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Recensioni

Amici per paura

                           Chiara Mostini

Francesco non può morire: è un bambino e i bambini non muoiono. Di questo è profondamente convinto, quando gioca alla guerra col suo amico Domenico, lanciando palline di carta da un balcone all’altro e muovendo i suoi soldatini incamiciati di nero contro gli inglesi con le braccia alzate. Ne è convinto quando ascolta la retorica del Regime – siamo a Roma nel 1943 – sventolando dalle spalle del suo papà una bandierina sotto al balcone del Duce. Allo stesso modo è fortemente sicuro che Roma non possa essere davvero colpita dalle bombe, nonostante le sirene, il nastro gommato alle finestre e il rifugio sotto il casamento in cui abita, nel quale scende con la famiglia quasi tutte le notti.

Francesco sogna questa guerra, perché alla fatidica domanda “Cosa vuoi fare da grande”, lui risponde “il fante”. E così è per tutta la prima parte della storia, con Francesco che racconta, in una sorta di discorso indiretto libero, del papà che lavora al Ministero e ci va in bicicletta, del signor Mario, comunista, anche se è meglio non dirlo troppo forte, e del Portinaio, fascista convinto. Racconta del nonno, che si rifiuta di scendere nel rifugio al suono delle sirene, della nonna morta per le bombe, ma non a causa di esse. E ancora, di Domenico, dei film dell’Istituto Luce visti col papà, della sorellina Cristina, più piccola e ingenua di lui, e della mamma, che vive in preoccupazione perenne.

Se mi aspettavo che “Amici per paura” fosse una storia di amicizia, effettivamente avevo ragione. Eppure mi immaginavo una vicenda diversa. Il titolo del libro mi aveva “chiamata”, nello scorrere l’elenco dei candidati allo Strega. Così, per tutta la lettura, nella mia mente si sono moltiplicate aspettative e congetture: cosa mi avrebbe davvero raccontato il romanzo? Cosa mi avrebbe lasciato e quando avrei colto in pieno il significato del titolo? All’ultima pagina mi si è rivelato, all’improvviso, come esso fosse pienamente pregnante. Parazzoli racconta, alla fine, di come la paura stessa faccia sentire tutti più vicini benché diversi, provenienti da strade opposte e senza nulla in comune; di come la paura crei legami. Sono “amicizie”, a volte di un istante, a volte senza fine; non solo quella di Francesco e Domenico, che in modo ciclico chiude la storia, ma anche quella tra il bambino e il cugino, quando la mamma e i figli si rifugiano a Macerata; e ancora, quella che la mamma stringe, in modo un po’ atipico, con Don Elio, eroe della storia nel suo piccolo; quella del papà con Mario, il comunista dirimpettaio, e quella di Francesco col Signor Anselmo, che gli apre le porte di casa sua e del suo infinito amore per i libri. “Cosa voglio fare da grande?” si chiede a quel punto Francesco. “Voglio scrivere libri” è la risposta.

Ho letto “Amici per paura” tra un treno e l’altro, sulla metro, nei momenti di pausa dallo studio. È un libro che scorre, ma non è uno di quelli che divori capitolo dopo capitolo: perché il suo messaggio ti arrivi, bisogna concedersi il tempo per ripensare a ciò che si è letto. È un libro che racconta gli orrori della guerra, ma gli orrori non si vedono davvero. E non per questo colpisce di meno, anzi. È la guerra vista dagli occhi di un bambino, che la racconta con ingenuità spesso più lucida di quanto ci si aspetti, con perspicacia e con un’aura fiabesca: quella di chi è convinto di essere immortale.

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