Recensioni

Wherever. Whatever. Have a nice day

di Elena Spadiliero
Nel 1989 Drugstore cowboy ottiene un improvviso successo facendo conoscere a critica e pubblico lo straordinario talento di Gus Van Sant, già regista nel 1985 di Mala Noche.
Nel 1991, per il terzo film intitolato My own private Idaho, Van Sant decide di fondere due storie: da una parte la vicenda di un ragazzo sbandato che si prostituisce per vivere, mentre per l’altra storia il regista si ispira all’Enrico IV di Shakespeare, rileggendo in chiave moderna la figura del principe Hal.
La parte del personaggio shakesperiano viene affidata ad un bravo Keanu Reeves che veste i panni di Scott Favor, figlio del sindaco di Portland, che una mattina si alza e decide di lasciare la casa paterna per vivere per strada insieme a una banda di ragazzi capeggiata dall’opulento Bob Pigeon (come non riconoscere in lui John Falstaff?) considerato e definito da Scott il suo vero padre o meglio il suo psichedelico maestro. A condividere più di tutti accanto a Scott la vita di strada c’è il suo migliore amico, Mike Waters, interpretato da uno straordinario River Phoenix in uno dei ruoli più intensi e significativi della sua, purtroppo breve, carriera. Mike viene definito da Phoenix stesso una specie di Stroszek di Herzog ma «a differenza di lui che beve, Mike dorme». Mike dorme perché malato di narcolessia per cui, in momenti di forte stress, reagisce con delle crisi di sonno ed è in questi momenti che il giovane sogna un mondo meraviglioso, lontano dalla strada e dal degrado, in cui costante è la presenza della madre di cui Mike non ha notizie da anni. È questo il private Idaho, l’Idaho personale e onirico di Mike Waters (pessima la traduzione italiana, Belli e dannati, che non coglie assolutamente il significato del titolo originale del film).
Nella prima parte della pellicola prevale la traccia shakesperiana: molte le analogie nei dialoghi e nelle situazioni fra film e l’Enrico IV, come l’episodio della rapina messa in atto da Bob/Falstaff  a sua volta rapinato del bottino appena guadagnato da Scott/Hal, deciso a giocare uno scherzo ai danni dell’amico grazie alla complicità di Mike/Ned Poins. Il rapporto tra Bob e Scott, così come quello fra Falstaff e Hal, è destinato a divergere quando il ragazzo diventa erede del patrimonio paterno per cui rientra nel suo vecchio mondo, abbandonando i ragazzi a cui si era unito in parte per ribellarsi all’autorità del padre e in parte spinto dall’esigenza di conoscere anche gli aspetti meno nobili e più degradanti del mondo.
Successivamente il film abbandona le strade di Portland, per concentrarsi sulla vicenda privata di Mike il quale decide di cercare la madre, ricerca che lo porta fino in Italia dove la donna è stata vista per l’ultima volta. Scott segue l’amico e in Italia incontra Carmela di cui si innamora. Torna con la donna negli Stati Uniti e in seguito alla morte del ricco padre ne rivendica l’eredità. In questo modo abbandona Mike e questa sua decisione comporta anche uno scontro diretto con Bob:
«Quando ero giovane tu eri il mio maestro di strada e l’istigatore del mio pessimo comportamento. Avevo deciso di cambiare. C’è stato un momento in cui avevo il bisogno di imparare da te, mio ex, psichedelico insegnante, e anche se ti amo più del mio defunto padre, devo voltarti le spalle. Per questo fatto, finché non torno come prima, non venirmi più vicino»
La fine del film è amara, soprattutto rispetto al destino di Mike. La vicenda inizia con lui in piedi in mezzo ad una strada, di cui non si vede né l’inizio né la fine. L’ultima scena ci riporta su quella strada, o come direbbe Mike esattamente su QUELLA strada, dove lui ha l’impressione di essere già passato altre volte. Afferma che quella strada non finirà mai e che forse «it goes all around the world», gira tutta intorno al mondo. La sua esistenza è segnata fin dalla nascita, per lui non c’è scelta se non la strada. Ed è proprio la strada la vera protagonista del film, quella strada in mezzo al nulla, quasi un’entità animata, tanto che Mike la definisce «una di quelle facce…tale e quale alle facce di cazzo».
