sono una delle mie ossessioni letterarie.
Nella sua testa, cosa succede dopo la rivelazione finale di Cecilia?
Di fronte all’accettazione da parte di sua madre, Cecilia smette di detestarsi con così tanta intensità. Magari a un certo punto della sua vita si sentirà in pace con sé stessa, accetterà il suo orientamento sessuale e la sua identità di genere, qualunque essi siano.
Ho deciso di concludere il romanzo con una rivelazione perché l’omosessualità di Cecilia è il motivo per cui lei si disprezza maggiormente, per cui arriva a travestirsi e rinnegare il proprio corpo. Nei turbamenti di Cecilia si sente l’eco di secoli di storia: l’omosessualità è contro natura, è un peccato. È sbagliata anche se in natura esistono animali ermafroditi, animali che cambiano sesso, e gli esseri umani sono i primi ad aver rinnegato la naturalità per la civilizzazione (come dice Ungaretti in Comizi d’amore). Inoltre, mi piaceva che Cecilia iniziasse il romanzo dicendo che le femmine le fanno schifo, per poi cambiare idea alla fine. E quando Cecilia si rende conto che le ragazze le piacciono, a quel punto può scegliere come vuole essere. Non binaria, femmina, maschio… Alla fine del romanzo queste definizioni non hanno più importanza, perché il periodo della vergogna e delle bugie è finito.
La Cecilia ha alcuni evidenti punti di contatto con altre opere della letteratura italiana, da L’isola di Arturo, a cui ha esplicitamente dichiarato di essersi ispirata, all’Amica geniale: non teme il confronto? Non ha paura che il romanzo possa essere considerato una “copia di…”?
Tutti i romanzi sono copie di altri, riscritture. E se un testo non cita nulla, è un testo privo di storia e di profondità. Un tempo inserirsi in un solco, in un genere letterario, significava adottarne gli stilemi e confrontarsi con tutta la sua storia letteraria: basta vedere la letteratura antica e medievale. Virgilio cita Catullo che cita Saffo, Ariosto cita Lucrezio, Dante cita Virgilio etc. E le citazioni non erano indice di mancanza di originalità: gli scrittori erano costretti a trovare l’originalità all’interno di una struttura prestabilita, prendendosi delle libertà, stravolgendo un genere letterario dall’interno. Quindi no, non ho paura che il mio romanzo sembri una copia di.
Per quanto riguarda l’Amica Geniale, credo di averla citata soltanto una volta. So che la spiaggia dove Lila e Lenù vanno ad Ischia sono i Maronti, me lo disse mia madre. Tuttavia, ho letto molti romanzi di Starnone, soprattutto tra la seconda e la terza stesura del romanzo, e mi sono resa conto di trattare temi somiglianti a quelli di uno dei capitoli di Via Gemito. Forse l’immaginario della Cecilia è stato un pochino plasmato dalle mie letture, chissà, ma sono davvero fiera di poter ringraziare, nel mio romanzo, tutte le penne che mi hanno ispirata.
Esiste una “scrittura femminile”? Se sì, si riconosce nella definizione?
Mi ricordo discussioni interminabili su questo tema durante i miei ultimi anni universitari. Come ho detto in precedenza, avere una protagonista donna apre alla narrazione determinate possibilità e ne chiude altre. È indubbio che, nei secoli, le donne hanno avuto minori libertà: che il diritto all’aborto (e quindi l’autodeterminazione sul proprio corpo) sia stato concesso nel 1978 è un dato sconcertante.
Sono stata a lungo convinta che la scrittura femminile fosse caratterizzata dall’intimità morbosa, l’acutezza psicologica, una certa corporeità della parola. Pensavo anche che la scrittura maschile invece cercasse la limpidezza e leggerezza di Calvino, ma molti autori mi hanno convinta del contrario (Starnone, Sartre). I miei modelli sono Elsa Morante, Alice Munro, Fausta Cialente, Yasmina Reza; a loro si aggiungono Michele Mari, Domenico Starnone e Joseph Roth. Personalmente adoro le sinestesie, la scrittura “carnale”, i drammi interiori che esplodono in scene visive, la narrazione per oggetti. Mi piace pensare che la carnalità sia una caratteristica più femminile che maschile, perché noi donne ci rendiamo conto di essere carne fin dal primo momento in cui mettiamo piede nel mondo. Da questo tema io non ho mai voluto allontanarmi: se parlo di rapporti tra fratelli, lo faccio con una scrittura sensoriale; se racconto dell’inquietudine del post-laurea, parto sempre dalla materialità dei miei personaggi; gli incubi di Cecilia sono sempre incubi di corpi etc. Tuttavia, nel mio romanzo ho cercato di applicare la mia prospettiva ad entrambe le adolescenze – quella dei maschi e quella delle femmine – perché sono scomode, complesse e mostruose entrambe, ognuna a suo modo. E solo notando il disagio altrui, oltre che il proprio, Cecilia poteva crescere davvero.
Si augura di vedere la sua storia prendere vita anche sul grande schermo, o crede che sia meglio che resti su carta?
Da quando La Cecilia è uscita, mi auguro due cose. Uno, vorrei che il mio romanzo venisse tradotto, ma non è un percorso semplice. Due, vorrei davvero tanto che diventasse un film. Negli ultimi due anni dalla narrativa mi sono spostata verso il mondo della sceneggiatura proprio grazie alla Cecilia. È un romanzo scritto per scene, molto visivo, con dialoghi brevi come nella realtà. Mandai alcune sue pagine alla selezione per il Master di RAI fiction e mi hanno scelta nonostante fossi più una letterata che non una sceneggiatrice. Per me La Cecilia è un testo adattabile con pochi sforzi. E poi apprezzerei molto di lavorare con qualcuno (editor o registi) sul miglioramento di un mio testo perché ora, nel rileggerlo, mi sembra che alcuni dettagli, alcune scene potessero essere sviluppati meglio. In sceneggiatura si chiamano “semine” e dovrebbero essere “raccolte”. Vedremo…
Cosa possiamo aspettarci dal suo futuro di autrice? E cosa si aspetta Lei?
Mi sono resa conto che non riesco a evitare di scrivere e inventare storie. Qualche giorno fa ero a Ischia e mi si è rotto il PC: ho aspettato un giorno prima di riuscire ad utilizzarlo di nuovo, e quel tempo è stato interminabile. Dovevo scrivere, non avevo accesso alle mie storie e ai miei appunti (murati nel PC) e mi sono sentita completamente impotente. Ho camminato avanti e indietro per casa per almeno un’ora. E così ho capito che sono condannata a creare storie perché, se non lo faccio, do di matto.
Ultimamente sono più attiva sul versante della sceneggiatura: scrivo soggetti di lungometraggi, serie, spesso in collaborazione con altri giovani autori. Un paio di queste le sto ideando insieme al mio fidanzato. Sono certa che alcune di queste idee possano migrare dalla scrittura cinematografica a quella narrativa, devo solo capire quali.
di Maria Vittoria Di Michele


