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Coronavirus: le poesie che stanno raccontando questi nostri giorni

Questi mesi che stiamo vivendo passeranno probabilmente alla storia, per i motivi più svariati e al tempo stesso drammatici. Chissà cosa si racconterà di questi “giorni di Coronavirus”. Le battaglie quotidiane dei medici, che si scontrano con un nemico letale ed invisibile, o forse la nostra inerte condizione di quarantena. Così, mentre facciamo i conti con una nuova routine, in attesa di riabbracciare la “vera vita”, alcuni tra noi tentano di trovare parole per descrivere ciò che sta avvenendo. Prendono così spazio i poeti e i loro versi.

 

«Si sentono dire parole sconosciute…»

“Siamo in guerra”, “i medici sono i nostri eroi, combattono strenuamente la loro lotta (che è la lotta di tutti) per salvare vite umane”; “bisogna rispettare la quarantena”. Quante di queste parole, prima forse appartenenti ad un’altra epoca, sono diventate improvvisamente quotidiane? Roberta Dapunt, poetessa italiana nata in Val Badia, rimane sconvolta dall’utilizzo di un vero e proprio “vocabolario bellico” per raccontare il dramma di questi mesi. Del resto le immagini mandate in onda dai telegiornali sono quelle di una vera e propria guerra silenziosa, tra vittime e feriti. Virus è la poesia che Roberta Dapunt scrive immersa nel silenzio della propria valle. Il suo silenzio diventa il silenzio di intere nazioni, assordante, sommerso da parole a noi “sconosciute”.

Eppure, in questo silenzio che si è fatto uno

tra le lingue e le appartenenze. In questo silenzio

che nessuno, nessuno ha mai sentito prima,

si sentono dire parole sconosciute da noi liberi europei.

Il Coronavirus sta purtroppo lasciando un segno, una ferita che impiegherà tempo per rimarginarsi, che valore può avere la poesia in questo? In una recente intervista, la poetessa prova a dare una risposta:

La poesia ha la facoltà di dare il volume del sentimento nell’affermazione, il riverbero della coscienza nel racconto, senza i quali nessun cambiamento, nessun’epoca, così come nessuna guerra si sedimenterebbe nella memoria

 

«Ci credevamo immuni, non era il punto»

La poesia di Giovanna Rosadini si focalizza su un aspetto che in questo periodo è emerso drammaticamente: la fragilità dell’essere umano di fronte al dolore. Nel momento in cui ci si rende conto di ciò crollano le costruzioni sociali, le parole che ci si dice («Cosa possono le parole in questo tempo»). Questo virus scardina anche le certezze della scienza, di fronte al «rombo della Storia» che «ci ha raggiunto». Ci riscopriamo insicuri, vulnerabili, ricerchiamo i nostri affetti tramite abbracci telematici o baci ad un metro di distanza («A cosa vale la mano / che non ti può toccare, lo sguardo / se non ti può più avere»)

Ora, ogni cosa appare nel suo vero nome,

ciascuno è nudo e vulnerabile al contagio,

ciascuno è solo di fronte al proprio lume

 

Leggere poesia

Si susseguono giornate faticose, tra conteggi incessanti di vittime da Coronavirus e notizie poco rassicuranti alla televisione. Come la poesia può essere d’aiuto, cosa può dare per coloro che cercano delle risposte?  La poesia è un sedimento di verità che il poeta decide di donare al mondo intero. Citando il poeta Davide Rondoni, la poesia «mette a fuoco la vita», la accende.

Nasce per la strada, e ovunque, quando, quando un tizio che può avere una vita normale o speciale, o una vita così così, poco importa, si lascia colpire dal continuo avvenimento dell’esistenza. (…) Il mondo chiede di essere messo a fuoco al di là delle prime apparenze.

 

 

Jacopo Senni