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Anna Lavatelli
Editoria per ragazzi,  Interviste

Quando l’amore per la letteratura per l’infanzia nacque per caso, in “un’uggiosissima estate di tanti anni fa”: intervista ad Anna Lavatelli

L’autrice

Laureata in filosofia e insegnante per molti anni, dal 1986 Anna Lavatelli si dedica a tempo pieno alla letteratura per l’infanzia, vincendo nel 2005 il prestigioso premio H. C. Andersen Italia. Presente nello scenario italiano degli scrittori per ragazzi da oltre trent’anni, l’autrice ha visto crescere con i suoi libri generazioni di giovani lettori ed è altresì testimonianza di come e quanto l’approccio a un tale genere sia mutato nel corso degli ultimi decenni. Il mondo cambia, le esigenze dei giovani si modificano e con essesi trasforma pure l’editoria per ragazzi,nella necessità di doversi adeguare ai nuovi bisogni di un target giovanile sempre più vario e multiforme, di cui senza dubbio Anna Lavatelli può essere considerata uno dei nostri pilastri fondamentali di cui andare fermamente orgogliosi. Pubblicata da Piemme, Interlinea, Giunti ed Einaudi, dal 2007 le sue opere sono sbarcate in America Latina e il 29 maggio 2020 è stata ospite del master in Professioni e Prodotti dell’Editoria dell’Università di Pavia per una lectio magistralis sul mondo editoriale per ragazzi e sulla sua esperienza di scrittrice, da cui è stata tratta questa intervista.

L’intervista ad Anna Lavatelli

di: Steven Gori / Master Editoria 2020

Steven Gori: Autrice ormai affermata in Italia e nel mondo latino nel panorama della letteratura per ragazzi, quali sono le ragioni che l’hanno spinta a scegliere questo genere, facendolo diventare la sua professione?

Anna Lavatelli: È sempre difficile spiegare le ragioni dei propri amori. E forse non conviene nemmeno cercarle. Se Quinto Orazio Flacco scriveva in versi e non sapeva perché, chi sono io per avere una risposta convincente? Ogni idea che mi frulla in testa si traduce inesorabilmente in un racconto per ragazzi, perché solo così trovo un senso (e un appagamento) nella scrittura. Per dire di più dovrei essere meno sincera e cercare di arrampicarmi su complicate impalcature intellettuali. Farei forse miglior figura, ma racconterei solo “fiction”. L’unica cosa certa è che durante un’uggiosissima estate di tanti anni fa mi sedetti a scrivere per ingannare la noia. E scrissi una fiaba per bambini.

S.G.: Cos’ha imparato dopo più di trent’anni dedicati a investigare il mondo della fiction per ragazzi? Le generazioni cambiano e con esse mutano le esigenze narrative: quanto sono cambiate le sue storie e il suo approccio alla narrativa per l’infanzia da quando ha iniziato a scrivere nel 1986 a oggi? 

A.L.: Tutto cambia, continuamente. E dunque cambiano le storie, cambia il modo di raccontarle, cambia il “focus” dell’interesse. Io colgo l’aria che tira, cerco di condensarla in parole e in storie, provo a seguire il ritmo della vita che viviamo. I miei ultimi libri sono certamente distanti dai primi, forse soprattutto nello stile, nel registro, che si è fatto meno aulico. All’inizio uno scrittore (io almeno ricordo di me questa iniziale debolezza) vuole dimostrare di saper scrivere bene, di ‘possedere’ le parole e di saperle usare con maestria, vuole stupire con le metafore, le doppie aggettivazioni o i termini desueti… Poi capisce che ciò che conta é la storia da raccontare, che le parole devono mettersi al servizio del racconto e non viceversa. Il raggiungimento della nettezza, dell’economia verbale, di una eleganza naturale e non artefatta della parola è stata per me la chiave per accedere alle storie migliori, oggi lo so. Scrivo senza dimenticare che mi rivolgo a degli apprendisti lettori, che il mio compito principale è contribuire a formare la loro passione per la lettura libera e autonoma. Questo è il nord che segna la mia bussola, e che dà senso a tutto il mio percorso letterario. Ho ben presente che la mia scrittura debba essere psicologicamente vicina al vissuto dei ragazzi, ma anche osare qualcosa di più (nello stile, nella trama, nel genere) affinché il lettore si affini e cresca nella sua capacità di godimento della lettura. So che il punto di vista da cui racconto può fare la vera differenza, indipendentemente dal soggetto. Mi sono data un’etica da seguire, un impegno di lealtà con il lettore, una responsabilità persino, perché è attraverso il ponte della letteratura per ragazzi che si arriva alla letteratura tout-court. Essere parte, anche piccola, di questo progetto è per me una opportunità affascinante.

S.G.: Quanto le difficoltà affrontate in classe nel suo lavoro passato d’insegnante hanno influito e influiscono nelle tematiche trattate nei suoi testi? Mi riferisco in particolare a “Valeria sei in ritardo” (Giunti Junior, 2012) e a “Tito Stordito” (Giunti Junior, Colibrì, 2016)?

