Maria Jatosti
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Maria Jatosti, una vita tutta d’un fiato

Il 1974 è l’anno del referendum sull’abrogazione del divorzio in Italia: vince il NO. È anche l’anno di Anima Latina, un bolero di emozioni, il disco meno “battistiano” di Lucio, il più sperimentale, il più coraggioso, forse il migliore. È l’anno del secondo volume de Il padrino coppoliano, di Chinatown, dell’esordio folgorante di Stephen King con Carrie. Ma il 1974 è anche l’anno in cui Maria Jatosti – che poche settimane fa ha compiuto novant’anni – mette il punto finale, nell’agosto di un’estate morente, a quel libro bellissimo e commovente che è Tutto d’un fiato (Stampa Alternativa, 2012).

JatostiPerché tutto d’un fiato l’ha scritto e perché tutto d’un fiato si legge. Un’autobiografia dolce, un diario politico dove la cronaca si trasfigura in ricordo e dove affiora la Maria compagna della Garbatella, attraverso uno stile disarmonico, impetuoso, anarchico. Anarchico come il suo uomo per quasi due decenni, quel Luciano Bianciardi indisciplinato, sgusciante, animale, che Feltrinelli lascia a casa, che Montanelli corteggia invano incassando il rifiuto per una scrivania al Corriere, proprio perché quel toscanaccio arrabbiato detesta incasellarsi e scatarra sul carrierismo. Quel Bianciardi profeta, che nel suo capolavoro abbacinante, La vita agra (1962), già svela le illusioni, le favole e i capricci del boom economico, del benessere, della televisione, del finto Miracolo, della “diseducazione sentimentale” italiana che lui osserva distante – distante come l’altro profeta “cattivo”, Pasolini – notando che il consumismo dirompente va a braccetto con la solitudine e che il successo è l’altra faccia della persecuzione. O, semplicemente, “il participio passato del verbo succedere”.

Maria Jatosti lo conosce a una cena, nel ’53; Luciano recita una poesia di Spoon River, o la legge, che importanza ha, è importante che per tutto il tempo della lirica la cerca, Maria, la guarda, una comunione, la grande scintilla, e poi è un precipizio di “mare, discorsi, letteratura, amore”. E un figlio illegittimo, Marcello, che di cognome fa Jatosti, perché Luciano ha una moglie a Grosseto e non sa decidersi. Ma Maria è fresca, intelligente, energica, è una compagna, vuole cambiare il mondo, ama i libri, scrive, soprattutto libri pornografici, lo fa per campare. Conosce i trucchi: un inizio, un dettaglio succoso, l’archetipo femminile, quello maschile, un coito. E traduce, Maria, spesso lo fa con Luciano, lei batte a macchina, lui detta, tra un amplesso e l’altro, Henry Miller, Conrad, Faulkner, anche stavolta per campare, per l’affitto, Milano è cara: le scarpe, il tram, la pastasciutta, la latteria, cotechino e lenticchie, perché è un piatto che rimpinza e costa poco.Jatosti

Però Luciano è difficile, beve, beve troppo. Se ne andrà a quarantanove anni disfatto dall’alcol e dal disincanto, la consacrazione letteraria è inutile, è un’altra bolla di sapone, non redime, rende appena meno agra la vita perché moltiplica i quattrini, le cene galanti, i salotti, le chiacchiere, i bicchieri, gli avvoltoi. Maria respinge quella mondanità, è stanca di essere la “Maria del Bianciardi”, la donna di qualcun altro, perché ha una sua dignità politica e culturale che, a quei tempi, di rado si accosta a una donna. Così fugge a Roma, a Rapallo, con Marcello, si tutela, poi torna, è un andirivieni logorante, fino a quella mattina grigia di novembre. È il 1971 quando Bianciardi muore, prima di compiere mezzo secolo.

Oggi a Maria Jatosti, zigomi forti e occhi orientali, manca invece appena una decade per raggiungerlo, il secolo, lei del ’29, che ricorda le bandiere in tutta Roma, da bambina, nel giorno del suo compleanno in febbraio, per l’anniversario dei Patti Lateranensi, e crede che tutta quella festa sia per lei. Lei che ha sperimentato la miseria, andava a letto sognando di mangiare un chilo di pane tutto in una volta, e leggeva Leopardi, e desiderava morire. Ma poi ha compreso che ci sono i libri, e che “i libri sono la vita e capire un libro in un certo modo, leggerlo o scriverlo, vuol dire essere in un certo modo, vivere”. Vivere tutto d’un fiato. Come lei.

 

Jacopo Santoro

Un’altra recensione per un’altra grande autrice: La notte eterna di Etel Adnan

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