Alla fine il ragazzo viene colto da uno dei suoi attacchi di narcolessia e, mentre dorme, arriva qualcuno che lo carica in una macchina. Non sappiamo chi sia questa persona, coloro che desiderano un finale positivo sperano che si tratti di Dick, fratello maggiore/padre di Mike, dal momento che durante il film scopriamo che con molta probabilità Richard Waters ha avuto una relazione incestuosa con la madre, e che il frutto di tale rapporto è proprio Mike.
Quando Scott decide di lasciare la casa del padre, risponde alla cameriera che gli chiede dove stia andando «Wherever, whatever…have a nice day!» (dovunque, comunque, buona giornata). Nel momento in cui Mike viene caricato in macchina dallo sconosciuto e portato via, quando lo spettatore si chiede dove sia diretto e con chi, la risposta che ci è data dal regista è la stessa che Scott ha dato alla sua cameriera, in quanto l’ultima inquadratura del film è una scritta, HAVE A NICE DAY… buona giornata, comunque, qualunque sarà il destino di Mike. Ci sembra di percepire un tono ironico in questa frase finale, come se Van Sant ci sfidasse a tornare come se niente fosse alla nostra vita quotidiana dopo esser stati coinvolti nell’esistenza di Mike, come se fosse possibile per noi avere una buona giornata dopo aver sperimentato indirettamente tanto dolore.
Mike risulta essere il personaggio più pulito di tutto il film anche se l’aggettivo pulito sembra non essere adatto per un ragazzo che si prostituisce, si droga, che è malato, dal passato triste e dal futuro incerto. Tuttavia a lui appartiene l’unico sentimento autentico del film: lasciamo per un attimo il puerile tentativo di ribellione di Scott Favor e la vita di tutti gli altri ragazzi che come Mike non hanno né casa, né famiglia, né veri amici, e parliamo dell’amore che il ragazzo prova per l’amico Scott. Nel film c’è un passaggio stupendo, per Claudio Carabba «uno dei momenti d’amore più dolci e vibranti che il cinema ci ha regalato», in cui assistiamo ad un bellissimo dialogo fra i due quando, sotto le stelle e davanti ad un fuoco, in risposta a Scott che gli dice che due uomini non possono amarsi e che lui farebbe sesso con un uomo solo per denaro, Mike replica «Io potrei amare un uomo anche se lui non mi pagasse. Io ti amo… e tu non mi paghi».
Scott afferma che i suoi favori sessuali non sono concessioni, che hanno un prezzo dal momento che lui vuole essere un “professionista serio”, con i piedi per terra, e che è «quando si cominciano a fare le cose gratis che ti crescono le ali». Per Mike l’amore prescinde dal denaro, non costa nulla, si concede senza pretendere di essere ricompensati o ricambiati perché solo in questo modo esso risulta essere un sentimento reale, un prodotto autentico della nostra anima e del nostro spirito. Mike è il solo angelo di My own private Idaho in quanto è l’unico che s’immerge in un modo sporco ed egoista e ne esce candido, sincero e dotato di una fragilità commuovente. Anche se questo personaggio viene spesso descritto come un angelo a cui siano state tagliate le ali, personalmente credo che egli non abbia mai perso la capacità di volare proprio per la sua abilità di sfuggire alla realtà e ad elevarsi al di sopra di essa.
Nella copertina del dvd di questo film, c’è la frase «gli angeli sono in cielo, in una calda giornata di sole nell’Idaho». Se questo è vero, allora nell’ultima scena possiamo smettere di fissare la strada e anche di chiederci dove sia diretto Mike Waters e volgere il nostro sguardo più in alto, verso il cielo. Perché è lassù che lo ritroveremo.
Have a nice day.
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