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La lingua e il digitale: riflessioni di un linguista

“Un calcolatore meriterebbe di essere definito intelligente se potesse ingannare un essere umano facendogli credere di essere umano.”

(Alan Turing)

In data 21 marzo il collegio Santa Caterina ha ospitato una conferenza tenuta da Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana presso l’ateneo pavese e volto noto del dibattito culturale, incentrata sulla sua ultima fatica Alfabit. L’italiano digitale dagli SMS all’IA (Il Mulino, Bologna 2026). Sollecitato dalle domande di Roberto Cicala e del pubblico, l’autore ha ripercorso le tappe della formazione di due varianti della nostra lingua, al cui studio dedica da anni le proprie ricerche: e-taliano e IA-taliano.

La prima consiste nell’italiano sviluppatosi negli spazi di comunicazione virtuale, come SMS, chat di gruppo, e-mail. L’italiano digitale, che i linguisti osservano fin dagli anni ’90, ha ridato impulso alla scrittura, disattendendo le previsioni che davano vittoria completa, nel campo della comunicazione, all’audio. Questa scrittura ha sviluppato da subito sue forme e particolarità, e in Alfabit si parla di essa come di una neografia, un termine suggestivo che trasmette l’importanza dei cambiamenti in essa registrati, molto spesso dettati dal mondo circostante. Solo per citarne alcuni, l’uso dei rimandi impliciti, coerenti con la perenne semi-sincronia dei nostri tempi; o ancora, la sempre minore percezione di gravità degli errori nelle mail formali, marca della rimodulazione dei registri.

Allo stesso tempo, mettendo in guardia dal non cadere nel paradigma giovani-> novità-> declino, Antonelli ha fatto notare come questa forma di italiano abbia accentuato dinamiche preesistenti nella comunicazione epistolare tradizionale, oltre ad aver riesumato forme che sembravano aver fatto il loro tempo: abbreviazioni, contrazioni, sigle.

È un’evoluzione irregolare, dunque, che lascia ora disattese, ora soddisfatte le predizioni dei linguisti. Un campo di indagine fertile, a patto di accantonare il passatismo di chi vorrebbe le parole sulla carta soltanto e l’isterismo di chi non relativizza l’influenza, di per sè limitata, della lingua digitale sulla lingua non digitale.

L’evoluzione dell’IA-taliano invece va dritta, senza curve o ripensamenti. Il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche ha lasciato una frase divenuta celebre: «Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più». Oggi, con le macchine che sanno muoversi disinvolte in quel labirinto, c’è da capire che ne sarà dei cartografi: saranno ancora gli umani a scrivere i libri? I programmi IA di scrittura sono in costante miglioramento, e molti dei limiti dei testi scritti con il loro ausilio, che tanti nel mondo della cultura mettevano in evidenza con una punta d’orgoglio, oggi sono stati corretti. Come viene mostrato diffusamente nel terzo capitolo di Alfabit, questi sistemi sono in grado di restituire le variazioni di stile, di linguaggio e di tinte del racconto richieste. Chiunque può verificarlo con un piccolo esperimento: basta chiedere all’IA di scrivere una nuova città invisibile, la n. 56. Nel testo sfornato, possiamo esserne certi, non vi sarà italinista che non riconoscerà lo stile, la lingua e l’inventiva di Calvino.

Alcuni autori lo dichiarano appellandosi alla sperimentazione letteraria, altri lo nascondono, ma è acclarato: oggi i libri scritti con l’intelligenza artificiale e immessi sul mercato sono tanti; domani saranno tutti? È un discorso complesso che si sviluppa su più piani, dalla sostenibilità economica delle case editrici alla mutazione delle capacità della mente umana. Antonelli non si è sbilanciato nel dire cosa accadrà, difficile prevederlo, ma che qualcosa stia accadendo, portando a un punto di svolta, ne è certo.

Per millenni l’uomo ha individuato nel linguaggio la sua pietra angolare, ciò che lo distingueva dagli animali e dava sostanza alla sua identità, di essere pensante e di membro della società. Ora che la pietra si è fatta codice, imitabile e riproducibile a velocità insensata, sarà necessario guardarsi allo specchio. Che sia questo, si chiede Antonelli, ciò che ci mette maggiormente paura?

di Dario Mazzocchi