Recensioni

Lolita: un amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista

di Elena Spadiliero

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, mia anima, Lo-li-ta […]. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita»
Così inizia Lolita, romanzo di Vladimir Nabokov pubblicato nel 1955 dalla Olympia Press. In verità, la casa editrice parigina non è la prima a cui l’autore presenta il manoscritto, ma comunque l’unica che accetta di pubblicarlo: quattro case editrici americane hanno precedentemente rifiutato l’offerta. Solo le cinquanta milioni di copie vendute in tutto il mondo convincono gli editori statunitensi a prendere in considerazione il romanzo, ma nel 1958, tre anni dopo la prima pubblicazione europea.
La vicenda dell’ambiguo professor Humbert suscita nei più un sentimento di repulsione, e l’iniziale diffidenza nei confronti del romanzo non può essere giudicata completamente infondata. Tuttavia,  è difficile non rimanere colpiti dai toni cinici, ironici ed appassionati con cui Humbert scrive il suo memoriale, o meglio le sue confessioni di un vedovo di razza bianca.
Le cause dei suoi problemi psichici sono ben evidenti sin dalle prime pagine del romanzo, nel momento in cui egli parla del suo incontro a tredici anni con Annabel, il primo grande amore, conosciuto durante una vacanza in Costa Azzurra. La bambina muore precocemente di tifo, e questo episodio segna profondamente Humbert («lo choc della sua morte consolidò in me la frustrazione di quell’ estate da incubo, e per tutti i freddi anni della mia gioventù ne fece un ostacolo permanente a ogni successiva storia d’amore. In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti d’oggi, con i loro cervelli fatti in serie. Molto dopo la morte di Annabel sentivo i suoi pensieri scorrere tra i miei […]»).
L’immagine di Annabel resta congelata nella sua mente e quello che crea la sua nevrosi è il fatto che per lui gli anni passano ma Annabel continua ad essere la ragazza dei suoi sogni. Il suo giovane amore non cresce, Humbert la cerca negli occhi di tutte le ninfette, che descrive minuziosamente come giovani di un’età compresa fra i nove e i quattordici anni, dotate di una natura da lui definita demoniaca.
Eppure, ad un certo punto, tenta di normalizzare la sua vita e decide di sposarsi con una sua coetanea, Valeria («per salvaguardare me stesso, decisi di sposarmi. Mi venne in mente che gli orari regolari, i pranzi casalinghi, tutte le convenzioni del matrimonio[…] avrebbero potuto aiutarmi, se non a purificarmi, delle mie voglie degradanti e rischiose, almeno a tenerle pacificamente a bada[…]»). Il tentativo fallisce miseramente e i due finiscono per divorziare nel giro di qualche anno.
Quando arriva nella provinciale Ramsdale, piccola cittadina statunitense in cui si trasferisce per motivi di lavoro, si realizza la svolta definitiva. Scorge Lolita, per la prima volta, stesa su una stuoia al sole nel giardino di casa Haze, e in lei rivede Annabel («ecco la mia innamorata della Costa Azzurra che mi squadrava al di sopra degli occhiali scuri») tanto che egli afferma che i venticinque anni trascorsi dalla morte del suo primo amore «si affusolarono in una punta palpitante e svanirono». La sua vita ricomincia a scorrere e solo le parole di Humbert stesso possono spiegare la magia avvenuta:
«[…] mentre le passavo accanto travestito da adulto, il vuoto aspirante della mia anima riuscì a risucchiare tutti i dettagli della sua radiosa bellezza, che paragonai a quelli corrispondenti della mia promessa sposa defunta. Presto, naturalmente, lei, questa nouvelle, questa Lolita, la mia Lolita, avrebbe eclissato completamente il suo prototipo. Voglio solo sottolineare che, da parte mia, la sua scoperta fu una fatale conseguenza di quel «principato sul mare» del mio tormentato passato. Tutto, fra quei due eventi, era stato solo un susseguirsi di brancolamenti ed errori, di menzogneri embrioni del piacere. Tutto ciò che li accomunava ne faceva una cosa sola[…]».
Tuttavia non si rende conto che le cose non sono più le stesse perché Lolita non è Annabel, anche se ben presto Dolores Haze acquisirà nella mente del professore una sua indipendenza e, come da lui stesso affermato, finirà per sostituire l’immagine della bambina della Costa Azzurra nella sua testa. Inoltre Humbert non è più un ragazzo, ma un uomo. Ma non può lasciare Lolita e per rimanerle accanto sceglie di sposarne la madre, rimasta vedova anni prima, nonostante consideri la donna un essere ripugnante. Lascio ai futuri lettori di questo libro il piacere di scoprire le avventure di cui Humbert è protagonista dall’incontro con Lolita in poi. Mi limito a porre qualche domanda, a cui poi ciascuno troverà una sua personale risposta.