A.L.: Insegnare è stato un modo per comprendere quanto sia difficile trasmettere le passioni, insieme alle nozioni che si insegnano. E anche per constatare quanto la routine possa soffocare le passioni che sono dentro di te. Io amavo soprattutto la letteratura, o dovrei dire meglio la lettura, e il mio modo di uscir fuori dalla gabbia dei programmi è stato quello di fare a meno dei libri di testo e di lavorare con la narrativa (non scolastica, ovviamente). Combattere la pigrizia mentale che il libro di testo in qualche modo incoraggia, mi ha permesso di esplorare la letteratura giovanile insieme ai miei alunni e di motivarmi più fortemente al lavoro. Ma la scuola non è una palestra per lo scrittore. È vero, le dinamiche di una classe sono ispiratrici, tuttavia gli avvenimenti più interessanti accadono più facilmente fuori dal tempo scuola, nel gruppo degli amici e nella vita familiare. È quella la parte narrativamente più interessante da esplorare.

S.G.: Nel “Violino di Auschwitz” (Interlinea, Le Rane, 2019) ha provato a narrare l’orrore dell’olocausto per mezzo del valore salvifico della musica. Quanto è stato impegnativo per lei (se lo è stato) trasporre un evento così drammatico della storia d’Europa in un testo per ragazzi? Come narrare la morte, il dolore, a dei bambini, soprattutto se si tratta di una storia vera come in questo caso?

A.L.: I temi narrativi “alti” sono molto insidiosi e vanno visitati in punta di piedi, provando ad accostarvisi da un punto di vista inconsueto, oppure usando l’ironia, il paradosso, scegliendo uno stile volutamente asciutto, parco di parole.  Bisogna stare attenti a non impigliarsi in frasi fatte, in cliché prevedibili e falsi.  Stare alla larga dal pantano del sentimentalismo mi sembra il primo passo da compiere, quando si ha qualcosa da dire su di un argomento che ci chiama fortemente. Rifuggire anche dalla semplificazione, dove è fin troppo facile dividere il bene dal male, e recuperare invece gli argomenti con un approccio trasversale che entri nel vivo della quotidianità, del vissuto personale e li metta in questione, senza per questo pretendere di trovare sempre la ‘risposta’ a tutti i perché. Ecco un modo onesto per parlare ai bambini della sopraffazione, della morte o del dolore o di qualunque altro argomento difficile, ecco su che cosa può esercitarsi la ‘fantasia’ di uno scrittore. Altrimenti si fa pedagogismo della peggior specie, si manipolano i fatti per manipolare i bambini, e in più si crea quel pericoloso scollamento tra vita fittizia e vita reale,da cui quei bei racconti rimangono distanti, scollegati. Con il passo giusto, con le parole giuste, si può dire anche una verità difficile. Il giovane lettore ha diritto a conoscere e di sapere.
Il primo impatto con “Il violino di Auschwitz”, o meglio con la persona che me ne ha raccontato la storia, è stato per me fulminante. Poi è seguito un paziente lavoro di ricerca, fondamentale per ricostruire un’epoca, l’aria che vi si respirava. In questo modo ho cominciato a ‘vedere’ i protagonisti muoversi dentro la realtà in cui erano immersi e lì ho capito che la grande bellezza della storia veniva da due elementi che la contraddistinguono e la rendono esemplare. È la vicenda stessa che ce la regala. Da una parte, l’amore per la musica, per la libertà dell’arte, che attraversa tutta la breve vita di Eva Maria. Anna Lavatelli
Dall’altra, la figura di Carlo Alberto Carutti, un anziano imprenditore pieno di energia e di umanità profonda, che ha salvato un violino per salvare qualcosa di ancora più importante: la voce di uno strumento che ci ricorda come l’odio possa schiacciare le persone ma non distruggere gli ideali che portano dentro di sé. Più ci ragionavo sopra e più mi sentivo sicura che i ragazzi avrebbero apprezzato la storia ne se ne poteva ricavare. Solo chi non li conosce non immagina quanto sia forte il loro anelito ad esser considerati ‘abbastanza’ grandi per fronteggiare anche le cose difficili, quelle da cui noi adulti di solito cerchiamo di tenerli lontani. Di tutto si può parlare con i ragazzi, io credo invece, è il modo che fa la differenza. Bisogna rispettare la loro sensibilità e considerare il loro diritto ad aver fiducia nel futuro.
Trovare il passo adeguato alla storia che volevo narrare non è stato semplice, considerata la mia intenzione di farne una lettura per tutti: diretta, in primo luogo, ai ragazzi, ma interessante anche per gli adulti. È stato proprio il violino a venirmi incontro, a permettermi di temperare il dolore con la speranza, la brutalità con l’armonia, nello svolgersi e nel precipitare del racconto verso uno spaventoso destino. Il violino mi offriva la possibilità di introdurre un testimone che era anche portatore di valori, il violino era la persistenza dell’umanità che ama e sogna e spera. Sentivo che questo avrebbe aiutato i lettori a capire, a pensare, a interrogarsi. E difatti così è stato, nei molti incontri che ho fatto nelle biblioteche e nelle scuole.
“La musica rende liberi” scrive Enzo, nei campi di Auschwitz, alla sorella che ora suona nell’orchestrina insieme ad altre prigioniere. Glielo scrive in tedesco: “Arbeitmactfrei”, perché sia più chiaro per lei da dove provenga la declinazione della frase. La libertà sognata che si mantiene viva con la musica è stata la mia guida nella narrazione, l’immagine drammatica e preziosa che lascia intravvedere un chiarore nel buio inferno del campo. E il violino difatti racconta, è lui il testimone che tutto ha visto e conservato, è lui che con la sua voce mantiene viva la memoria. È un dolore esteticamente bello, la storia di Eva Maria, per questo i lettori ne accettano la tragedia, perché li illumina di sentimenti veri.

Steven Gori
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