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Il cristallo e la fiamma: Calvino scrutatore dell’invisibile

di Lorenzo Cetrangolo

Carlo Ossola
Italo Calvino, l’invisibile e il suo dove
Collana: Grani di senape
Vita e pensiero, 2016
p. 120, 10 €

italo-calvino-Sembra adeguata alla figura letteraria di Italo Calvino, sempre alla ricerca di suggestioni e aperta ai più disparati rimandi, una trattazione come quella di Carlo Ossola nel suo libro Italo Calvino. L’invisibile e il suo dove. È infatti questo un viaggio breve (120 pagine) e agile (seppur non agilissimo, causa una scrittura che per quanto musicale e precisa – o proprio per questo – potrebbe stancare lettori meno avvezzi a simili registri) attraverso le opere dell’autore delle Città invisibili che cerca di leggerne riferimenti e ispirazioni, continuità ed evoluzioni, tentando al contempo di portare alla luce le grandi linee sotterranee che, tracciate, sembrano disegnare la sua produzione nelle sembianze di un potente, affamato telescopio/microscopio, capace di osservare l’infinitamente grande, l’infinitamente piccolo e, oltre, ciò che persino, forse, non esiste.

I capitoli, che dopo un breve riassunto biografico si occupano delle opere in ordine grossomodo cronologico, sono brevi saggi in cui si analizzano anche i processi creativi di Calvino, le sue riflessioni private e pubbliche, le letture e le passioni che lo informano e lo ispirano. Ci rendiamo conto così che i suoi racconti e romanzi sono utensili d’osservazione, pronti ad assaltare, con la freddezza pungente della logica e il morbido, incandescente scavo della suggestione, una realtà che, scopriamo, confonde fisica e metafisica, passione scientifica e rigore etico, in un percorso che sempre muta, dalla vocazione morale ai paradossi, dalle contraintes combinatorie alla glorificazione dei sensi e dell’assenza.

La vita letteraria di Calvino, ci dice Ossola, è una ricerca interminabile, una danza sensuale eppure attentamente coreografata tra due poli: quello ordinato e regolare del cristallo e quello incessantemente agitato eppure costante della fiamma. Ed è sempre tra due poli che si leggono le sue opere, prese singolarmente e nella loro totalità: il realismo e il fantastico, intrecciati in un realismo che lascia intravedere l’invisibile e in un fantastico che è allegoria dell’esistenza, materiale o meno, dell’uomo; il possibile e l’impossibile; il microcosmo dei dettagli e il macrocosmo totalizzante della fisica, del tempo, del senso della vita (la «pancia del geco» e la televisione che  «si muove per i continenti trasmettendo impulsi luminosi che descrivono la faccia visibile delle cose»); l’esattezza, che è nettezza impegnativa del segno e dello sguardo, e la vaghezza della prospettiva, l’infinito scivolare da uno strato all’altro, da un punto di vista all’altro, dal guardare al farsi guardare al guardarsi guardati, per rendere tale esattezza non un limite ma una possibilità di maggiore comprensione.

Su questo punto Ossola si sofferma in uno dei capitoli finali, forse il più appassionante, ragionando sui Six memos for the new millennium che Calvino ha lasciato incompiuti e tentando di dare conto dell’ultimo memo, di cui conosciamo solo il titolo inglese, Consistency, regalandoci, in pagine dense e illuminanti, ancora nuovi motivi per rileggere un autore che, a 31 anni dalla morte, non smette di raccontarci il presente e forse, ancor di più, il futuro.
«Calvino ha saputo dar forma, en philosophe, a una lingua capace dell’universo, precisa, esatta e tuttavia senza confini, classica nel conferire il primato alle idee, il posto giusto agli oggetti, alle forme, ai tempi, allo sguardo che li mette in prospettiva. Come la sua lingua, egli è il nostro classico del Novecento, nella sua capacità di cancellare tutto l’inessenziale, tutto il transeunte, per ottenere il supremo dono dell’arte, la ‘trasparenza’».

Fonte immagine: http://media.vitaepensiero.it/copertine//vita-e-pensiero/italo-calvino-333617.jpg

 

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