Lolita, può essere considerata totalmente una vittima dell’ossessione di Humbert? Fin dal loro primo incontro si diverte a stuzzicarlo, si offre a lui per capriccio per poi stancarsi immediatamente delle innumerevoli attenzioni del professore. Si allontana da lui salvo riconttattarlo anni dopo per chiedergli del denaro. Certo si tratta ancora di una bambina, incapace di riconoscere i pericoli della vita. Tuttavia leggendo il libro, si ha la netta sensazione che nemmeno da adulta Lolita riuscirà a mutare la sua natura capricciosa e superficiale. Perché si ha la certezza che diventerà la brutta copia della madre, priva di personalità e cultura, attenta solo ai lati più banali della vita e delle cose? Neanche la sua precoce morte toglierà dalla mente di chi legge la previsione di un futuro triste e piatto.
E che dire del commediografo Clare Quilty, che ad un certo punto si inserisce nella storia e i lettori scoprono essere animato dalle stesse pulsioni sessuali dell’impaurito Humbert? Per la società, Quilty è un individuo rispettabile, un personaggio importante, così come altrettanto illustre è considerato Humbert nella sua veste di professore e studioso. Quasi poco importa che entrambi riescano ad insidiare la tredicenne Lolita. E le cose assumono un aspetto ancora più squallido nel momento in cui diventa chiaro che Quilty desidera Lolita solo come amante e ottenuto il suo scopo l’abbandona miseramente. Forse solo in opposizione ad un personaggio totalmente negativo come Quilty, Humbert ottiene una minima comprensione da parte del lettore, perché lui ama alla follia Lolita. Dolores Haze è l’aria che respira, l’unica ragione della sua esistenza, per lei si umilia, per lei, alla fine, uccide.
Per cui, Lolita non è solo il racconto di un’ossessione, ma un punto di partenza per riflettere sull’ipocrisia della società, che giudica la bontà o la malvagità dei suoi componenti in base alla posizione sociale, all’impiego, alle possibilità economiche, senza porsi domande sulla vera natura degli esseri umani e sui loro reali desideri.
Infine, la domanda più difficile, che riguarda il sentimento provato da Humbert. In mezzo ai suoi infiniti disturbi psichici, possiamo intravedere un sentimento sincero quando afferma che amava Lolita «a prima vista, a ultima vista, a eterna vista»? È una domanda che nasce spontanea quando alla fine del libro Humbert rincontra Lolita,  fuggita da lui anni prima. Ora è cresciuta, moglie di un altro uomo ed incinta. Non è rimasto nulla della ninfetta adorata da Humbert, non esiste più nessun motivo per cui lui dovrebbe rivolerla accanto. Eppure le parole del professore giungono chiare e sicure e confondono il malcapitato lettore:
«Insisto perché il mondo sappia quanto amavo la mia Lolita, QUELLA Lolita, pallida ed contaminata, gravida del figlio di un altro, ma sempre con gli occhi grigi, sempre con le sopracciglia fuligginose, sempre castano e mandorla, sempre Carmencita, sempre mia[…]».
Humbert è un pervertito, un individuo il cui passato ha influenzato la sua vita da adulto e il suo rapporto con l’universo femminile. Tuttavia, la forza della sua disperazione e il suo slancio verso Lolita hanno un qualcosa di profondamente emozionante. Inoltre, egli non è il solo ad avere dei disturbi mentali,  anche gli altri personaggi del racconto risultano essere psicologicamente instabili. La madre di Lolita soffre di qualche forma di esaurimento nervoso: quando guardai per la prima volta la trasposizione cinematografica di Kubrick pensai che Shelley Winters avesse perfettamente rappresentato Charlotte Haze, così come me l’ero immaginata leggendo il libro, ossia una donna dai movimenti, dallo sguardo e dalla risata ridicoli. Per quanto riguarda Lolita, è un essere umano talmente privo di personalità ed intelletto, che alle volte dimentico che ha solo tredici  anni. Clare Quilty è un uomo meschino e vigliacco: nel libro risulta difficile accorgersi di lui, perché si nasconde abilmente fra le righe, per agire indisturbato alle spalle di Humbert e di tutti gli altri personaggi. Potrei continuare ancora a lungo, ma sarete voi a leggere Lolita e a giudicare ciascuno dei componenti di questo racconto. Qualunque saranno le vostre opinioni a riguardo, sarete concordi con me nel ritenere questo un libro magico e, per usare le parole di Pietro Citati, detentore di una straordinaria suggestione mitica. È una storia intensa fissata sulla pagina e grazie alla pagina resa eterna. Anche Humbert è convinto che la vicenda di Lolita, una volta scritta, rimarrà per sempre nel ricordo di chi la legge. Alla fine del racconto, prima della sua morte, consegna al lettore l’ultimo pensiero del suo memoriale, ancora una volta un appello a Lolita, ormai perduta per sempre:
«Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non ti commuovere per la sorte di C.Q. [Clare Quilty]. Si doveva scegliere fra lui e H.H.[Humbert Humbert] e si doveva lasciar esistere H.H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita».

 

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